Il grande silenzio – Manifesto del western anti-epico

Eugenio Grenna

Febbraio 5, 2021

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Utah, 1898, palcoscenico de Il grande silenzio (1968). L’epoca della conquista del selvaggio west è ormai giunta a termine e con essa tutta una serie di questioni di legge e società, tra cui la violenza esaltata, tollerata e rispettata dei cacciatori di taglie a scapito delle loro vittime, talvolta innocenti o indotte a uccidere unicamente per difesa e sopravvivenza.

Sergio Corbucci avvia il suo western più atipico, violento e disperato a partire da queste due premesse, incrociando destini e volontà di individui molto differenti tra loro: Tigrero (Klaus Kinski) uno spietato e sadico cacciatore di taglie, Silenzio (Jean-Louis Trintignant), un mercenario solitario e muto, Pauline (Vonetta McGee) una vedova in cerca di vendetta e infine Pollycut (Luigi Pistilli), un banchiere senza scrupoli affamato di soldi e morte.

Una lettura de Il grande silenzio, film del 1968 scritto e diretto da Sergio Corbucci, centrata sulle scenografie di Riccardo Domenici.

Tigrero (Klaus Kinski) – Il temibile e sadico bounty killer

Quattro destini che si incrociano, bruciando lentamente per poi esplodere in una catarsi finale nient’affatto consolatoria, di cui Corbucci si serve per consegnare un messaggio piuttosto forte e per certi versi innovativo rispetto alla maggior parte degli Spaghetti Western del periodo.

L’eroe silenzioso e solitario del cinema western non è immortale, può morire se centrato dal nemico, perché come ognuno di noi ha una scadenza, oltre la quale è impossibile restare in vita.

Silenzio (Jean-Louis Trintignant) è però già morto ancor prima che il film cominci. La sua privazione (quella della parola) ci consegna un eroe solitario e zombie, che fa della sua incomunicabilità un’arma spaventosa e temuta. Non parla e non risponde.

Una lettura de Il grande silenzio, film del 1968 scritto e diretto da Sergio Corbucci, centrata sulle scenografie di Riccardo Domenici.

Silenzio (Jean-Louis Trintignant) – L’eroe silenzioso e solitario

Un messaggero silenzioso della morte che arranca nelle nevi per il raggiungimento di un ultimo obiettivo, che vede il suo svelamento soltanto nel finale del film. Un uomo stanco e rassegnato al pericolo e alla violenza. Un uomo che non ha più nulla da temere, privato.

Tigrero (Klaus Kinski) è invece il suo esatto opposto: sorridente, logorroico, sadico e violento. Un cacciatore di taglie che non risponde a niente e nessuno, se non a sé stesso, violando di fatto ogni legge e concessione dell’universo narrativo western.

Dunque Tigrero, come anche Silenzio, si presenta a noi non tanto come una semplice nemesi, ossia una figura nemica che, per il raggiungimento di uno scopo, mette i bastoni tra le ruote al personaggio principale, bensì come il male stesso.

Una lettura de Il grande silenzio, film del 1968 scritto e diretto da Sergio Corbucci, centrata sulle scenografie di Riccardo Domenici.

Tigrero (Klaus Kinski) – Caccia alla preda

Tigrero è il male, e torna attraverso questo personaggio de Il grande silenzio la riflessione che Corbucci si pone in molta della sua filmografia: può un individuo essere animato solamente dal male?

I fratelli Coen risponderanno meravigliosamente a questo quesito nel 2007, anno d’uscita di un vero e proprio capolavoro del cinema americano moderno: Non è un paese per vecchi.

Un film che consegna al pubblico (e quindi al cinema) un personaggio chiave e totalmente outsider rispetto ai canoni, Anton Chigurh (Javier Bardem). Un vero e proprio caso di individuo mosso dal male, affamato di morte e spinto soltanto da un’unica intenzione: uccidere.

Anton Chigurh (Javier Bardem) – Non è un paese per vecchi – Il male è sulla strada… e sta cercando te!

Ecco dunque l’incontro generato e interessato di Corbucci tra due individui simili, ma distanti tra loro – quali Silenzio e Tigrero – negli scenari innevati, desolati e pericolosi di un paesaggio mai visto fino a quel momento in un western, quello dello Utah invernale de Il grande silenzio.

Non è infatti un caso che Quentin Tarantino abbia scelto proprio quest’opera (insieme, certo, a molti altri autori e generi differenti) per modellare il suo penultimo film, The Hateful Eight del 2015.

Un film che si interessa al contrasto tra spazi aperti, ma dai limiti ben delineati e temibili, causati dall’impossibilità di vedere oltre per via della neve e della bufera, e poi spazi chiusi, caldi e all’apparenza confortanti, sfruttati in chiave decisamente più sadica e pericolosa.

Così come per The Hateful Eight, anche per questo anomalo e meraviglioso film western di Sergio Corbucci la scenografia si dimostra la vera e propria madre generatrice della narrazione e dunque dell’incubo della disperazione e della violenza incessante e dilagante che perseguita Silenzio, Tigrero e l’intera cittadina de Il grande silenzio.

The Hateful Eight – Quentin Tarantino: western e neve. Sulle tracce di Corbucci

Riccardo Domenici, l’ottimo scenografo de Il grande silenzio muove i suoi intenti proprio in questa direzione, ossia mostrando il contrasto tra spazi aperti sconfinati, ma terribilmente limitati e spazi chiusi apparentemente controllati e confortanti, quali diligenze, empori, alberghi e via dicendo.

Tutto questo per giungere a quella che è la chiave del film: il senso onnipresente d’angoscia mortifera, causato dalla claustrofobia e dalle limitazioni, prima della neve fin troppo copiosa degli esterni e poi dalle camere e stanze fin troppo ridotte e prive di nascondigli degli spazi interni.

Una scenografia, quella di Domenici, decisiva per il tono crepuscolare e nichilista del film di Corbucci, in cui la legge viene lasciata senza cavallo e senza viveri nel bel mezzo di una tormenta e in cui la violenza su donne e bambini può proseguire incessante senza che nessuno vi ponga rimedio.

Tigrero (Klaus Kinski) e Silenzio (Jean-Louis Trintgnant) – Scontro nella locanda

Nessuno, se non un viandante solitario dalle ore contate e dunque in attesa di una fine sempre più vicina e (forse) glorificante.

Il grande silenzio è un esempio perfetto di cinema western crepuscolare, disperato, tragicamente umano e nient’affatto epico. Ed è proprio questa sua volontà di privazione dell’epica ad averlo portato nel corso degli anni, e quindi attraverso la sua necessaria riscoperta, al raggiungimento della stessa.

Un’epica in forma nuova, che passa sotto silenzio, quasi negata, ma pur sempre presente nel trionfo della ferocia, della violenza e del nichilismo tipici dell’universo corbucciano.

Leggi anche: Tarantino, i Coen e il Western Postmoderno

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