L’Importanza di Essere Checco Zalone

Andrea Vailati

Gennaio 5, 2020

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L’Importanza di Essere Checco Zalone

«Entrando nel raggio della politica, il cittadino medio scende a un gradino inferiore di rendimento mentale. Ragiona e analizza in un modo che giudicherebbe infantile nella sfera dei suoi inteRessi concreti; il suo modo di ragionare diventa associativo e affettivo […] Ciò che più mi colpisce, e rappresenta per me il nocciolo del problema, è che vi si perda in modo così preoccupante il senso della realtà»

(Schumpeter, “Capitalismo, Socialismo, Democrazia”)

 

Così Schumpeter descriveva la mancanza di una volizione critica del soggetto contemporaneo in Capitalismo, Socialismo e Democrazia del 1942.

“Ragiona e analizza in un modo che giudicherebbe infantile nella sfera dei suoi interessi concreti“: siamo capaci di pensiero critico, se pure, solo dinnanzi alle nostre faccende personali, al nostro lavoro a cui dedichiamo dieci ore al giorno, alla necessità individualista di raggiungere successo, di evidenziarsi, di sopravvivere nella giungla del liberalismo e liberismo più degenerati.
Al massimo la famiglia, retaggio ancestrale non ancora del perduto, può essere capace di darci una minima soglia di empatia consapevole, ma per il resto “il suo modo di ragionare diventa associativo e affettivo” nel senso di impulsi non mediati da ragionamento, sinusoidi emotive inconsapevoli, senza continuità, associazionismi a ciò che dicono gli altri senza porsi quesiti, perdendo sempre più “il senso della realtà”.

    

«Quando provo ad immaginare in quale sembiante il dispotismo apparirà nel mondo, vedo una folla immensa di uomini, tutti simili ed eguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piaceri minuti e volgari di cui nutrono la loro anima. Ognuno di essi, considerato a sé. È come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici più vicini esauriscono per lui l’intera razza umana, e quanto al resto dei suoi concittadini egli è loro accanto ma non li vede, li tocca ma non li sente.»

(Tocqueville, “La Democrazia in America”)

Scriveva Tocqueville in La Democrazia in America del 1835-1840. Quasi duecento anni fa, il filosofo francese già ipotizzava la degenerazione più radicale:

«L’uomo vive solo in se stesso e per se stesso; e se è vero che gli resta ancora una famiglia, è, altresì vero che non ha più patria. Al di sopra di tutti questi si leva un potere immenso e provvidenziale che si preoccupa da solo di garantire i loro piaceri e che veglia sulla loro sorte: un potere assoluto, insinuante, regolatore, preveggente e tollerabile. Questo potere provvede al loro benessere ma esige di esserne il solo arbitro e l’unico agente: garantisce la sicurezza, prevede e soddisfa i bisogni, agevola i pensieri, dirige gli affari più importanti e le industrie, regola le successioni e divide le eredità: non può forse togliere anche la preoccupazione di pensare e la pena di vivere?»

(Tocqueville, “La Democrazia in America”)

Perché un esordio del genere in quest’articolo?
Per mostrare il fallimento del pensiero critico pubblico-sociale, di quanto un essere politico nel senso più aristotelico dello zoon politikon, un essere per il mondo nella costanza del saper essere presenti al mondo oltre che a se stessi, siano crollati miseramente.

La reazione a questo ha portato alle massime radicalizzazioni dei pensieri sopracitati: quell’associazionismo affettivo di Schumpeter è divenuto populismo qualunquista, licenzioso di dire senza sapere, fraintendente che la libertà di parola fosse un presupposto di conoscenza e non di arroganza sterile.
Il soggetto, che non ha più attività critica consapevole, segue i miti della propaganda più becera, come fu allora per l’Ebreo Marxista, sembra essere oggi per il migrante.
La complessità del pensiero occidentale riversa in una tecnicizzazione privatizzante, che sembra rendere il mondo pubblico, la polis divenuta cosmopolis qualcosa di banale, un giochetto di ragazzini che accusano quello diverso di essere causa di un qualcosa di tragicamente più complesso.

A questo, l’intelligentia italiana sembra non saper davvero aggiornarsi, non saper davvero esistere. Gli intellettuali, i maestri, soprattutto quelli aderenti a uno sguardo un tempo detto socialista, umanitario, verso l’eguaglianza, sembrano invece chiudersi in marginalizzazioni arroganti ed elitiste, distanti e reazionarie.

Nel mentre, nel mezzo, nella non-medietas della nostra contemporaneità, ecco sbucare Checco Zalone.
La maschera iperbolica del mediocre, simile forse nel senso comico a quella di fantozziana memoria, seppur assai diversa nella realizzazione e nel tempo della sua fama, è diventata il caso massimo di questa Italia.
Divertente, perché sa far ridere davvero tanto, tutti noi di noi stessi, del posto fisso, della doppia fila, della furbizia più becera, dei favoritismi e della pigrizia, Checco Zalone ha raggiunto numeri inauditi, impareggiabili.
Tragico per chi ci vede il fallimento totale di una cultura, geniale per chi vede la risata più brillante.

Poi, succede Tolo Tolo.
Impensabile che Checco Zalone faccia un film politico, ridicolo, proseguono i sostenitori della “cultura”, inferiore nella genialità simpatica, sostengono i fan di quell’ironia che forse non capiscono.
Ma chi ha ragione?
Assolutamente nessuno, nessuno di tutti noi.
Perché Checco Zalone è la necessità storica di un paese che non ha una cultura rinnovata da difendere, neanche un barlume. Coloro che sostengono l’anti-cultura di Zalone, che non accettano questo genere di cinema politico, spesso non guardano al tempo dell’oggi italiano, dove i film politici, al massimo, sono biografie quasi apologetiche di grandi personaggi, dove il capitalismo è talmente tanto rarefatto da non essere più riconoscibile in se stesso, ma solo pervadente tutta la nostra realtà.
È il tempo di film come Parasite, provenienti da un Oriente che oggi è nella massima espressione della creatività critica, non di Pasolini, non di Rossellini, non di Petri.

E Luca Medici lo sa.
Per questo, consapevole di essere il non-Autore italiano per eccellenza, l’uomo dei record, l’uomo che porterà decine di milioni di spettatori, egli raggiunge l’essenzialità totale, da due punti di vista, in due processi.

Il primo, è quello di sfruttare quel mediocre che racconta, per raccontare una fiaba senza speculazioni, un mediocre che scopre quel mondo che non conosce e che, per “associazionismo affettivo”, critica aprioristicamente. Così abbiamo un Checco Zalone che ha “le crisi di Fascismo” che, un po’ come la Candida, possono capitare a tutti; un Checco Zalone che continua imperterrito a non cogliere la gravità della situazione, la paragona alle tasse, pensa che l’Italia sia peggio dell’Africa; un Checco Zalone che non cambierà idea tramite un processo storico-filosofico, ma per amore della “Gnocca”.
E quanta sottile consapevolezza in questo percorso, in una sceneggiatura che capisce che non è il giornalista francese dalle frasi preimpostate, pseudo intellettuale affascinante che scappa alla prima occasione; e non sono neppure gli intellettuali che furono, perché se a Checco Zalone mostri Pasolini e Rossellini lui si rompe le balle. Ma è proprio l’emotività più primordiale, poetica nella sua essenzialissima capacità di arrivare a tutti, la “gnocca”, così come il bambino che persino un Checco Zalone non può impedire con il suo qualunquismo.

Il secondo, forse ancora più radicale e complementare al primo, è la totale ridicolizzazione del tema dell’immigrazione, della povertà, del terzo mondo. E non è mancanza di tatto, ma completa consapevolezza della follia delle iperboli del nostro tempo, della follia di aver reso il nero, caprio espiatorio di un fallimento totalmente del bianco, dell’Europa, del capitalismo antropologico. È a tal punto ridicolo che la più grande questione del 2019 sia se aiutare o meno le persone più in difficoltà, che Checco Zalone la rende estrema nel ridicolizzarla, facendo fare nuoto sincronizzano ai migranti che annegano, diventando Marry Poppins quando, nel finale, deve rispondere a una domanda che neanche dovrebbe esistere: come glielo spieghiamo ai bambini neri perché sono nati in Africa?
Non c’è un bel niente da spiegare, non ci dovrebbe essere ASSOLUTAMENTE niente da spiegare, per questo l’unica cosa che si può rispondere, è una clamorosa cazzata sulle cicogne.

Mi dispiace per voi, gente che voleva continuare a ridere senza capire di cosa ridesse davvero.
Mi dispiace per voi, nostalgici di una cultura che non conoscete nemmeno, o che non sapete guardare con gli occhi critici necessari ad aggiornarvi, a legarvi al mondo e al contingente odierno per poterlo combattere.
Mi dispiace per tutti, ma Checco Zalone è l’eroe che l’Italia merita e quello di cui ha clamorosamente bisogno, ma che non sarà capito, perché nessuno osserva prima di parlare, nessuno legge prima di commentare.

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