Wim Wenders e Jack Kerouac – La trilogia della strada

Davide Ceccato

Dicembre 26, 2020

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Voliamo in Germania negli anni ’70 dove un regista tedesco chiamato Wim Wenders ha deciso di fare del tema del viaggio l’argomento base di un film che chiamerà: Alice nelle città (1974).

Seguito poi da Falso movimento (1975) e Nel corso del tempo (1976), i tre film andranno a formare La trilogia della strada.

Ci troviamo davanti a uno spettacolare Rüdiger Vogler, attore-feticcio del regista tedesco che ci presenta cosa succede all’interno di un corpo in spostamento verso altre mete.

Il viaggio viene vissuto e mostrato come ricerca di qualcosa che sentiamo ci spetti, come se ci stesse aspettando da qualche parte e a noi bastasse solo raggiungerlo, trovarlo. Sia ricerca visiva che ricerca nei meandri della nostra anima, della nostra mente che ha bisogno di essere pulita, spolverata da quegli acari che si formano su un oggetto che rimane fermo per troppo tempo.

Alla ricerca di un’ispirazione perduta, di un obbiettivo che fa da ponte tibetano tra noi e la felicità. Questo ponte così traballante, dondolante, che assomiglia più a una giostra, in cui ci teniamo con tutta la forza possibile alle corde per non cadere giù.

Come Wilhelm Meister in Falso movimento, in partenza per diventare uno scrittore, per vivere una Germania fuori dalla sua sfera che oramai gli sta stretta. Il film è liberamente ispirato a ispirato all’importante romanzo di Goethe Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister.

Wilhelm Meister: «Durante il viaggio volevo esplorare la mia anima».

In partenza per portarsi oltre, per portare la mente oltre le barriere di vetro che filtrano la luce del sole, di un mondo dove vagano anime irrequiete con le suole delle scarpe consumate.

Wenders mostra quest’ira causata dalla pesantezza di un posto che non appartiene più a Wilhelm, di muri impregnati di un passato che dev’essere raschiato via, dove rompe il vetro della finestra con un pugno che causa lo sgorgare del sangue sulle dita, dove l’unico rimedio per tamponare i tagli, l’unico cerotto è un biglietto di andata per Bonn, alla ricerca di un’identità.

Il treno si rivela fin da subito incubatore di novità, con la conoscenza casuale di una coppia di artisti di strada: Laertes e della giovane Mignon, che saranno due dei compagni di viaggio di Wilhelm, insieme all’aspirante poeta Peter e alla dolce Therese, che accarezzerà l’opaca rigidità dello scrittore.

Pensiamo a un mezzo di trasporto come il treno: esso è in fondo un concentrato di emozioni strabiliante. Nel lasso di tempo compreso tra la partenza e l’arrivo per percorrere una certa distanza, si può riuscire a odiare e a innamorarsi nello stesso momento. La vita può cambiare in un batter d’occhio solamente stando coricato sul sedile.

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Therese in “Falso movimento”

Il viaggio ci permette di conoscere le altre persone, di vivere gli altri e di esplorare altre prospettive, altre visioni della vita.

Il personaggio di Philip Winter, fotografo, in Alice nelle città entra in contatto con Alice, una bambina abbandonata che deve trovare la nonna. Alice è una bambina di nove anni con una visione del mondo naturalmente infantile, e per questo priva di filtri e di muri. Con la crescita e con il passaggio al mondo adulto spesso perdiamo quella che è “l’osservazione libera di ciò che ci circonda” perché tendiamo o tendono a fossilizzarci. Eppure, dai più giovani c’è sempre da imparare, da adottare quella visione fresca, nuova e progressista che li contraddistingue e che può renderci migliori.

Pure in quest’opera Wenders riporta il viaggio come ricerca dell’identità personale. Philip fotografa per trovare se stesso, fotografa per esistere. Gli viene fatto notare dalla mamma di Alice che le sue foto sono un vano tentativo di mostrare di “esserci”, di lasciare prove del suo passaggio. Questo lo porta a perdersi nel suo labirinto interiore in cui il filo da seguire si raggomitola sempre più, tornando nelle sue mani.

Ed è qui che un personaggio-cardine entra nella vita di Philip. Alice rappresenta la chiave per aprire nuove porte all’immaginazione, nuove vie di pensiero, alternative per riprendere in mano l’essenza della vita. L’assenza di limiti e di briglie nella dimensione dell’infanzia che espande la visione della realtà attraverso l’immaginazione. Il bisogno necessario della semplicità. La semplicità di una storia raccontata ad Alice prima di dormire, la semplicità nel giocare “all’impiccato” insieme.

Philip ha bisogno di Alice per tornare a quella tenerezza preziosa, a quella magia che gli permette di spegnere “la città con un soffio”, che Wenders ci mostra in una tenera scena. Per ritrovare la sua strada o almeno percorrerla con altri occhi.

trilogia della strada

Philip e Alice in “Alice nelle città”

Quella semplicità essenziale e quasi infantile che Wenders riporta in Nel corso del tempoRobert e Bruno creano uno spettacolo che si riduce alle loro ombre che giocano dietro un telo. La meraviglia negli occhi dei bambini che guardano e si divertono dimostra di quando il mondo sempre più alla ricerca della complessità paranoica di ogni cosa, abbia assoluto bisogno della genuinità.

Robert e Bruno in “Nel corso del tempo

Viaggiare fa venire a galla le fragilità, rende più vulnerabile e più sensibile. Ti getti a braccia aperte nel mondo e sei allo scoperto, sei nudo.

Viaggiando, diventi sempre più umano.

In Nel corso del tempo, tutto questo si fa sentire, e lo sentiamo così forte attraverso il silenzio.

Il film è costituito da pochi dialoghi e da molti momenti silenziosi. Parlano gli occhi, i gesti, gli zigomi, le rughe, le mani, le mimiche facciali. Comunicano i paesaggi, le persone così minuscole in questi paesaggi così grandi, così desolati. Parlano le immagini, le visioni. La bellezza dei momenti morti che rendono tutto più crudo, più reale.

Si intravede quell’alienazione tipica del cinema e della poetica di Antonioni. Quella malinconia che gira intorno ai personaggi, che si fissano tra loro, che si guardano. Lunghi momenti in cui loro camminano, viaggiano e cercano negli occhi dell’altro l’amore, il coraggio, il conforto per superare le difficoltà della vita, per superare una società che molto spesso schiaccia. L’importanza del linguaggio del corpo superiore alle parole, l’importanza del silenzio che caratterizza la gran parte delle nostre giornate, in cui lasciamo che parli la mente, in cui lasciamo che parli la nostra anima. I rumori dell’ambiente che ci circonda, che decorano le nostre emozioni.

Osserviamo Robert e Bruno nei loro momenti intimi, mentre adempiono alle loro funzioni biologiche, entriamo nella loro privacy e questa è una rottura di molti dogmi cinematografici, è una spinta verso la libertà, un rendere verità la finzione; è questo che un Viaggio (inteso sia come esperienza sia come viaggio cinematografico e narrativo) insegna.

Bruno è un proiezionista, sempre in viaggio su un camion, che raggiunge i cinema per riparare i proiettori. Durante questo viaggio incontra Robert, uno psico-linguista da poco separatosi dalla moglie. Robert tenta il suicidio gettandosi con la macchina dentro un lago da cui poi uscirà prima dell’affondamento per unirsi a Bruno.

I due protagonisti viaggiano insieme da un cinema all’altro, da un posto all’altro, condividono momenti di Silenzio. La quotidianità di una vita in viaggio tra schiuma da barba e riflessioni esistenziali.

Wim Wenders riprende il tema del viaggio come smarrimento e ricerca di se stessi, ma spesso il viaggio visto come fuga, come abbandonarsi alla casualità che speriamo ci porti consiglio, ci proietta davanti qualcosa di cui tante volte abbiamo paura e che, appunto attraverso il viaggio, vorremmo mettere da parte, la realtà.

Venire a patti con le nostre inquietudini, il ritorno del passato, le nostre paure che calciano in pancia e che vogliamo tenere buone. Lo spostamento che ci porta ad allontanarci dai problemi, in realtà a volte ti ci porta appresso.

In Falso movimento attraverso il personaggio di Laertes che viene scoperto ex-aguzzino nazista, riporta alla mente di Wilhelm le atrocità consumate durante la guerra. Che porta ad uno scatto d’ira verso il vecchio, immagine di una Germania che vuole rinascere dall’ oscurità che la sua storia ha portato.

Robert e Bruno in Nel corso del tempo durante lo scorrere della pellicola, piano piano mostrano le loro fragilità nascoste. Che la convivenza permanente nei giorni che passano, srotola.

Tornano a galla i desideri, il desiderio di Bruno di avere una donna, il desiderio di amare, il desiderio di essere meno solo, conseguenza del continuo spostamento che rende tutto occasionale e precario.

Robert tenta sempre di chiamare la moglie da ogni telefono, viene a contatto con il padre e con la sua incomunicabilità. Viene a patti con la sua vita in una dimensione che solo il viaggio permette.

Portando a maturità, a crescita e alla cosa più importante:  il cambiamento.

Robert: «Dobbiamo cambiare tutto».

Robert e Bruno in “Nel corso del tempo”

Molto presente, soprattutto in Falso movimento e in Nel corso del tempo, è l’atto di scrivere, di fissare gli stati d’animo su carta.

La scrittura è una componente importante di un viaggio. È un interrogatorio a se stessi, è un’ esperienza trascendentale, un resoconto di ciò che osservi e di ciò che senti. In fin dei conti ciò che diventi con il tempo.

Possiamo trovare un parallelismo tra la strada, così raccontata da Wim Wenders, con la strada di un altro grande autore, che ha visto in essa l’unico stimolo di vita e di celebrazione: quella raccontata dal guru della Beat generation, Jack Keourac con il romanzo On the road (1957).

viaggio

Jack Kerouac

«La strada è vita»

(Jack Kerouac, “On the road”)

Kerouac parla di come la libertà di movimento di un essere umano possa portare a uno stato d’essere che scavalca i normali codici imposti. Che “lo sbando”, propriamente detto, permette di toccare quella polpa dell’esistenza che vivendo confinato nella “propria normalità” non si toccherebbe mai.

Avete il coraggio di partire? Il coraggio di cambiare? Il coraggio di pensare al presente, di pensare a vivere in questo preciso istante. Perché tutto passa troppo in fretta e ci scorre davanti agli occhi mentre stiamo seduti a guardare.

Kerouac nei suoi romanzi racconta i suoi viaggi negli Stati Uniti. Il suo continuo migrare da un posto all’altro, macinando asfalto nel tentativo di riempire quel buco nero interno che lo tormenta, quel vuoto che doveva colmare.

La costante ricerca di un senso alla nostra esistenza, all’enigma della vita. Cercare la risposta, l’essenziale obbiettivo di ogni essere umano. Risposta frammentata in giro per il mondo, un mondo che deve essere percorso, senza ma e senza però.

La prosa dello scrittore che ricalca il ritmo frenetico del viaggio, quella frenesia veloce, di voler essere liberi, di volere rompere le catene, di scappare dagli schemi imposti. Una frenesia che si aggrappa al “Be-pop”, ramo stilistico della musica jazz, che con la sua velocità e foga dona quella liberazione, quella sensazione selvaggia che annulla la paura presente nelle opere di Wim Wenders.

La presenza della musica è importante sia nell’opera di Kerouac (autodefinitosi poeta-jazz per la sua “scrittura ritmata”), sia nell’opera di Wim Wenders dove la musica è essa stessa una compagna di viaggio, la più sincera, la più fidata.

In Kerouac si nascondono i personaggi di Wim Wenders, vittime della casualità di tutto, della precarietà di tutto e della continua evoluzione di tutto.

La trilogia della strada sembra nascere da una costola dell’opera dello scrittore americano. Quell’immaginario di vita alla ricerca della vita stessa, che si crea attraverso il nostro movimento e che porta al raggiungimento di una stabilità interiore, di pace, che sarà il punto di partenza dell’immaginario Hippie.

Tutti i personaggi di Wim Wenders affrontano uno stato d’animo frutto di un periodo di transizione, che li porta a spostarsi, ad affrontare un mondo fatto per essere visto. A scoprire la stranezza affascinante e meravigliosa delle persone che abitano la Terra. Non importa poi come andrà a finire il viaggio, perché comunque sarà germogliato qualcosa dentro di noi. Viaggiando non perdiamo tempo, sfidiamo la morte e ne abbiamo meno paura. Creiamo ricordi, che è tutto ciò che ci rimarrà quando l’ultimo granello di sabbia precipiterà sul pavimento di vetro.

Creiamo vita, scriviamo la nostra storia con una penna che spesso sarà scarica d’inchiostro ma che continuerà a scrivere, a scavare sulla carta per dare un senso alla frase.

Quella casualità magica e così affascinante che dilata il tempo e che partorisce la vita.

Noi scriviamo la nostra storia, noi siamo la nostra storia.

Uomo dell’incidente: «Eppure esiste solo la vita, la morte non esiste».

Leggi anche: Il cinema di Wim Wenders – Autore in cammino sulla strada del tempo tra cinema europeo e cinema americano

 

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