I corti di Gabriele Mainetti – una nuova idea di cinema

Francesco Malgeri

Aprile 6, 2018

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18 aprile 2016. Alla cerimonia dei David di Donatello, Lo chiamavano Jeeg Robot fa strage di premi: miglior produzione, miglior montaggio e migliori performance recitative, con tutti e quattro gli attori che ricevono la statuetta; infine, ultimo ma non ultimo, il David al miglior regista esordiente, brandito con orgoglio da Gabriele Mainetti.

Mainetti

E non potrebbe essere altrimenti: in un movimento ancora incatenato alle gloriose tradizioni del secolo scorso, in perenne ombra dei colossali fasti della Commedia all’italiana, questo regista neanche quarantenne ha preso in mano la cinepresa e ha realizzato il sogno più ricorrente tra i giovani italiani appassionati di cinema: un film sui supereroi ambientato a Roma. Un grande successo di pubblico e critica, a contrastare lo scetticismo dilagante che per tutto lo scorso decennio si era soliti respirare intorno a progetti del genere, di stampo prettamente americano.

Ci sembra d’obbligo, se non altro per la sorpresa che suscitò in tutta Italia, indagare ciò che portò il giovane Mainetti a tirar fuori dal cilindro un soggetto tanto innovativo: da dove scaturì quest’idea, come ebbe modo di svilupparla così bene in un unico lungometraggio, e, soprattutto, come arrivò a dirigere attori come Claudio Santamaria e Luca Marinelli al suo esordio da regista? Le risposte sono da ricondursi alla cristallina predisposizione artistica del regista romano, che l’ha portato ad apparire in veste di attore in varie fiction e serie TV degli anni 2000 e, soprattutto, a comporre diverse colonne sonore per documentari televisivi; tutto ciò va ad unirsi all’importante, qualitativamente e quantitativamente, auto produzione di corti cinematografici, nei quali il talento del regista romano già si mostrava nella sua purezza. Fin dai primissimi anni dello scorso decennio.

Mainetti

Pur essendo prematuro parlare di poetica, va sottolineato che i corti di Mainetti sono legati da un fil rouge più che visibile: il rilievo per la dimensione fantastica, sovrannaturale, quasi fiabesca è uno dei leitmotiv della sua produzione, attingendo a piene mani da un culto del fantastico che non solo già esiste, ma che è da sempre evidente agli occhi di tutti; in particolare, quello giapponese (com’è già alquanto palese nel film del 2016). La favola, quindi, come via d’uscita dall’avvilente monotonia dell’esistenza: in Ultima spiaggia del 2005 è un frigorifero, ovvero il simbolo del quotidiano, l’elettrodomestico inanimato presente in qualunque abitazione del mondo, a farsi portale verso quella fantastica dimensione.

Tuttavia, gran parte del suo successo nel mondo dei cortometraggi deriva da Basette, del 2008: un esperimento che condivide numerosissimi elementi con il pluripremiato lungometraggio. In primis, l’audacia di inserire un personaggio appartenente all’immaginario giapponese nello scenario poco accogliente dei sobborghi romani: se nel film si trattava di Jeeg Robot d’acciaio, nel corto il protagonista è Arsenio Lupin.

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Un cast di enorme spessore (Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Flavio Insinna, tra gli altri) veste i panni dei personaggi di uno degli anime più amati dal pubblico italiano, riuscendo non solo più che convincente, ma addirittura intrigante: i dettagli curati alla perfezione, dalla sigaretta di Jigen alle sorprendenti inquadrature, si inseriscono perfettamente nel quadro della Roma di periferia dipinto dal giovane regista, andando a creare una miscela innovativa ed estremamente efficace.

La consacrazione definitiva, che gli permetterà il salto al grande schermo, arriva con Tiger Boy (2012), nominato tra i primi dieci cortometraggi candidati al premio Oscar (pur non riuscendo, tuttavia, ad entrare in cinquina). Il tema del fiabesco è nuovamente al centro della storia, una storia d’infantile solitudine: protagonista un bambino, Matteo, apparentemente senza padre, trascurato, maltrattato e con un terribile segreto che non ha il coraggio di rivelare.

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Sua unica salvezza er Tigre, un wrestler romano che indossa la maschera di, appunto, una tigre. Matteo lo idolatra, prova le sue mosse, scappa di casa per vederlo combattere, ed indossa perennemente la sua maschera, urlando non appena qualcuno provi a togliergliela. Tra gli sguardi preoccupati della madre e le risate dei compagni di scuola, Matteo trova nel Tigre ed in ciò che rappresenta la sua unica ancora di salvezza: ci si aggrappa, per così dire, e sarà proprio la sua maschera a dargli il coraggio di combattere contro il suo umiliante segreto. Lo sconfiggerà, e troverà così la forza di mostrare nuovamente il suo viso al mondo.

Tematiche ed ispirazioni che confluiscono nel lungometraggio d’esordio, che rappresenta una sorta di sublimazione di quanto raccontato nei precedenti cortometraggi. D’obbligo nominarne un ultimo, successivo a Lo chiamavano Jeeg Robot: Ningyo (sirena), con protagonista Alessandro Borghi. La scuola cinematografica fa certamente un gran bene alla cinepresa di Mainetti, che in quest’ultimissimo lavoro unisce alla solita creatività una grande cura nella fotografia e nel montaggio, aspetti che appaiono decisamente evoluti e, se vogliamo, migliorati rispetto alle produzioni del decennio precedente. Con la favola, come sempre, al centro della trama.

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In un cinema italiano in pieno fermento creativo, il nome di Gabriele Mainetti occupa decisamente un posto d’alto rilievo nel panorama dei giovani registi. A riprova che i talenti sono presenti anche nel nostro paese: basterebbe semplicemente fermarsi un momento ed ascoltare per un attimo ciò che hanno da dire, senza enormi pretese, senza irraggiungibili aspettative. Solo così il nostro movimento potrà avvicinarsi ai fasti di una volta.

E dopo 4 anni, il regista romano è tornato al cinema con Freaks Out.

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