«La prima immagine ritornava sempre: la stanza rossa con le donne vestite di bianco. Succede che alcune immagini ritornino in modo ostinato, senza che io sappia cosa vogliono da me. Poi scompaiono, ritornano di nuovo e sembrano sempre le stesse».
(Ingmar Bergman, Immagini (Bilder))
Una serie d’immagini persistenti nella mente di un genio del cinema. Dopo il fallimento dell’opera precedente (L’adultera), Ingmar Bergman decide di partire da quelle suggestioni onnipresenti nella sua mente per dar vita a uno dei suoi massimi capolavori. Sublimi inquadrature fisse dall’esterno di una villa, un caldissimo rosso che avvolge totalmente l’immagine sullo schermo. Orologi che, dall’interno, scandiscono lunghe ore di veglia. Una donna malata, assistita dalle sorelle e da una governante.
Sfruttando quasi totalmente gli spazi di un ambiento unico, il maestro svedese regala l’ennesima riflessione sulla vita attraverso il proprio cinema.
Con difficoltà, Agnes inizia una nuova giornata, consapevole che la malattia, anche per oggi, non le concederà tregua. Ai grandi maestri sono sufficienti pochi minuti per caratterizzare fortemente un’idea, una poetica e uno stile cinematografico personale; il modo in cui Bergman sceglie di affrontare in Sussurri e Grida (1972) è quello di un’agonia vissuta con risentimenti e angosce indicibili.

Karin e Anna in Sussurri e grida di Ingmar Bergman (1972)
Sono pochi i film che lavorano così a fondo sull’introspezione femminile, su quella dimensione che cela repressioni familiari, sapientemente sottolineate dal rosso acceso della grande casa svedese. Non è la prima volta che accade nel cinema del maestro svedese: più di dieci anni prima, lo acclama un allora giovanissimo Truffaut che, nel 1958, in un articolo dal titolo Le nouveau “grand” du cinéma mondial Ingmar Bergman a dédié son œuvre aux femmes, lodava il lavoro di Bergman per la grande attenzione dedicata al punto di vista femminile, allo stesso modo dei grandi maestri come Jean Renoir e Max Ophuls.
Per realizzare queste intenzioni, Bergman sfrutta in maniera dominante la pratica dei primi piani, sempre ravvicinati e valorizzati al meglio da movimenti rapidi e sinuosi della macchina da presa, con un fare molto in voga tra i grandi maestri del tempo – ne sa qualcosa il nostro Sergio Leone. Quattro sensibilità, quattro donne diverse, coinvolte dalle dissolvenze in rosso che, ancora una volta, preludono periodicamente a differenti capitoli della loro vita, con il presente che fa riferimento ai lancinanti dolori di Agnes e all’inesistente comunicazione tra Maria e Karin. Gli intervalli cromatici sui volti delle protagoniste suggeriscono un passato intimamente legato al punto nevralgico del racconto, nel quale una rosa bianca evoca la morte e il tempo in cui, nel giardino della dimora, c’era ancora pace e solitudine.

Maria e David in Sussurri e grida di Ingmar Bergman (1972)
Con la solita mano sapiente, Bergman tratteggia le diverse sensibilità dell’animo femminile.
Troviamo la frigida Karin, incapace di essere soddisfatta del marito («è solo un insieme di bugie…») e di stabilire un rapporto affettuoso con Maria, sorella dal carattere farisaico e superficiale, smascherata dal monologo dell’amante allo specchio, medico di famiglia che la mette in guardia dai cambiamenti celati nel suo volto («un tempo guardavi tutto e tutti apertamente, senza crearti una maschera…»).
Tuttavia, le paure di quest’ultima sono tangibili non appena desidera una maggiore vicinanza con Karin: «quando mi aggiro in questa casa della nostra infanzia, dove tutto è insieme estraneo e familiare, ho l’impressione di camminare in un incubo». Riluttante, Karin vuole restare fedele alla sua insensibilità; dopo un teso confronto a tavola, le sorelle si riavvicineranno e le cose da dirsi verranno coperte dalle note di violoncello della Sarabande della Suite n. 5 di Bach. La sequenza della morte naturale che connota Sussurri e Grida è di un toccante ed estremo realismo, così come il sogno – ma lo è davvero? – della governante Anna, nel quale una forzata resurrezione coglie impreparate Karin e Maria, in uno dei momenti più struggenti dell’intera filmografia bergmaniana.
Ma Anna non ha paura e offre il proprio seno ad Agnes, inquadrata in una posa dal forte impatto sacrale. La governante è l’unica a occuparsi amorevolmente di Agnes e non è un caso che il recupero finale del suo diario coincida con il ricordo più felice di Sussurri e Grida: un epitaffio dolce e sereno, oltre a costituire la sola passeggiata in esterni delle quattro donne:
«Volevo aggrapparmi a quel momento e pensare: qualunque cosa accada, questa è la felicità. Non posso desiderare niente di più…».

Agnes e Anna in Sussurri e grida di Ingmar Bergman (1972)
Raccontato attraverso la sublime fotografia dalla bellezza illuminante del fidato genio Sven Nykvist — che riporta in auge lo stile del maestro Carl Th. Dreyer, utilizzando le diverse tonalità dei colori per suggerire i differenti stati emotivi —, le recitazioni prodigiose del quartetto femminile, composto dalle divine Liv Ullmann, Ingrid Thulin, Harriet Andersson e Kari Sylwan, le sfavillanti scenografie della fidata Marik Vos-Lundh — che vincerà un Oscar dodici anni dopo per Fanny e Alexander, altro capolavoro del maestro —, dialoghi che faranno scuola e una regia tecnica di altissimo livello, Sussurri e grida penetra nelle sospese memorie di una villa che si rivela un vero e proprio archetipo di incubi e tormenti universali, facendoci capire, una volta di più, perché Woody Allen, nel suo capolavoro Manhattan, ebbe a dire: «Bergman è l’unico genio del cinema d’oggi».




