Romulus è la nuova serie HBO del momento, un prodotto nostrano diretto da Matteo Rovere. Già regista de Il Primo Re, Rovere torna nuovamente su quel soggetto mistico e mitologico che è la nascita della caput mundi: Roma.
«Tu regere imperio populos, Romane, memento:
[…] parcere subiectis, debellare superbos».(Virgilio, Eneide, Canto VI)
Nel bene e nel male, sono entrambi prodotti di cui essere fieri: trattano leggende del nostro passato con la dovuta perizia cinematografica; non sono esenti da difetti, ma riescono entrambe nel rendere l’idea delle atmosfere e delle figure protagoniste dell’alba di un futuro impero. Il tutto senza rinunciare a romanzamenti o morbosi tratti documentaristici che avrebbero penalizzato entrambe le opere: i nomi e i fatti riportati non sempre corrispondono a quelli “storici”, ma la struttura sottostante, lo spirito della fondazione permea le sceneggiature di film e serie tv.
Inoltre, è doveroso parlare di “storico” tra virgolette, poiché è fondamentale tenere presente che la storia di Romolo e Remo non è altro che una narrazione, creata e perpetrata da generazioni di latini così da garantirsi un passato e un’identità collettivi.
Esistono varianti del mito, figure storiche che possono dirsi effettivamente reali, ma l’attendibilità dei fatti non è diversa da quella di un racconto.
Le leggende tramandano non l’eredità di singoli individui, bensì di ideali, di istanze morali di cui gli eroi si fanno forieri e in cui un popolo si identifica. Romolo e Remo sono fantasmi etici alla base di una città che avrebbe cercato di diffondere nel mondo allora conosciuto, con le buone e con le cattive, il suo sistema di valori e credenze, la sua civiltà.
Matteo Rovere si è, effettivamente, fatto affiancare da un team di storici e periti in materia, con risultati sicuramente encomiabili.
I suoi due figli, la serie e il film, due fratelli di spirito, presentano molte differenze e altrettante affinità. Innanzitutto i protagonisti: ne’ Il Primo Re seguiamo le vicende degli effettivi Romolo e Remo; e così ci aspetteremmo da una serie che si intitola Romulus. Invece no.
La figura di Romolo, il primo re, non viene neanche menzionata all’interno della serie.
A riguardo di questa scelta, potrebbero esserci ragioni ben precise (non ancora svelate, tuttavia). Bisogna, però, procedere per gradi, a cominciare da ciò che differenzia il prodotto televisivo e quello cinematografico.

Remo (Alessandro Borghi) ne Il Primo Re (Matteo Rovere, 2019).
Romulus e Il Primo Re – Roma tra serialità e pellicola
Dall’VIII secolo avanti Cristo, probabile periodo della fondazione, nessuno si aspetterebbe un ambiente pulito, ordinato e civile.
Il Primo Re riesce subito a catapultarci in un contesto di fango, violenza e sporcizia.
Le popolazioni di quelle terre si erano organizzate in prototipi di civiltà, tuttavia ancora selvagge e poco legiferate; vi sono, inoltre, comunità rifugiatesi nei boschi e che vivono come belve. Il film segue l’odissea dei due fratelli in questo mondo ostile, fatto di asperità naturali e ferocia umana. Lentamente osserviamo la crescita e l’evoluzione di Remo (che la fa da padrone per tutta la pellicola) mentre protegge suo fratello, attraverso lo sporco e la pioggia. La regia di Rovere rende perfettamente il putridume e la sensazione di sangue, la desolazione degli uomini in un ambiente ostile, costretti alla sopravvivenza.
Romulus cerca di fare altrettanto, riuscendoci più nella seconda metà della serie.
Sicuramente un prodotto seriale deve gestire un budget differente in una maniera differente, senza considerare che non tutte le puntate sono state dirette, con ogni probabilità, dallo stesso Rovere (che comunque ha supervisionato l’intero progetto); tuttavia, è impossibile non notare un’artificiosità in più nei set e costumi di Romulus, che diventa davvero cruda solo verso la quinta puntata.
Oltre a queste differenze stilistiche, vi sono anche, in maniera quasi scontata, sceneggiature con strutture profondamente diverse.
Ne Il Primo Re assistiamo a un “viaggio dell’eroe” con una risoluzione particolarmente tragica, ma che vede comunque al centro della storia due sole figure. La serie HBO, invece, si articola tra intrighi, complotti e tradimenti da tragedia greca (anche se noi oggi parleremmo più di materia shakespeariana, ma anche Shakespeare da qualcuno deve aver preso). Osserviamo un contesto più “civilizzato”, con città riunite in una lega dai propri sovrani, incluse conseguenti alleanze e discordie. Abbiamo tre filoni narrativi che si incrociano sul finale, tutti e tre, inoltre, argutamente collegati a figure della “storia vera” sui protagonisti della fondazione di Roma.

Yemos (Andrea Arcangeli) in Romulus (Matteo Rovere, 2020).
Romulus e Il Primo Re – Il significato di Romolo
Il lavoro narrativo e scenografico di entrambi i prodotti, come si diceva, è encomiabile. Pur differenti nella realizzazione e nell’eventuale capacità di coinvolgere lo spettatore, serie tv e film si appropriano degli stilemi narrativi del mito stesso degli albori di Roma, cercando di convogliare i medesimi misteri e significati, seguiti dalle interpretazioni che avrebbero potuto dargli – e che effettivamente davano – gli uomini che li hanno concepiti in quei secoli remoti.
L’uomo dell’VIII secolo a.C. viveva in un mondo senza confini e senza regole, un mondo che non era riuscito a spiegarsi del tutto.
Sia Romolo e Remo, che Yemos, Wiros e Ilia (i tre personaggi principali della serie) devono confrontarsi con la sregolatezza e la ferocia della natura circostante. La foresta, sia nel film sia nella serie, è un luogo di perdizione, vasto come il cielo, sede delle creature selvagge e degli spettri. Questi ultimi, tuttavia, ci vengono mostrati chiaramente in entrambi i prodotti come esseri umani reietti e radunati in gruppi animaleschi che terrorizzavano i popoli delle comunità rurali più mansuete.
All’epoca non vi era una spiegazione per ogni cosa, pertanto la natura veniva divinizzata. Ciò che non si poteva comprendere intimoriva e diventava materia del soprannaturale.
Romolo e Remo si imbattono in questi esseri a metà tra l’uomo e la belva, temono la notte come entità malefica, ma sembrano quasi farne sempre più parte di quella violenza. Viceversa, Romulus riesce perfettamente a marcare un’ambiguità: i personaggi non possono fare a meno di credere nell’intervento divino, eppure (spoiler alert) non vediamo dio o dea alcuna nella serie; tutto quello che accade ha una spiegazione più o meno razionale. Spiegazione che noi spettatori possiamo abdurre, ma di cui non avremo mai conferma (così come del fatto che gli dei esistano in quel mondo narrativo).
In Romulus, Yemos e Wiros vengono rapiti e abbracciati dalla foresta e dalla selva, e rinascono. Metaforicamente è l’entrata in uno stato di dubbio e ricerca personale, che culmina in un’ascesa alla regalità e, nel caso di Yemos, persino alla civiltà.
Per Romolo e Remo ne’ Il Primo Re il discorso è similare: i due fratelli escono da una foresta e, in generale, da un percorso di avversità, cambiati, tragicamente pronti ad affrontarsi. Ci sono tante varianti e interpretazioni del mito, del perché i due alla fine si siano scontrati: tra queste, il confronto tra Natura e Uomo.
Molto probabilmente i romani leggevano la lotta dei due fratelli come lo scontro tra il lato più ferino e spietato dell’animo umano e quello più civilizzato e legiferato.
Roma era una capitale vessillo di istanze morali e edificanti, perciò vedeva nell’uccisione di Remo un sacrificio, una ferita rituale e catartica atta ad assurgere la gens romana come la più degna civiltà, voluta dagli dei, per dominare il mondo. La componente selvaggia veniva consacrata agli dei e così sublimata. L’uomo nel suo ordine e razionalità poteva così fondare la città che molti avrebbero amato, altrettanti temuto.

Remo (Alessandro Borghi) e Romolo (Alessio Lapice) ne Il Primo Re.
L’esito per Yemos e Wiros non sarà altrettanto tragico, ma questo è dovuto, probabilmente, al come il mito è stato adattato nella serie. Si badi: adattato, non trasposto.
Dal racconto “vero” sui fratelli sappiamo che loro sono figli di Silvia, a sua volta figlia di Numitore, re di Alba Longa, il cui regno fu però usurpato dal fratello Amulio. Questi tre personaggi figurano nella serie con leggere, ma fondamentali, variazioni.
La prima sta nel fatto che Silvia, nello sceneggiato, non concepisce Romolo e Remo, bensì Yemos e Enitos, anche loro due gemelli. Sono chiaramente due figure di richiamo ai fratelli della leggenda, tant’è che come la storia di Roma “inizia” con la morte di Remo, l’intreccio di Romulus parte con la morte di Enitos.
La morte, nei racconti di fondazione, sembra quasi necessaria alla vita.
L’altra nostra protagonista è Ilia, una vestale innamorata di Enitos che, sconvolta dal suo assassinio, rinuncia alla sua fedeltà per la dea Vesta e decide di consegnarsi alle braccia di Marte. Ora, questo passaggio è interessante: nel mito, Romolo e Remo sono figli di Silvia appunto (nome che, tra le altre cose, deriva non casualmente da “selva”, dalla foresta), come dicevamo; costei non era altro se non una vestale che fu profanata dal dio Marte, signore della guerra, e che in seguito concepì i due fratelli. Entrambi, ovviamente, erano una minaccia per il regno di Amulio, pertanto quest’ultimo li gettò in un fiume affinché li prendesse il suo corso; tuttavia, una lupa decise diversamente.
Anche Yemos e Wiros si imbattono in un clan di selvaggi che seguono una leader chiamata La Lupa. Sono quegli spettri di cui si parlava prima, esiliati dalla civiltà perché seguono usanze diverse, più vicine alla bestia; perché venerano una dea diversa: Rumia. La loro ferocia terrorizza gli abitanti delle città limitrofe, sono considerati fantasmi oscuri, nemmeno esseri umani.
Tuttavia, queste “creature”, questi nomadi, cercano solo una casa, un luogo cui appartenere, una città. Sono convinti che la loro dea li guiderà alla nascita della loro dimora (che prenderà il nome della divinità stessa): Roma.
Questa variante del mito che la serie traspone è interessante: infatti, Rumina (molto simile a Rumia) era una dea della religione romana che proteggeva le donne allattanti (rumis o ruma era parola arcaica per indicare la mammella d’un animale). Il suo tempio era ai piedi del Colle palatino, adiacente al fico ruminale, un albero di fico in cui si credeva che la fatidica lupa avesse allattato i fondatori di Roma: Romolo e Remo.

Tutto torna: i fratelli, i lupi, il nome. L’altra e ultima incognita che distingue la serie dal film e dalle versioni della leggenda è il titolo, Romulus.
Come si diceva, il personaggio della mitologia non figura nella serie. Vi sono due possibilità a riguardo: Romolo sarà il nome del figlio di Ilia, la vestale consacratasi a Marte così come la Silvia della storia. Oppure, romulus va inteso come aggettivo, ovvero “di Roma”, almeno secondo alcune fonti. In ogni caso non farlo mai apparire nella serie, o comunque non affibbiarlo a un personaggio, è una scelta intrigante.
Non è il nome del singolo a dare il nome alla città, ma la città, il concetto di Roma a plasmare i suoi “figli”.
Infine, ultima curiosità della serie: ogni parola della citazione di Virgilio a inizio articolo corrisponde al titolo di un episodio di Romulus. Si può tradurre con «tu, o Romano, ricorda di governare i popoli: risparmiare gli arresi e sconfiggere i ribelli».
In fondo, questo è il significato della figura di Romolo: un’idea che accomuni un’adunata di uomini senza una casa, senza una terra, senza un’identità. Tutti riuniti sotto un nome, un’appartenenza spirituale e ideologica, assai più forte di un qualunque legame di sangue.
In questo doveva consistere il cuore di Roma, il riunirsi di gente allo sbando per far fronte a un mondo ostile e violento. Roma sarebbe stata la civiltà, l’uguaglianza e la giustizia di fronte alle leggi, un luogo di occasioni e speranze per gli indifesi, i bisognosi, ma meritevoli.
Secondo la leggenda, si dice che Romolo, una volta costruita la città sul colle Palatino, invitò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a unirsi a lui con la promessa del diritto d’asilo. Questa visione del primo re è un concetto che sia il film sia la serie riescono a trasmettere; uno degli aspetti più evidenti e più forti che entrambi i prodotti hanno in comune è proprio rappresentare il disegno di quello che Roma fu, o comunque sarebbe dovuta essere.
Un’origine ambigua, una città di legge e uguaglianza che nasce da criminali, assassini, nomadi e selvaggi. Una città pericolosa, una città che il mondo allora conosciuto avrebbe presto iniziato a temere. La civiltà romana non nacque con Romolo o Remo, ma da ciò che la storia dei due fratelli rappresentava, e così la ripropongono Romulus e Il Primo Re. Fu un “semplice” racconto a radunare gente perduta e senza scopo e a renderla un regno glorioso, poi un impero, nel bene e nel male.




