I Drughi – Arancia meccanica, Il grande Lebowski e il nichilismo

Stefano D'Amico

21.06.2019

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Cosa lega Jeffrey «Drugo» Lebowski e i drughi di Alex DeLarge?

Soltanto il soprannome? Oh no, non credo proprio.

C’è molto più di Drugo nella banda dei drughi di quanto non si possa pensare.

Ma proviamo a spiegarci meglio.

Provate a immaginare una realtà che impone dei modelli di comportamento.

Una vita scandita da questi e da schemi mentali che individuano una morale collettiva alla quale aderire necessariamente e che prefigurano il rapporto metafisico da instaurare con l’ultraterreno.

Provate a immaginare che queste briglie assoggettino l’agire umano, la volontà del singolo, che rimane così inespressa e sovrastata dai percorsi già scritti dalla collettività per gli individui. Mortificata dal dovere raggiungere, sempre e comunque, una verità ultima che non lascia spazio alla possibilità di scelta.

Ecco, Jeffrey Lebowski e la banda di Alex DeLarge sono figli di un tipo di realtà così configurato.

L’uno disinteressato e noncurante, gli altri smaniosi e iperstimolati, condividono la consapevolezza della vacuità dei valori del loro tempo.

Hanno potuto vedere la cultura alla base della società in cui vivono in tutta la sua fallimentare decadenza. Sanno ormai che l’Uomo è schiavo dei valori che egli stesso ha individuato, se non addirittura forgiato.

Ed entrambi i personaggi costituiscono risposte diametralmente opposte al medesimo sentimento di rinnovamento.

Il grande Lebowski
Il Drugo in Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)

Drugo, I drughi e Nietzsche

La malattia del nostro tempo, del tempo di Lebowski e di DeLarge, è senza ombra di dubbio la perdita di significato da parte dei valori che, fin dagli albori, l’umanità ha assemblato per erigere il totem della morale collettiva. Chiaramente, non senza ripetuti smantellamenti e successivi rimodellamenti.

In ogni caso, il sistema culturale, come lo stesso Nietzsche preannunciava, è per i nostri due protagonisti ormai logoro, falso e ipocrita, privo di fondamento.

Alex e i drughi, stanchi di dovere sottostare al modello lavoro-famiglia e alla condizione di marginalizzazione sociale, non trovando posto all’interno di una società bigotta e ipocrita, interpretavano la propria esistenza nel segno dell’eccesso. i drughi tentavano di superare le barriere del buon costume e della morale.

Non riconoscevano nemmeno i più basilari principi dell’etica: prefigurare, in quanto sbagliata, la violenza, per esempio. Loro probabilmente non provavano nemmeno piacere nel trasgredire le regole.

Più verosimilmente, avevano abbandonato ogni contatto con la morale collettiva e, da buoni nichilisti quali erano divenuti, non ritenevano aprioristicamente sbagliato trasfondere violenza. Pardon, ultraviolenza.

Forse, prendendo un po’ troppo alla lettera il buon vecchio Nietzsche, avevano rinnegato totalmente lo spirito apollineo, ciò che c’è di razionale nell’Uomo, quel che conferisce forma a ciò che altrimenti sarebbe soltanto caos. E loro erano caos. Ah, se lo erano…

Arancia meccanica
Alex DeLarge e i drughi in Arancia meccanica di Stanley Kubrick (1971)


Avevano abbracciato il desiderio come un naufrago abbraccia una boa in mezzo al mare.

Credendo che l’intelaiatura delle regole e della morale fosse la vera artefice del disagio giovanile, si erano offerti completamente a Dioniso e allo spirito a lui dedicato, che alberga dentro ognuno, annichilendo così quello apollineo

Per usare le parole di qualcuno che non sia Nietzsche, avevano compiuto una trasfigurazione totale nel cosiddetto Homo homini lupus.

Le pulsioni avevano annientato definitivamente la razionalità e la disciplina, rendendo i drughi, con DeLarge in testa, degli esseri consacrati all’affermazione violenta della propria esistenza su tutte le altre. Liberando così la propria libertà dalle rigide catene di una società opprimente.

Tutt’altro si può dire, invece, per Jeffrey «Drugo» Lebowski…

Un originale così assorto nel proprio mondo, così noncurante dell’ambiente esterno da poter essere definito un individualista puro. Nello stesso momento, era in grado di digerire l’esistenza con noncuranza e con la massima disinvoltura di fronte ai problemi della vita. Era un pacifista, un mite e innocuo sbandato pacifista. Ma lui, come i drughi di Arancia Meccanica, era nient’altro che la conseguenza del disfacimento di un sistema di valori e di una cultura fondati sul nulla.

Il grande Lebowski
Drugo in Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)

Non che persone come, ad esempio, l’omonimo Mr. Lebowski, il milionario, non fossero in grado di percepire il proprio sistema culturale per quello che era, ossia corrotto sino al midollo; ma forse, semplicemente, persone come lui non erano capaci di ammetterlo.

Ad ogni modo, nel pandemonio di una struttura etica e di una morale in caduta libera, Drugo faceva un passo indietro. Non tentava di immergersi nel marasma della società e delle sue contraddizioni. Non pensava valesse la pena trovare un significato alla propria vita. Un nichilista (passivo) d’eccezione!

E probabilmente aveva ragione. A cosa servirà, poi, trovare un significato ultimo alla vita? La vita è semplicemente… vita.

Drugo si astraeva quotidianamente da questo peso, dal peso di cercare e trovare una verità definitiva, poiché lui era impegnato a vivere.

Ecco la ragione del suo atteggiamento rinunciatario nei confronti della società e dei cosiddetti valori: il Drugo, in realtà, nascondeva un fermo attaccamento alla vita terrena, a ciò che è stato chiamato con il nome di spirito dionisiaco.

Anche Lebowski, come DeLarge, ha ripudiato l’apollineo e abbracciato il dionisiaco.

Cercando anch’egli, seppure attraverso una soluzione differente, quella libertà e spontaneità che le regole e i rigidi modelli etici non avevano mai garantito.

La Volontà di potenza e la non-volontà

Ciò su cui si dividono, invece, i prodi DeLarge e Lebowski è la Volontà di potenza.

Nietzsche formalizzò questo concetto per esprimere una volontà di vivere fedele a se stessa, una volontà che non desidera ottenere qualcosa di definitivo, ma che desidera semplicemente volere. Poiché il desiderio è pulsione di rinnovamento.

Ed è così che, probabilmente, Alex e i drughi desideravano: avevano bisogno di desiderare per vivere e vivevano in funzione del desiderio. In un mondo decadente, per loro la violenza distruttiva aveva assunto le sembianze del tanto agognato rinnovamento dei valori. Trasvalutazione dei valori, direbbe il filosofo tedesco.

Arancia maccanica
Alex DeLarge e i drughi in Arancia meccanica di Stanley Kubrick (1971)

In questo modo, il peso della storia e della cultura, con i suoi dogmi e gli argini posti a contenere la forza creativa, era tutt’a un tratto svanito, evaporato tra un pestaggio e una violenza carnale.

Il dionisiaco si era espresso in tutta la sua potenza, consacrando la loro vita come momento creativo puro, senza mediazioni e, per questo, senza limiti alla creazione o alla distruzione.

Drugo invece no… non desiderava. O meglio, desiderava astenersi.

Quindi, in un certo qual modo, desiderava, ma non nella maniera che sottintende alla Volontà di potenza.

Lui non era guidato dalla pulsione del rinnovamento: esisteva lì e in quell’istante trovava tutto ciò che gli era sufficiente. Non cercava nuovi ideali o nuovi valori; la sua vita non era in divenire, ma realizzata in se stessa.

Lui portava con sé solo lo stretto necessario: il proprio buon senso. E ciò bastava a sostituire qualsivoglia valore, guida, etico o morale che fosse.

La non-volontà di Jeffrey «Drugo» Lebowski ricorda vagamente la noluntas formalizzata da Schopenhauer.

Giungeva in conseguenza dell’aver compreso che, effettivamente, la Volontà stessa rappresenta la miseria dell’Uomo, il quale risulta assoggettato a essa e da essa condotto, per l’intera vita, nient’altro che a desiderare e a non essere mai appagato.

Come senza ombra di dubbio accadeva per DeLarge e i suoi drughi.

La noluntas riconosce l’Uomo come entità guidata dal caos e il suo destino inevitabilmente segnato dal dolore e dalla sofferenza.

Per Schopenhauer, tale maledizione veniva spiegata dalla mancanza di un vero libero arbitrio, dalla condizione ineluttabile dell’Uomo, che risulta privo di un qualsiasi barlume di libertà.

Allora la non-volontà, come per gli asceti di matrice buddhista e induista, prende piede come unica salvezza. Essere trasparenti al desiderio, far si che la Volontà attraversi il corpo senza mettere radici, senza lasciarsi ancorare dai suoi infiniti tentacoli. Così da elevare la coscienza, condurla dalla miseria del caos sino a un più elevato grado di consapevolezza.

Il grande Lebowski
Drugo in Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)

Drugo aveva mai davvero compiuto questo cammino?

Non lo sapremo mai…

Ma ciò che ci è dato sapere, senza dubbio, è che Drugo sa aspettare.

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