Tarantino, i Coen e il Western Postmoderno

Matteo Melis

20.10.2020

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Nel nostro articolo dedicato al cinema western, ripercorrevamo tutte le tappe del genere del genere, dalla leggenda di Buffalo Bill e dalle lotte tra cowboy e nativi americani fino a Logan (2017) e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (2017), che ne risemantizzano e rovesciano l’epica. Nel periodo di massimo splendore, tra Ford e Leone, «i film western divennero sempre più eroici, sempre pieni di speranza e carichi di messaggi positivi», facendo sì che si affermasse un nuovo archetipo del grande film americano: un film ambientato sulla frontiera, popolato da biondi eroi, ma anche da malviventi disgraziati.

Come ogni genere cinematografico, anche il western si è evoluto, si è ramificato ed è stato investito dall’ondata di grandi idee che la tendenza postmoderna ha apportato alla settima arte. Nel corso di questa trasformazione, sono state intraprese diverse strade: c’è chi ha voluto emulare i fasti dell’epoca classica; qualcun altro, invece, ha attinto soltanto ad alcune tinte del genere per rivestirne la propria opera; poi ci sono coloro che hanno giocato con i suoi canoni e altri ancora che hanno intrecciato al western riflessioni profondamente autoriali.

The Hateful Eight

The Hateful Eight di Quentin Tarantino (2015)

Ci occuperemo delle ultime due evoluzioni che, a ben vedere, sono profondamente opposte: la prima è stata portata al suo apice da Quentin Tarantino, la seconda è stata concepita in modo straordinario da Joel e Ethan Coen. Stiamo parlando non solo di due dei più brillanti modi di concepire il cinema degli ultimi trent’anni, ma anche di due filmografie ricche di pellicole che mescolano, riscrivono e reinterpretano i generi cinematografici.

Il western secondo Quentin Tarantino

Più volte Tarantino ha eletto Il buono, il brutto, il cattivo (1966) a suo film preferito: questo è già un primo indizio da non trascurare. La passione dell’autore di Knoxville per il genere è nota e si manifesta fin da Le iene (1992), il suo fulminante esordio. Il film, infatti, è un heist movie (detto anche caper movie), ovvero una storia incentrata sull’organizzazione di un colpo grosso.

Questa particolare tipologia di storie deriva, a sua volta, da un filone che si affermò agli albori del cinema, nel quale veniva mostrato lo svolgersi di una rapina. Il più importante tra questi film, The Great Train Robbery (1903) di Edwin S. Porter, è considerato proprio il primo esempio di film western nella storia del cinema. Nel martellante susseguirsi di citazioni e influenze che caratterizza il cinema tarantiniano, tutto torna sempre, magicamente e matematicamente.

Le iene

Le iene di Quentin Tarantino (1992)

Tornando a Le iene, ritroviamo le tecniche, la ricerca del bottino, le pistole, le minacce e le sparatorie. Tarantino fa continuamente riferimento allo stile western nei suoi primi tre film, ovvero quelli che, insieme al film a episodi Four Rooms, da lui co-diretto, costituiscono il suo periodo pulp. Successivamente, l’influenza western è rimasta sempre presente nelle sue produzioni, ma per assistere a film pienamente appartenenti al genere dovremo aspettare il 2012, anno di uscita di Django Unchained.

Il film con protagonista Jamie Foxx è il primo del regista a portarci nel vecchio West, con un uomo che cowboy non è, ma che pian piano lo diventa, partendo dalla devastante condizione di schiavitù ed elevandosi fino a diventare «il negro su diecimila».

Django Unchained è un ottimo esempio di come Tarantino stravolga i canoni del western attraverso la creazione di personaggi quasi paradossali: da un cowboy afroamericano a cavallo a un dentista cacciatore di taglie, da uno schiavo razzista al bambinesco e inetto capo del Ku Klux Klan.

Nel suo settimo lungometraggio (Kill Bill è sempre da considerare un’unica opera), Tarantino mette in gioco tutta la sua vena dissacrante e il suo modo assurdo di comporre i pastiche. L’aggiunta di alcuni tra i dialoghi più memorabili della sua carriera e di scene d’azione decisamente sopra le righe fa da contorno a uno dei film più divertenti della carriera del regista e, senza ombra di dubbio, al più pop in assoluto.

Django Unchained

Django Unchained di Quentin Tarantino (2012)

Sulla stessa falsariga, ma in modo marcatamente diverso, si muove The Hateful Eight (2015), pellicola successiva e complementare rispetto a Django Unchained. Infatti, se la vicenda del cowboy con la «D» muta si sviluppa a ritmi elevati e su registri spesso da commedia, la trama che coinvolge le otto canaglie rinchiuse in mezzo alla neve lascia traspirare un’aura squisitamente più western.

Gli «otto piccoli indiani» di Tarantino si guardano storto, si ingannano, parlano con diffidenza e si prendono tutto il tempo necessario per assicurarsi di non essere imbrogliati dagli altri. The Hateful Eight è un progetto meno riuscito del predecessore dal punto di vista dell’intrattenimento, ma più suggestivo sul piano tecnico e delle atmosfere.

Ciò che colpisce di questa coppia di film è che nessuno dei due prevale nettamente sull’altro: Django Unchained garantisce divertimento puro, vivacità e alcune delle scene più potenti dell’ultimo Tarantino; dall’altra parte, The Hateful Eight mantiene alta la tensione, presenta colpi di scena imprevedibili e fa sì che si respiri un’atmosfera più vicina al western vero e proprio. Potremmo dire che nel primo dei due film Tarantino usa il western, mentre nel secondo tenta di farlo proprio. Entrambi diversi, ma nessuno dei due rappresenta la vera essenza del Quentin a cavallo.

Ringo: «Nella valigetta?».
Jules: «Il bucato sporco del mio capo».
Ringo: «Il tuo capo ti fa lavare il bucato?».
Jules: «Quando lo vuole pulito».
Ringo: «Sembra un lavoro di merda».
Jules: «Strano, stavo pensando la stessa cosa».

C’è un film che resta l’emblema del modo in cui Tarantino intende il western, del suo modo di rifarsi ai canoni del genere, di citarli da lontano e, al contempo, di mantenere inalterata l’anima. Quel film è Pulp Fiction (1994), nel quale compare il dialogo riportato poco sopra. Nel suo capolavoro, l’autore racconta di personaggi le cui vite si intrecciano, di fatalità, di eventi privi di una morale certa e di due protagonisti alla ricerca di una valigetta dal contenuto prezioso.

Senza cowboy né cavalli, in quello che lo stesso Tarantino ha definito «un western ambientato in città», l’autore di Knoxville riesce a esprimere tutta la sua vena creativa, quella che gli permette di rinnovarsi e di sconvolgerci film dopo film.

Pulp Fiction

Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994)

Il western secondo i fratelli Coen

Parlando di Joel e Ethan Coen, il discorso inevitabilmente cambia. Non solo per il loro modo differente di fare cinema, ma anche perché i due fratelli del Minnesota sono tra gli autori più eclettici e imprevedibili dell’intero panorama cinematografico contemporaneo. Se pensiamo a film come Fargo, L’Uomo che non c’era e Inside Llewin Davis, facciamo fatica ad associarli a un’unica mente, anzi, a due menti distinte, ma così affini da sembrare una sola. I Coen hanno mostrato una varietà e una fantasia vastissime e incarnano l’ideale dell’autore che trascende i generi pur di raccontare le proprie storie.

Così, i due fratelli utilizzano il western imprimendogli un senso di nostalgia, immergendoci in narrazioni a metà strada tra la malinconia e la rassegnazione e trasmettendo una sensibilità di cui il western è talvolta privo, ma comunicando, al contempo, il profondo nichilismo che da sempre è alla base delle loro riflessioni.

Per sensibilità, insomma, non si intende solo la presenza di emozioni, ma anche la capacità di porre l’accento sulla loro assenza. Rispetto a Tarantino, il modo in cui i Coen mettono in scena le storie del West è più in linea con il cinema contemporaneo, come dimostra l’uscita di film come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007), Revenant (2015), Hostiles (2017) e I fratelli Sisters (2018).

Il Grinta

Il Grinta dei fratelli Coen (2010)

Ciò non toglie che i western coeniani abbiano ottenuto successo e riconoscimenti in tutto il mondo. A differenza di Tarantino, i due fratelli hanno provato a misurarsi con un western capace di conservare e riprodurre i canoni tradizionali del genere: è il caso di Il Grinta (2010), che forse rappresenta l’opera meno riuscita tra quelle che analizziamo in questa sede. Il film con Jeff Bridges e Matt Damon presenta vasti paesaggi, storie di vendetta e lunghi viaggi, ma forse gli manca quella firma inconfondibile, vagamente disillusa, che i Coen imprimono quasi aprioristicamente a ognuna delle loro creazioni.

La Ballata di Buster Scruggs (2018) è un esempio di come si possa realizzare un western coinvolgente. Il film è una vera e propria ballata in sei atti, ciascuno indipendente dagli altri e, al contempo, parte di un ordito più ampio che non parla d’altro se non della morte. Come ci ricorda Seth MacFarlane strappandoci più di una risata, ci sono «un milione di modi per morire nel West»; in Buster Scruggs si muore accidentalmente, si muore per vendetta, si viene condannati a morte più volte, si muore soli; addirittura, si arriva a morire allegoricamente.

Il West, in questo caso, diventa solo un contesto e un veicolo attraverso cui esprimere riflessioni sulla fatalità, sull’incredibile sottigliezza del filo da cui pende la nostra esistenza.

La ballata di Buster Scruggs

La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen (2018)

Non siamo certo di fronte al cinema di Tarantino, dove il western è innanzitutto uno stile da sovvertire e le morti si accumulano una dopo l’altra senza particolari problemi, anche quando a morire non sono semplici comparse. Nel genere secondo i Coen, invece, prevale la paura di essere uccisi: si lotta fino alla fine per salvarsi e, al contempo, per realizzare i propri obiettivi.

Paradossalmente, è nel cinema di Tarantino che troviamo più spesso la figura dell’eroe: quel personaggio senza macchia che non teme di affrontare una sparatoria uno contro tutti e che sfida anche il più infame dei nemici per difendere i propri cari e i propri valori.

Carson Wells: «Hai una vaga idea di quanto tu sia pazzo?».
Anton Chigurh: «Parli della natura di questo discorso?».
Carson Wells: «Parlo della tua natura».

Nel western coeniano, invece, quei valori vengono meno, così come vengono meno gli eroi, con il loro coraggio e la loro deontologia. A questo punto, abbiamo già individuato il film che meglio rappresenta il genere secondo i due fratelli: Non è un Paese per Vecchi (2007), non soltanto uno dei migliori prodotti dell’intera filmografia coeniana, ma anche uno dei migliori western del ventunesimo secolo.

La trama del film premio Oscar, adattata fedelmente dal romanzo di Cormac McCarthy, aderisce perfettamente ai canoni del West: un uomo si imbatte fortuitamente in una valigetta piena di denaro, che un cinico psicopatico e un industriale invischiato nella malavita vogliono sottrargli. A completare la narrazione e a renderla così tremendamente malinconica è lo sceriffo Bell, che vive queste vicende soltanto attraverso i loro riverberi, costantemente in ritardo rispetto alla criminalità: affaticato, disilluso, intrappolato in uno stato di perenne stallo. Non esistono morali, non esistono paladini. Questo è l’universo narrato dai Coen.

Non è un paese per vecchi

Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen (2007)

Il western in città, il western del caso

Abbiamo visto come esistano profonde differenze tra il modo in cui Tarantino e Joel ed Ethan Coen concepiscano il western: se per il regista pulp è un genere a cui ispirarsi, per poi scardinarlo e rivestirlo del proprio stile frizzante e grottesco, per gli eclettici fratelli è un cinema che costituisce solo un mezzo per comunicare il proprio profondo nichilismo, attraverso la mestizia di alcuni personaggi e la noncurante cattiveria di altri.

Due aspetti, però, accomunano Pulp Fiction e Non è un Paese per Vecchi, i due film che abbiamo elevato a manifesti del modo in cui questi autori reinterpretano il western. Innanzitutto, la loro rielaborazione del genere ha abbandonato i vasti canyon e i villaggi di frontiera per spostarsi in città, in epoche quasi contemporanee: gli anni Ottanta per i Coen, gli anni Novanta per Tarantino.

La dimensione urbana serve a superare gli archetipi del Far West e a farci capire come non siano solo i cavalli, i cowboy e i deserti a fare del western un genere cinematografico affermato; anzi, ci fa intuire come il genere sia eterno e possa essere ambientato ovunque, perché, innanzitutto, parla di persone.

Inoltre, queste due perle evidenziano il modo in cui western e gangster movie siano connessi, ma al tempo stesso indipendenti. Di fatto, dal punto di vista stilistico, sia Pulp Fiction sia Non è un Paese per vecchi sembrano avvicinarsi maggiormente al gangster movie, ma abbiamo visto come la loro cifra narrativa resti profondamente legata a un cinema più classico e caro agli autori.

Pulp Fiction

Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994)

Infine, ecco il caso. È la filosofia del caso a governare le due opere: da una parte, quello di Pulp Fiction, in cui sembra impossibile distrarsi, persino andare in bagno, perché la catastrofe è sempre dietro l’angolo; dall’altra, quello di Non è un paese per vecchi, in cui assistiamo a una storia che sfugge al controllo di chi la vive, una vicenda nella quale la scheggia impazzita Anton Chigurh rappresenta una sorta di divinità che scavalca la legge, uccide senza battere ciglio e lancia una moneta per decidere se qualcuno vivrà o morirà.

Non più il West, ma la città. Non più il cowboy artefice del proprio destino, ma personaggi subordinati a un ordine degli eventi che sta al di sopra di loro. Al posto dei cavalli, le automobili; al posto dei duelli, i dialoghi emblematici. 

Tarantino e i Coen sono il simbolo del cinema che cambia. Eppure, restano la testimonianza che il western non morirà mai.

Leggi anche: C’era una volta il Western – Archetipi di un genere che divenne mito

Autore

  • Matteo Melis

    "Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità"
    (C. Sanders Peirce)

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