Sono tornato – Grazie per non essere cambiati

Sante Di Giannantonio

Febbraio 20, 2018

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Sono tornato – Grazie per non essere cambiati

Dentro di me questo film ha lasciato una strana sensazione. Badate bene è una commedia che fa ridere, che utilizza senza mai abusarne un humor nero (inteso in più sensi). Mostra un Mussolini a tratti divo e a tratti macchietta, non il giovane e ardito Duce di Bellocchio in Vincere, un Mussolini maturo, innamorato della sua Claretta, convinto condottiero dell’Italia imperialista.

Nulla da invidiare alla teutonica versione originale Lui è tornato, nella quale resuscita il partner bellico del Duce che affronterà pressappoco le stesse vicende. Miniero si cimenta, dunque, nuovamente in un remake e come già accaduto sembra non solo padroneggiarlo, ma addirittura comprenderlo a pieno, cogliendone l’essenza e disegnandolo per questo paese, con tutti i rischi che questo comporta.

Sono tornato
Sono tornato

Il mio turbamento non deriva dalla drammaturgia del film, non chissà quanto eccelsa, nonostante lo straordinario Massimo Popolizio che incarna il redivivo dittatore, ma dall’ambientazione che circonda l’intero intreccio. Scene e parole che quotidianamente ascolto per strada, in un bar, magari addirittura in tv da qualche sedicente politico, bollate da me o da altri troppo spesso come attrazione di una minoranza verso LVI.

Quello che emerge da Sono tornato è una denuncia che crea risate senza rallegrarti dentro, poiché mostra un paese senza memoria.

Per le riprese in Germania del film con protagonista Hitler è stato necessario blindare alcuni set, perché i passanti che scorgevano il sosia del Furher contestavano la troupe, spesso sfociando nella violenza verso attori o inservienti. Una repulsione totale alla figura di Adolf Hitler. Nelle città nostrane, invece, nulla di tutto questo.

Quando la pelata di Popolizio faceva capolino in qualche strada italica, ecco spuntare decine e decine di aficionados e non intenti a fare selfie, ad abbracciare la sagoma di Benito congedandosi col saluto romano, in un’overdose di frasi con l’incipit: «Quando c’era LVI…».

Proprio per questo è stato possibile usufruire di una tecnica mista, che unisce il film a un documentario/candid camera. I passanti (veri) che incontrano il duce (finto) si lasciano andare, ignari di essere ripresi ed espongono, in alcuni casi vomitano, liberamente pareri e idee, parlando con LVI. La camera del cellulare come la cinepresa dell’Istituto Luce, il susseguirsi di filmati storici e finti non fa altro che aumentare il realismo della pellicola.

Sono tornato
Il Duce venerato dai passanti

Il disagio che provoca questo film proviene dalla consapevolezza dell’esistenza di ombre che, latenti, sono dentro di noi.

Il paese non è migliorato, parafrasando ciò che afferma lo stesso Duce in una battuta, ma in un senso diverso, non ha imparato niente dalle lezioni di libertà e democrazia: è privo di qualunque solidarietà sociale l’italiano che viene mostrato, chiuso, gretto e razzista.

È nella perenne ricerca di una figura forte che si erga al di sopra delle masse, che soddisfi non le loro menti, ma il loro rozzo istinto. Cercano un’illusionista che mostri il trucco che il popolo voglia vedere. E Mussolini lo è sempre stato, è sempre stato un corpo attorale, interprete e oratore, immediatamente percepisce il potere del web e della televisione come mezzi perfetti per acuire questa sua influenza, per propagandare il fascino della figura mussoliniana.

Si palesa un Mussolini che sa entrare in empatia con gli istinti più bassi del suo popolo, perché così fu e così è. Un meccanismo di scoperta, a tratti pericolosa, perché propende quasi a cercare di comprendere l’uomo Benito andando oltre le singole scelte politiche.

Sono tornato

È un Duce 2.0, ma se il dittatore è coniugato al tempo presente, il suo popolo è diverso solo in apparenza. Non solo somigliamo intrinsecamente alla massa di ottant’anni fa, ma anche ad avi ben più antichi. Siamo analoghi degli antenati latini che si beavano di Cesare, dictator perpetuo di Roma, in attesa dell’avvento di Uno su cui far gravare tutte le responsabilità del paese.

Se ci darà un tozzo di pane lo applaudiremo, non curandoci del prezzo da pagare, se sbaglierà lo abbandoneremo alla giustizia di piazza, sbracciandoci per affermare che uno come quello non lo avevamo mai appoggiato.

Abbiamo rimosso lo stato di orrore e vergogna in cui ci lasciò: l’Italia di Twitter non ha abbastanza caratteri per tramandare la fine tragica di quel periodo.

Come dice Luca Miniero, nelle sue note di regia: «Serpeggia una terribile indulgenza che proviamo nei confronti di un tema, quello del fascismo, apparentemente indolore». Ecco che siamo quasi disposti al perdono in nome di questo deus ex machina, pronto a ricacciarci dal pantano politico in cui ci ha gettato questa classe dirigente (eletta da noi ). E questo Duce darebbe davvero fastidio ai leader di questo paese.

Sia a chi utilizza slogan come “Italia agli Italiani”, sia a chi parla di diritti civili e classi sociali. Il perché è sempre lo stesso, lo stesso degli anni venti, nella nostra mediocrità sociale, politica, comunicativa e morale, apparirà erroneamente superiore agli altri, una medicina amara, ma necessaria.

Dunque, se per ipotesi rimpiombasse come nel film a Piazza Vittorio di nuovo tra noi, pronto a presentarsi alle elezioni, cosa farebbero gli italiani? La risposta è ovvia, sicuramente in molti lo voterebbero e, in previsione delle imminenti elezioni, all’atto pratico, chissà che non andrà davvero così.

Derubricare la tempistica di uscita del film a una casualità non farebbe onore a nessuno, una scelta strategica legata tanto al marketing quanto alla connessione reale con la politica odierna.

Sono tornato
Sono tornato

Il senso di Sono tornato è da associare a un colpo di coda mediatico legato al discorso di inasprimento delle leggi che regolamentano l’apologia di fascismo? No, questa pellicola punta a svegliarci.

Il merito ultimo del film è proprio questo: abbiamo creduto a una favola divenuta storia, la favola del mostro che tutto distrugge, così ci siamo alleggeriti la coscienza, ma le mani sporche di sangue non erano solo quelle del Duce, anche le nostre lo erano. Ancora una volta per cercare il colpevole bastava fissare uno specchio.

Mussolini non ha fatto altro che sfruttare i sentimenti dei mostri, dagli squadristi a chi applaudiva sotto il balcone di piazza Venezia. Troverebbe ancora terreno fertile per seminare le sue idee perché l’italiano è implicitamente suddito. Lo è sempre stato, prima in un microcosmo di regni e, poi, durante la repubblica, servo e mai rivoluzionario.

Mussolini non ha fatto altro che sfruttare i sentimenti dei mostri, dagli squadristi a chi applaudiva sotto il balcone di piazza Venezia. Troverebbe ancora terreno fertile per seminare le sue idee perché l’italiano è implicitamente suddito. Lo è sempre stato, prima in un microcosmo di regni e, poi, durante la repubblica, servo e mai rivoluzionario. Parafrasando un monito di Gaber: «Non temo il Duce di per sé, temo il Duce in me».

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