Roman Polanski – Quello che non sappiamo di noi stessi

Francesco Malgeri

Aprile 5, 2018

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[attenzione: contiene spoiler]

Quello che non so di lei – da una storia vera.

Già il titolo mette in chiaro le rinnovate ambizioni traspositive di Roman Polanski, il cui talento nel dar vita, luce e respiro a romanzi e racconti ne ha distinto l’intera carriera. In questo suo ultimo film, a venir indagata nel profondo sarà la vita di una scrittrice famosa, Delphine Deyreux (nata dalla penna di Delphine de Vigan ed interpretata da Emmanuelle Seigner), e del suo incontro con un’affascinante ammiratrice, Leila, una scrittrice fantasma (ovvero coloro che scrivono le autobiografie di persone famose) interpretata dalla meravigliosa Eva Green.

Polanski

Nella stessa tensione che ha caratterizzato i thriller capolavoro di Polanski, il rapporto tra le due donne si fa via via più contorto, indecifrabile; Delphine, in evidente stato di blocco creativo, accoglie Leila ad abitare in casa sua, e tra le due sembra nascere non più che una semplice amicizia: si confrontano sulle rispettive scritture, si danno consigli, si sostengono a vicenda. Fino a quando la controversa personalità della neo coinquilina non prende il sopravvento: l’ammirazione diventa ossessione, Leila si insinua nella vita di Delphine prendendone in mano i lacci e assumendone il controllo; e la scrittrice, inconsapevolmente, si ritrova rinchiusa nel suo appartamento, senza più legami con il mondo esterno, e con un unica prerogativa: scrivere, indagare gli ambienti più intimi del suo animo e dargli luce.

Una coercizione talmente inconsapevole da venire esaltata dalla stessa vittima, che acconsente a partire insieme alla volta di una casetta in montagna ancor più fuori dal mondo, per poter lavorare in maggior tranquillità. Nel viaggio in macchina verso la nuova destinazione, Delphine ha un’idea: incentrare il romanzo sulla vita di Leila e sui suoi racconti.

Polanski

Ed è lì che la protagonista si rende conto dell’ossessivo legame venutosi a creare tra lei e l’amica: un infortunio alla gamba ed una febbre improvvisa la costringono sempre di più in un unico ambiente, quella camera da letto che per molti aspetti ricorda la camera di prigionia nella quale giaceva James Caan in Misery non deve morire; Leila si insinua negli incubi della protagonista, un’inquietante aguzzina che non le darà respiro fin quando non avrà terminato il suo libro, un libro che la protagonista ha adesso paura di scrivere, per timore che Leila scopra quanto le riguardi. Imbottita di medicinali prescritti dall’amica, Delphine prova la fuga dalla prigionia in una notte piovosa, venendo quasi investita da un camion e cadendo in un fosso, svenuta. Il mattino dopo verrà ritrovata e portata all’ospedale: è il ritorno alla realtà, e di Leila si perde ogni traccia.

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Polanski non è certo nuovo a queste indagini sulla profondità dell’Io e sul tema dell’identità; tra le sue opere più celebri si registrano numerosi tratti in comune con il suo ultimo film: primo tra tutti, L’inquilino del terzo piano, del 1976. Come molteplici interpretazioni furono date al thriller ambientato a Parigi, lo stesso avviene per Quello che non so di lei: partendo dall’elemento razionale, accessibile a tutti, vediamo due personaggi (Trelkovski nel ’76, Delphine nel 2018) sull’orlo dell’esaurimento nervoso, paranoici e per questo vittime di allucinazioni che li inducono ad immaginarsi presenze in realtà assenti.

Polanski

Questa la primissima chiave di lettura: Leila non esiste, è un’immagine frutto della frustrazione di Delphine causata dall’incapacità di dar luce al suo nuovo libro. Il regista polacco ci mostra così come il labile equilibrio psichico dell’individuo possa crollare non appena senta gli occhi e i giudizi della società puntati dritti verso di lui (elemento sottolineato nella prima parte del film, con la scrittrice che riceve ingiuriose lettere anonime).

Tuttavia, continuando il parallelismo tra il capolavoro del ’76 e quest’ultima opera, ci si accorge che i punti chiave dei due film si toccano ad una profondità estremamente maggiore della “”semplice”” pazzia: è un’indagine sull’inafferrabilità dell’identità umana, nella sua continua fuga dal conformismo e dai canoni del mondo moderno tanto care a Polanski. Leila rappresenta la società, una società che non permette a Delphine di avere una qualunque vita al di fuori dei suoi libri e dalle emozioni che suscitano nei lettori. La protagonista è così obbligata a conformarsi a ciò che per il suo pubblico effettivamente rappresenta: un automa insensibile le cui uniche comparsate nel mondo reale devono essere al solo fine di firmare autografi.

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso. (L. Pirandello- Uno, Nessuno e Centomila)

E’ la fuga dell’individuo, la smaniosa necessità dell’Io di scindersi dall’immagine che proietta nella collettività; una fuga che sfocerà al di fuori degli schemi, e quindi, inevitabilmente, nella follia. Parentela con L’inquilino del terzo piano che si fa così estremamente più visibile, con in quel caso gli anziani padroni di casa a rappresentare la collettività della società moderna.

Polanski

Esiste anche una terza chiave di lettura, anche in questo caso molto ambiziosa, ed anche in questo caso legata al thriller del ’76: Delphine e Leila sono la stessa persona.

Per fuggire la sua irrimediabile solitudine (il suo unico rapporto è con un uomo che apparirà più dall’altro capo del telefono che al suo fianco), la scrittrice ha sentito il bisogno di crearsi un alter ego che in qualche modo desse voce al suo inconscio: è lei, Delphine, a tagliare i contatti col mondo esterno, è lei a rinchiudersi in montagna, è lei a riempirsi di medicinali, è lei e lei soltanto. E la volontà di raccontare la vita dell’amica nel suo nuovo libro non è che la volontà di raccontare la propria stessa vita: come si può evincere dalla controversa scena finale del film, che vede il suo nuovo lavoro firmato proprio da Leila, nonostante di lei non si abbiano più tracce.

Leggermente meno inquietante rispetto al finale de L’inquilino del terzo piano, nel quale in una tensione tremendamente intensa il protagonista (interpretato da Polanski) vede in sé stesso la causa di tutte le sue paranoie, come fosse tutto un gioco di specchi.

Polanski

Probabilmente non al livello dei capolavori del secolo scorso, ma comunque un film nel quale la firma di Roman Polanski è spesso più che visibile. Un regista talmente versatile da firmare opere apparentemente distaccate, da Chinatown al Pianista, da Rosemary’s Baby a Oliver Twist, da Repulsion a Carnage. E da L’inquilino del terzo piano a Quello che non so di lei, in una carriera che in ogni caso rimarrà indelebilmente impressa nel nostro immaginario.

 

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