Il cinema di Wim Wenders – Autore in cammino sulla strada del tempo tra cinema europeo e cinema americano

Eugenio Grenna

Dicembre 10, 2020

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Wim Wenders, all’anagrafe Ernst Wilhelm Wenders, faceva parte di quel gruppo allora ristretto e circoscritto di registi esordienti, un po’ ribelli e un po’ intellettuali che si fece avanti improvvisamente nella Germania Occidentale nel periodo che andava dalla seconda metà degli anni ’60 fino a quello successivo.

Il cinema di Wim Wenders racconta il legame tra città, natura e uomini sempre in cammino sulla strada del tempo tra cinema europeo e americano

Wim Wenders

Registi ma anche veri e propri esponenti politici di un manifesto culturale e di una rivoluzione artistica denominata Der Neue Deutsche Film (Nuovo Cinema Tedesco).

L’obiettivo principale della corrente del Nuovo cinema tedesco consiste nel raggiungimento di un nuovo cinema assolutamente libero e dalle condizioni commerciali, culturali ed estetiche profondamente slegate dalle regole e dalle convenzioni di quel cinema tedesco sempre più in crisi e in conflitto con sé stesso.

Una corrente tanto artistica quanto politica, come lo fu anche diversi anni dopo l’ormai nota Dogma 95, questa volta in Danimarca, intorno alla fine degli anni ’90, cui aderirono registi allora minori e oggi di fama internazionale tra cui Lars Von Trier e Thomas Vinterberg.

Il cinema di Wim Wenders racconta il legame tra città, natura e uomini sempre in cammino sulla strada del tempo tra cinema europeo e americano

Wim Wenders Polaroids – Self Portrait

Tornando al Nuovo Cinema Tedesco e dunque a Wenders, si ha subito l’evidenza di una disciplina e un interesse spiccato di questo regista molto poco in linea con i suoi compagni di manifesto e rivoluzione.

Ciò che distingue infatti la ricerca artistica fortemente personale di Wim Wenders rispetto a quella di altri autori della stessa corrente tra cui Werner Herzog e Rainer Werner Fassbinder, è un inseguimento duraturo, seppur in continua trasformazione, di un modello cinematografico che riflette sul cinema, la musica, la pittura e sul significato profondo della ricerca sui temi del tempo e dello spazio, talvolta sconfinato, talvolta limitato.

Lo spazio è anche metafora di una condizione psicologica che Wenders indaga attraverso un’introspezione dettagliata e intimista.

Il cinema di Wim Wenders racconta il legame tra città, natura e uomini sempre in cammino sulla strada del tempo tra cinema europeo e americano

Estate in città (1970) – L’esordio di Wim Wenders

Quello di Wim Wenders è un cinema di immagini evocative e simboliche, di spazi infiniti e di volti in cui assume un’importanza centrale l’analisi del personaggio e quindi lo studio delle sue caratteristiche profonde, celate e spesso lontane. Caratteristiche e sensazioni sempre parcellizzate come piccolissime tracce sparpagliate sul cammino e lungo la strada.

Dunque, quello di Wenders, si può definire un cinema di personaggi e anime alla ricerca, nel corso del tempo e degli spazi di quel falso movimento rappresentato dalla libertà dentro lo stato delle cose della condizione umana nella sua quotidianità apparentemente colma di possibilità e stimoli.

Il cinema di Wim Wenders racconta il legame tra città, natura e uomini sempre in cammino sulla strada del tempo tra cinema europeo e americano

Alice nelle città (1973)

Wenders è uno di quei registi (se ne possono identificare pochi) che con le loro opere hanno contribuito e contribuiscono tutt’ora all’esaltazione e al tempo stesso alla sensibilità per l’ambiente, dunque alla sua protezione e valorizzazione.

Un grande amore per le città, le strade e la natura vive nel suo cinema.

Non vi è titolo all’interno della sua filmografia (così come non vi è personaggio) che non sia perfettamente (o, all’opposto, imperfettamente) in simbiosi o estraneo  ai luoghi che manifestano non soltanto la volontà di essere mostrati, ma anche e soprattutto quella di essere raccontati e confidati nei loro aspetti più intimi, radicati e cruciali.

Un autore che trasmette il senso dei luoghi, cogliendo la realtà più vera e profonda.

L’amico americano (1977)

Wenders è, come già anticipato nelle prime righe, un regista molto attento alla composizione armonica dell’inquadratura, nonché all’importanza dell’immagine.

Ciò è avvenuto probabilmente grazie al fatto che, durante i primi anni ebbe la fortuna di trovare un immediato e potente punto di riferimento, in grado di segnare da quel momento fino a oggi, tutta (o quasi) la sua filmografia, ossia la pittura.

L’immagine meravigliosa, nostalgica, malinconica, gelida e crudele consegnerà allo spettatore sempre e comunque una forma di sincerità e sensibilità.

Da qui deriva la passione per le città, la loro architettura e narrazione. A partire da Il cielo sopra Berlino (caso emblematico), in cui Wenders crea e muove i suoi personaggi in una città che non è città.

Paris, Texas (1984)

Piena di spazi vuoti, architetture mortifere e abbandono. Una vera e propria terra di nessuno e forse proprio per questo sorvegliata dagli angeli.

Diviene dunque centrale nella sua filmografia un’altra tematica: il rapporto tra l’uomo e la natura.

Le connessioni mentali e filosofiche tra individui e spazi che li ospitano.

Dalle stanze d’albergo, ai paesaggi più sconfinati e meravigliosi, fino ad abitazioni che come i loro proprietari sono ormai in via di abbattimento e molto lentamente stanno crollando in mille pezzi.

Il cielo sopra Berlino (1987)

Wim Wenders è un regista aperto verso il mondo che meglio di altri ha saputo trasformare sé stesso.

Da autore europeo e dunque inizialmente focalizzato su un solo modello di narrazione e collocazione, ad autore globale che fa suo qualsiasi spazio, ambiente, luogo o personaggio.

Un punto di svolta nel suo percorso, lo si può identificare con la sua peregrinazione verso il modello americano che cambiò e non cambiò il suo fare cinema.

Wim Wenders apre finestre sul mondo, inquadrandole con la sua macchina da presa fortemente intimista e sempre alla ricerca di un’umanità sensibile e sincera.

Fino alla fine del mondo (1991)

Torna il motivo delle finestre nel suo cinema, così come nella pittura.

Il legame artistico però non si lega solamente ad essa, ma anche alla pratica della scultura e più ancora alla figura dello scultore che modella, trasforma e lavora sul tempo e sul modo in cui esso in qualche modo si presenta e si abbatte inevitabilmente sugli uomini e dunque il destino.

Così come la finestra, il tempo torna come oggetto e lente d’analisi di molti titoli di Wenders dagli esordi a oggi. Dalla struttura narrativa e filmica dunque come puro escamotage di sceneggiatura, a vera e propria chiave d’interpretazione.

Il tempo che si lega alla strada, al viaggio intrapreso, accompagnato sempre e comunque da un uso talvolta anomalo e apparentemente illogico della musica, a uno più convenzionale o ancora a un altro fortemente ed estrosamente stilistico.

Ritorno alla vita (2015)

Wenders fa suo un uso della musica direttamente emozionale e ancora una volta intimista poiché solo grazie ad essa si può visualizzare realmente un sentimento, una città, un cambiamento, una trasformazione radicale o progressiva.

Vedere e sentire, sentire e vedere.

Dunque egli ci mostra non soltanto sensibilità ambientale, ma anche una molto più umana, emozionale e sentimentale.

Notevole, infine, la capacità di giungere dall’immagine (l’inquadratura) ai suoni, atmosfere e toni che le appartengono.

Submergence (2017)

Non è un caso infatti che Wenders da sempre sia non soltanto grande appassionato di fotografia, ma anche e soprattutto di pittura e più nello specifico di Edward Hopper.

Quest’ultimo, come noto, è un artista che se analizzato e studiato oggi sembra consegnarci una pittura fortemente cinematografica. Fatta di luoghi, sensazioni, caratterizzazioni umane e veri e propri suoni che si legano liberamente e naturalmente a ciascuno di questi elementi.

Portrait of Orleans – Edward Hopper – 1950

Wim Wenders, come il suo Travis di Paris, Texas, è un uomo in cammino sulla strada del tempo che sembra diretta, nonostante svolte improvvise, crolli rovinosi e scoperte meravigliose, ai luoghi dell’anima.

Leggi anche: Tokyo Ga – Wenders sulle tracce di Yasujiro Ozu

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