Fullmetal Alchemist: Brotherhood – L’inevitabilità del destino

Andrea Taddeucci

Aprile 5, 2018

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Fullmetal Alchemist:Brotherhood.
Nei primi anni del ‘900, in un’ambientazione steampunk, il mondo trova la sua certezza nell’alchimia, pratica ibrida tra la magia e le scienze chimiche che permette di governare a proprio piacimento la materia.

Fullmetal Alchemist: Brotherhood racconta la storia dei due fratelli Edward e Alphonse Elric che, nel vano tentativo di riportare in vita la madre (Trisha Elric) mediante l’alchimia, vengono puniti da una entità sovrannaturale per aver provato a violare il più grande dei tabù: resuscitare i morti.
In particolare a Edward vengono presi un braccio e una gamba (poi sostituiti con delle protesi meccaniche), mentre Alphonse viene privato dell’intero corpo e rimane in vita grazie al legame tra la sua anima e un’armatura.

Fullmetal Alchemist

 

I due fratelli Elric, fin dalla più tenera età, hanno condiviso molteplici situazioni di sconforto. Quando erano solamente bambini, il padre, un alchimista soprannominato Hohenheim della luce, ha abbandonato loro e Trisha, facendo crescere nei due, specialmente in Edward, un profondo odio nei suoi confronti.
In realtà ciò che più aveva addolorato i ragazzi era, al di là dell’amarezza per l’abbandono, soprattutto l’essere stati tristemente obbligati a fare da spettatori alle pene della madre, che attendeva invano il ritorno del marito. A questo si aggiunge il supplizio  di aver assistito alla morte della donna, in seguito alla quale i fratelli rimarranno completamente soli, abbandonati a loro stessi, in balia del mondo.

Le difficoltà comuni che affrontano creano un legame potentissimo e indissolubile tra i due, che, metaforicamente, si appoggiano l’uno all’altro per tirare avanti.

L’anime, diretto da Yasuhiro Irie e tratto dal manga di Hiromu Arakawa, segue i due fratelli Elric alla ricerca della pietra filosofale, leggendario oggetto che sarebbe in grado di ridare loro i corpi, ignorando i principi su cui l’alchimia si basa.

Quello che colpisce in Fullmetal Alchemist: Brotherhood è l’apparente semplicità con la quale, attraverso un racconto puramente fantastico, vengono toccati importanti temi filosofici e scientifici, come il mistero del soffio vitale o la natura del mondo e, addirittura, dell’universo.

In questo senso è decisamente rappresentativo l’allenamento che i fratelli Elric seguono sotto la supervisione di Izumi Curtis, donna di mezza età esperta di alchimia, nonché maestra di Edward e Alphonse.

Uno è tutto, tutto è uno.

Fullmetal Alchemist

 

Una prima esercitazione vede i due fratelli riflettere sul senso di questa frase durante un periodo di un mese, in cui sono lasciati a loro stessi su un’isola selvaggia senza mezzi di sostentamento. Dopo la permanenza a stretto contatto con la natura e con i suoi criteri di selezione, che possono apparire brutali a primo impatto, Edward e Alphonse comprendono il senso della frase: “tutto” è il mondo (o, allargando gli orizzonti, l’universo) e “uno” è ogni singolo essere vivente.

Viene espressa quindi una interpretazione della realtà unitaria, che vede l’universo come essenza singola e dipendente inderogabilmente da ogni piccolo tassello che lo compone.

Il “tutto” di Fullmetal Alchemist: Brotherhood è un grande flusso ciclico assimilabile alla figura dell’uroboro, antico simbolo ritraente un rettile che si morde la coda, creando così un ciclo che si richiude su sé stesso (non è un caso che l’uroboro appaia tutt’altro che sporadicamente nell’intero anime).

Tale figura, e il significato che le viene attribuito in Fullmetal Alchemist: Brotherhood (associandola alla frase: uno è tutto, tutto è uno), è un chiaro riferimento  a Chrysopoeia, uno scritto di alchimia risalente al II secolo d.C.. Questo manufatto, scritto da un’alchimista egiziana di nome Cleopatra, tratta il tema della fabbricazione dell’oro, e in esso è rappresentato il simbolo dell’uroboro, con al centro una scritta: Uno il Tutto.

Inoltre, la natura ciclica che questo simbolo suggerisce può riferirsi anche al tempo, trattato da questo punto di vista in vari film, tra cui Predestination.

L’universo, secondo questa visione, è una continua alternanza di scomposizione e ricomposizione: dalla morte di un qualsiasi essere vivente consegue un contributo allo sviluppo o alla nascita di un secondo essere vivente.

“Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla. Per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore. In alchimia è chiamato il principio dello scambio equivalente”

 

L’energia necessaria per andare a comporre una realtà fisica deve necessariamente essere richiesta, e può essere ottenuta solo dalla scomposizione di un’altra realtà fisica. Il concetto, che già intuitivamente appare ben saldo, può trovare ulteriore riscontro anche al di fuori dell’universo fantastico di Fullmetal Alchemist: Brotherhood, nella nozione scientifica di entropia.
La scienza infatti afferma che l’entropia è il grado di disordine di un sistema fisico e, per qualsiasi processo naturalmente spontaneo, si avrà un aumento di tale disordine; viceversa, ogni processo che prevede una diminuzione di disordine, non sarà mai spontaneo, ma avrà bisogno di una certa quantità di energia per far verificare un assetto ordinato.

Tornando all’anime, la costituzione e la nascita di un organismo vivente o la resurrezione di un defunto, richiedono quindi il sacrificio di un’altra vita. Questo è ciò che Edward e Alphonse si trovano a dover amaramente accettare nella loro ricerca della pietra filosofale, volta a poter arginare il principio dello scambio equivalente.

Fullmetal Alchemist

 

L’oggetto leggendario, in grado di rendere alchemicamente possibile l’impossibile (come ad esempio resuscitare i morti), richiede infatti il sacrificio di vite umane per essere plasmato.

Fullmetal Alchemist: Brotherhood, secondo la sua filosofia, si fa così portatore di una pesante morale: non si può contrastare l’inevitabilità di certi avvenimenti, a cambiare può essere solo il bersaglio di un determinato destino, non l’avverarsi del destino stesso.

Il destino in questione colpisce il “tutto” come essenza unica e gli effetti si abbattono su un particolare “uno” solo come conseguenza. Ogni singola cellula di un organismo può essere il punto di partenza di una crescita o una malattia dell’essere vivente, nonchè il primo promotore per l’avverarsi degli eventi. Così, ogni componente dell’universo, si trova suo malgrado a essere l’obiettivo indiretto del fato, nonostante esso sia effettivamente collegato al “tutto”.

Quello che sorge spontaneo chiedersi, e che infatti l’uomo si chiede fin dalla notte dei tempi, è se questo mutamento sia collegato o meno a un atto di volontà superiore, piuttosto che a un inspiegabile caso, che mancherebbe apparentemente di una sensata causalità.

Sono stati dati molti appellativi a questa ipotizzata volontà superiore in grado di trascendere dalle concezioni che caratterizzano l’uomo e, a parte il pensiero che questa realtà possa prevedere una pluralità suddivisiva o non farlo, il concetto è sempre stato espresso con un’unica espressione: Dio (o divinità).

Anche Fullmetal Alchemist: Brotherhood prova a dare una natura caratterizzante a un’entità che gestisce ogni cosa. La Verità (questo è il nome dato all’entità) viene rappresentata come una piccola figura umanoide priva di lineamenti fisici caratteristici, avvolta da un alone fumoso nero.

Fullmetal Alchemist

La Verità si beffa spesso dei comportamenti tenuti dai vari esseri mortali con cui ha a che fare, non come puro gesto di scherno, ma semplicemente come reazione consequenziale all’interfacciarsi con forme di vita che hanno un’idea distorta o totalmente errata del “grande flusso” e di come esso è impostato. Per comprenderne le ragioni basta pensare a come l’uomo, dalla sua posizione di superiorità, tende a comportarsi nei confronti degli insetti, esseri apparentemente piccoli e impotenti di fronte alla natura umana.

Edward e Alphonse, come tutti gli esseri umani, per la Verità non sono altro che quello che gli insetti sono per l’uomo. Il tentativo di riportare in vita la madre Trisha è visto, agli occhi dell’universo, come un inutile affanno che non porta a niente.

L’inevitabilità del destino dipende quindi da un rapporto di relativismo esistenziale con esseri dalla consapevolezza maggiormente sviluppata.

Da questa condizione di dipendenza assoluta viene dato così innesco a un ciclo interrogativo di paradossalità: da un lato, l’uomo è sbigottito nel solo pensare che, nonostante esista una presenza superiore a tutto, oltre essa vi è un infinito nulla dalla razionalità inconcepibile; dall’altro, è potenzialmente dubbioso nel dover pensare che la presenza in esame riesca da sola a occupare e conoscere l’infinito. Una risposta non c’è: le due opzioni sono fidarsi o non farlo, avere fede o non averla.

 

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