L’eterno luogo, irrazionale e fiabesco di Terry Gilliam – L’uomo che uccise Don Chisciotte

Francesco Malgeri

Settembre 30, 2018

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L’uomo che uccise Don Chisciotte

Gilliamesque“: così viene definito il cinema di Terry Gilliam, nella sua unicità, nel suo distacco completo da tutto ciò di catalogabile, classificabile, etichettabile.

Abbiamo avuto l’onore di assistere, grazie a M2 Pictures, all’anteprima, presso il Cinema Barberini, e alla successiva conferenza stampa, presso l’Hotel Bernini, dell’ultimo film del grande incantatore del cinema americano: L’uomo che uccise Don Chisciotte, a Roma.

Ennesimo manifesto di una poetica dell’immaginazione che saldamente si ricollega ai precedenti lavori del regista; forse meno prismatico, meno caleidoscopico, ma dal marchio assolutamente riconoscibile. Proviamo ad addentrarci, seppur cautamente, nella visione di Terry Gilliam, attraverso le sue stesse parole da noi fedelmente riportate.

Ma innanzitutto, di cosa parla L’uomo che uccise Don Chisciotte?

Parla di un giovane regista, perso nel caotico mondo della produzione cinematografica americana, che ritrova casualmente il dvd del suo primissimo film, intitolato proprio “Lo chiamavano Don Chisciotte”. Desideroso di respirare di nuovo l’atmosfera genuina e pura dei luoghi del suo primo lavoro, si reca nel villaggio dove il film fu girato, pochi chilometri a Nord di Madrid. Qui rincontra il vecchio attore, colui che interpretò Don Chisciotte; e lo ritrova convinto di essere egli stesso il protagonista del romanzo di Cervantes. Il giovane si ritrova così costretto a vestire i panni di Sancio Panza e a seguire l’anziano lunatico per astruse avventure tra le pianure spagnole.

Chisciotte
Adam Driver e Jonathan Pryce in una scena del film

La gioiosità del vecchio protagonista (interpretato dal feticcio principale del regista, Jonathan Pryce) riflette la gioiosità dello stesso Terry Gilliam, che a quasi ottant’anni e dopo quattordici film girati non intende abbandonare il mondo di Don Chisciotte: il mondo della favola, dell’impossibile che diventa possibile grazie all’immaginazione, alla fantasia.

La lavorazione di L’uomo che uccise Don Chisciotte, dettaglio da sottolineare, è durata la bellezza di diciotto anni, con molti attori figurati in lizza per il ruolo da protagonista (ottenuto alla fine dal talentuoso Adam Driver), numerose evoluzioni dell’idea iniziale e cambiamenti in fase di sceneggiatura. Per nostra fortuna, ha finalmente visto la luce nel 2018.

È una festa il cinema di Terry Gilliam, un monumento alla libertà del pensiero, della fantasia. Si dispiega tra labirinti fiabeschi, scenari distopici, proiezioni all’infinito. Il marchio gilliamesque è senza dubbio uno dei più riconoscibili, in questo senso. Un continuo incontro/scontro tra Chisciotte e Sancio, tra sogno e realtà.

Lo vediamo nelle peripezie surreali del protagonista di Brazil, nelle assurde e goliardiche sequenze animate da lui dirette per i Monty Python, nella rivalità fraterna di Matt Damon e del fu Heath Ledger ne I fratelli Grimm. Lo stesso Heath Ledger che compie la sua ultima apparizione in Parnassus nel 2009, film che arriva a sfidare la spietata realtà della morte con l’espediente della trasfigurazione del personaggio, il quale in assenza del defunto attore assume le sembianze di, a turno, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel.

Heath Ledger in Parnassus

Ciò è orgogliosamente confermato più volte dalle parole entusiaste di Terry Gilliam, che abbiamo l’onore di riportarvi in seguito.

Come si sente un sognatore come Terry Gilliam in questo momento in cui il cinema sembra essere più legato a un racconto del reale, un cinema che in questo momento è più Sancio Panza e molto meno Don Chisciotte?

Terry Gilliam

Non sono d’accordo. Io penso che i grandi film siano sempre basati sulla fantasia, senza alcun contatto con la realtà. Credo che il cinema sia in fondo il mondo dei sogni giovanili: ciò che interessa me è il conflitto, la lotta, la battaglia tra fantasia e realtà, ed è di questo che parla Don Chisciotte. Egli è il sognatore, il lunatico, mentre Sancio è il realista; il cinema è da sempre basato su questa duplicità, questo doppio sguardo. Nella maggior parte dei casi.

Si può dire, effettivamente, che ci sia del Chisciotte in ogni protagonista dei film di Gilliam, ma che al contempo Chisciotte sia il personaggio che più incarna la natura del regista. Altrove, sognante, perennemente proiettato oltre lo specchio di Parnassus che accede alla dimensione dell’immaginazione. Film, quello del 2009, che si ricollega in numerosi elementi a L’uomo che uccise Don Chisciotte; e noi della Settima Arte non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione:

Ho notato una continuità nel finale del Chisciotte con il finale di Parnassus, ovvero un riabbracciare, nonostante tutto, la dimensione dell’immaginario che corrisponde all’immortalità, all’infinito, mentre la razionalità corrisponde più volte alla morte. Volevo chiederle se al giorno d’oggi può ancora esistere un’immortalità nell’irrazionale, e cosa il suo cinema può rappresentare in questo senso.

Terry Gilliam

Tutto ciò che posso dire è che Don Chisciotte non muore mai, perché l’esperienza, la conoscenza lo tramanda. Fondamentalmente questo è quello che fa l’arte, noi non siamo mai del tutto originali, noi rubiamo, perché le idee sopravvivono nel tempo; Don Chisciotte continuerà a vivere, troverà sempre una nuova vita, una nuova voce, un nuovo modo per continuare a esistere. Io penso che esistano solamente sette storie; noi continuiamo a raccontare le stesse sette storie, non ce ne possono essere molte di più, la nostra vita non cambia più di tanto; semplicemente, le buone storie continuano a sopravvivere e andare avanti.

(interviene Nicola Pecorini, suo fedelissimo direttore della fotografia presente in sala):

Vorrei aggiungere che, ad esempio, sua moglie lo accusa di fare sempre lo stesso film (risate). E in un certo senso è vero, “Parnassus” si ricollega a Chisciotte non tanto nel finale quanto nel concetto stesso: l’ostinazione, la testardaggine di vivere la fantasia, di concepire la fantasia. L’invenzione, il racconto non morirà mai perché ci sarà sempre qualcuno, da qualche parte, che in questo momento lo sta raccontando. Fondamentalmente è lo stesso principio alla base di Chisciotte.

La stessa storia, dunque, che Gilliam racconta dagli anni Settanta e che ogni volta trova nuove forme per sorprenderci, per spingerci ad abbracciare il “gilliamesque”, l’infinito, l’altrove. L’arte, in tutto il suo potere.

E alla domanda sul perché il regista abbia così insistentemente portato avanti il progetto per quasi un ventennio, egli risponde:

Perché molte persone ragionevoli mi avevano detto di lasciar perdere. Ma io non credo nel ragionevole, io credo nell’irragionevole.

Altro da aggiungere?

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