Charlie Kaufman e l’Alterità

Michel Buraggi

Novembre 3, 2020

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Lotte: «Devo tornare indietro, Craig. Stare lì dentro mi ha fatto qualcosa. All’improvviso tutto aveva un senso. Sapevo chi ero».

Craig: «Tu non eri tu. Eri John Malkovich».

Lotte: «(ridacchiando)
Lo ero, non è così?
(urlando fuori dal finestrino)
Ero John fottuto Malkovich!
(ride, poi dice intensamente)
Riportami lì, Craig».

Charlie Kaufman è un genio.
Poche, pochissime carriere vantano una coerenza poetica come la sua, coerenza che arriva spesso a fondersi con la dedizione, con qualcosa che rasenta l’ossessione. Il cinema di Charlie Kaufman è studio dell’umano: non visto da fuori, non visto da dentro, ma vissuto attraverso la catarsi biunivoca dello sdoppiamento dell’Io.
Kaufman esplora la natura umana attraverso la crisi e il contrasto della persona con se stessa. I suoi personaggi affrontano tutti questa crisi, la attraversano, venendone a volte sopraffatti, a volte uscendone vincitori. L’introspezione di cui è capace è qualcosa di sorprendente, di fulminante, di disarmante.

Being John Malkovich, (Spike Jonze)

Quanto è umano Craig in Being John Malkovich (1999), nel suo essere un vigliacco, un debole, un inetto, e di conseguenza un fallito, un uomo debole, che non riesce a esprimere emozioni se non attraverso le sue marionette, e poi attraverso John Malkovich stesso? Eppure a Craig non serviva davvero John per emergere. Anche John è dovuto partire dal fondo nella sua nuova carriera di marionettista. John non era avvantaggiato, era solo “altro” da Craig.

Era una marionetta. Era Craig fuori da Craig, un involucro, niente di più, attraverso cui però di Craig è emersa la vera, vile natura.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind, (Michel Gondry)

E quanto è umano Joel, che corroso dal dolore per la perdita di Clementine arriva a farsi cancellare non solo i ricordi in cui lei è presente, ma anche buona parte della sua infanzia nel tentativo di nasconderla in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004)? Nel suo caso il contrasto con due se stessi non si concretizza fino alla fine della pellicola, quando la sua voce registrata dice il contrario di quello che il presente Joel, dalla memoria cancellata, prova per Clementine.

Ma lo spettatore invece conosce bene entrambe le storie, entrambi i Joel, entrambe le memorie. Ha visto la lotta per far sopravvivere anche solo il più piccolo dei ricordi, e conosce la verità; in parte lo spettatore conosce anche Clementine e la sua lotta, che nonostante tutto, nonostante il suo essere impulsiva, quella mattina del 13 febbraio va a Montauk.

Anche lei, evidentemente, ha lottato per far rimanere vivo il ricordo di Joel e il loro amore.

In modo parzialmente inverso si configura invece I’m Thinking of Ending Things (2020). La pellicola infatti, seppur svolgendosi nella mente del custode del liceo il cui nome possiamo supporre sia Jake, genera un universo completamente opposto a quello della mente di Joel. All’interno della narrazione i ricordi vengono mescolati con la fantasia, che in ogni modo cerca di creare l’amore, ma fallisce. Tra Lucy e Jake infatti le cose non vanno bene, lei vuole chiuderla lì. E così inizia una danza attraverso le situazioni e il tempo, durante la quale il Jake custode del liceo proverà in tutti i modi a far funzionare la sua fantasia d’amore, ma sempre senza successo.

La sua sarà una dualità diversa da quella di Joel, solamente interna, ideale, irrealizzabile, e una volta riconosciuta come tale, fatale. L’intera pellicola consiste quindi in una fantasia che darà modo a Kaufman di esplorare temi sempre a lui cari, come quello dell’impotenza di fronte allo scorrere del tempo, alla morte, al dolore.

Eppure, nonostante questi siano film assolutamente brillanti, il luogo in cui il genio di Kaufman emerge con tutta la sua imprevedibile potenza è quello di Adaptation. (2002) e Synecdoche, New York (2008).

Charlie Kaufman

Adaptation., (Spike Jonze)

La prima pellicola, diretta da Spike Jonze, è pura e semplice catarsi.
Kaufman racconta di sé e del suo blocco dello scrittore, si sdoppia creando così un alter ego interno al film, omonimo tra l’altro, che a sua volta si divide creando la figura del fratello gemello, Donald (tra l’altro citato nei crediti del film come co-sceneggiatore).

L’intera vicenda altro non è che la storia della creazione della sceneggiatura dello stesso film che si sta guardando, narrata dall’interno. Il contrasto diventa così duplice, in quanto ciò che prova il Charlie interpretato da Nicholas Cage nei momenti di sconforto e di blocco va a raccontare quelli reali del Charlie Kaufman scrittore di quella stessa scena, ma nel mondo reale.

Lo scontro diviene meta-filmico, la catarsi un modo di superare i momenti di blocco e di mancanza di ispirazione. Lo spettatore viene presto risucchiato in un racconto a metà tra l’autoanalitico e ciò che potrebbe probabilmente essere descritto come “il manuale della perfetta sceneggiatura”.

Charlie Kaufman

Synecdoche, New York, (Charlie Kaufman)

D’altra parte, Synecdoche, New York, il primo film di Kaufman come sceneggiatore e regista, è forse la sintesi perfetta di tutto ciò che è stato scritto sopra.
Questa pellicola diventa occasione per Kaufman di esprimere desideri repressi, paure, fobie, pensieri ricorrenti, esperienze passate e future come mai gli è stato possibile.

La storia di un regista teatrale geniale, ma solo, triste, ossessionato dalla morte, gli dà modo di urlare a pieni polmoni ciò che lo tormenta dentro, ciò che gli toglie il sonno, il suo vero Io.

E lo spettacolo che questo regista, Caden, vuole mettere in scena, uno spettacolo di un realismo e un’onestà brutale, diventa il mezzo attraverso cui Kaufman può esplorare i limiti dell’arte e della sua stessa poetica. Egli vuole rappresentare la realtà, quella vera, attraverso l’arte. Per fare ciò inizia a costruire un colossale set rappresentante New York, e gradualmente, in un processo della durata di anni, vi inserisce sempre più elementi autobiografici, fino a fondere completamente realtà e finzione, arrivando anche a invertirli.

A dimostrazione che Kaufman utilizzi questo film per spingere la sua poetica agli estremi basti questo semplice esempio: Caden, il personaggio “doppio” di Kaufman, assume per il suo spettacolo Sammy, un attore che lo interpreti, e che a tutti gli effetti diventi suo doppio, in quanto per la realizzazione dello spettacolo è necessario non recitare, ma diventare completamente il personaggio interpretato. Stando così però le cose, avendo Caden un Sammy, diventa poi necessario trovare un Sammy che interpreti Sammy che interpreti Caden che sia l’estensione catartica di Kaufman.

L’intera pellicola esplode quindi in questa serie di figure doppie a loro stesse, che permettono all’interpretato di vedersi riflesso nelle azioni e nei pensieri di un altro, esterno da sé, ma comunque identico.

Synecdoche, New York, (Charlie Kaufman)

Nella poetica di Kaufman vi è una profondità unica, raramente identificabile in opere di altri autori.
Attraverso di essa lo sceneggiatore e regista statunitense medita sulla natura umana e ricerca sempre di più un senso alla sua esistenza, al suo principio, alle sue dinamiche e spesso alla sua fine.
Charlie Kaufman è un genio, e le sue opere, così introspettive, così intelligenti e catartiche, ne sono la dimostrazione.

Leggi anche: Il finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind – Perché quel dialogo?

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