Con la collaborazione di Antonio Lamorte
Raccontarsi attraverso sé stessi (di Matteo Melis)
Se non fosse per la suddivisione in episodi slegati tra loro e per le particolari caratteristiche dell’ultima vicenda, La Ballata di Buster Scruggs non rappresenterebbe una novità nella filmografia dei fratelli Coen, che sembrerebbero adagiarsi sui propri capolavori precedenti anziché cercare nuove strade.
L’ultimo film dei registi del Minnesota è, infatti, un western ambientato nei loro beneamati Stati Uniti, che spazia dalle tinte comiche a quelle drammatiche nel giro di pochi minuti, avvalendosi della netta separazione tra le diverse vicende per ribaltare continuamente l’umore dello spettatore. Insomma, sai che novità, verrebbe da dire.
Invece La ballata di Buster Scruggs è un’opera variopinta e appassionante, che offre spunti di riflessione profondi attraverso il legame nascosto tra i sei episodi, accomunati dalla rappresentazione della morte in tutte le sue sfaccettature: da sorpresa si trasforma in destino, liberazione, strumento o beffa, fino a essere completamente idealizzata.

Per suscitare questa riflessione filosofica, i registi giocano con gli stereotipi del genere e dei personaggi, rendendo omaggio al western e inserendovi tutti i cliché del caso: la sparatoria, la rapina, i pellerossa, l’impiccagione, il viaggio in carovana e l’uomo sconosciuto che arriva all’improvviso. Elementi riproposti continuamente e messi in scena da personaggi che incarnano sentimenti ben precisi, destinati talvolta a incontrarsi e spesso a scontrarsi all’interno dell’antologia.
I Coen, dunque, raccontano sé stessi attraverso le passioni dei propri personaggi, immersi in conflitti dicotomici nei quali il vecchio lascia sempre spazio al nuovo che avanza e il destino dei protagonisti sembra inevitabilmente volgere al peggio, in una condizione verghiana che non prevede alcun riscatto. In questo contesto, la morte assume una connotazione livellatrice e pacificatrice, nonostante si manifesti nei modi più disparati.
Ogni novella dell’antologia presenta specificità proprie: non ci sono personaggi comuni tra un episodio e l’altro e, in ciascuno, i Coen cambiano stile di regia e montaggio, così come lo straordinario Bruno Delbonnel firma sei splendide fotografie, ciascuna dotata di una propria identità visiva. I primi cinque capitoli sono facilmente accostabili a uno o più film dei fratelli Coen, mentre l’ultimo merita un discorso a parte. Analizziamoli uno per uno.
The Ballad of Buster Scruggs (di Matteo Melis)
Buster Scruggs è uno scanzonato ed elegante cowboy che, con i suoi modi affabili e posati, rappresenta una vera e propria mosca bianca (come il suo abito) nella società del Vecchio West. Nonostante la sua cultura e la sua garbatezza, Scruggs è un criminale ricercatissimo in tutto il Paese: la sua fama di pistolero eccezionale lo precede, tanto che i nemici si allarmano spesso al solo sentire il suo nome. Questa trama potenzialmente cruenta ci viene presentata attraverso numeri musicali e brillanti interazioni tra il protagonista e la macchina da presa, dando vita a una narrazione a metà tra Il grande Lebowski e Ave, Cesare!.
Il simpatico Buster, interpretato da Tim Blake Nelson, giunto in una taverna, si rifiuta di giocare la mano del morto, ovvero le carte lasciate sul tavolo da un uomo appena freddato.

Alle pressioni degli avversari, il protagonista risponde sfoggiando la propria abilità di cowboy, provocando il suicidio del primo e battendo il secondo in un duello nel quale si permette addirittura di sparare dando le spalle all’avversario, avvalendosi di uno specchio. Ma sarà proprio un duello successivo a trasformarsi nell’ultimo di Buster, sconfitto da uno sconosciuto proveniente da una terra lontana, uno dei grandi leitmotiv del film.
Ecco che il nuovo si impone su ciò che esisteva prima, in modo rapido e incontrovertibile, privandoci del rapporto costruito con il pistolero e impedendoci di entrare in sintonia con il suo carnefice. La morte inaspettata del protagonista cela un invito degli autori a non dare mai per scontata alcuna difficoltà. Al contempo, però, per quanto si possa credere di essere i numeri uno, prima o poi arriverà qualcuno di migliore, destinato a spazzare via, in maniera inappellabile, il ricordo del proprio predecessore. L’ultimo atto del protagonista, un’ascesa al paradiso accompagnata dal canto, è un prezioso elemento che i Coen ci offrono in vista della conclusione del film.
Nessuna certezza: un colpo di pistola e un colpo di scena archiviano una novella che raccoglie in sé una moltitudine di elementi destinati a ripetersi nel corso dell’intera opera e che ci introduce, a ritmo altissimo, in un West atipico, spietato ma divertente, nel quale i cliché rappresentano, di fatto, l’unico appiglio in un’opera dalla filosofia incerta e imprevedibile.
Near Algodones (di Antonio Lamorte)
James Franco è un rapinatore. Nelle prime inquadrature che introducono il suo personaggio, abbiamo la sensazione di trovarci al cospetto di un uomo rude e tutto d’un pezzo, un abile calcolatore dalla mano lesta, in grado di prevedere qualsiasi mossa di chiunque gli si pari davanti. Tuttavia, grazie a quell’ironia così nera e sadica dei fratelli Coen, capiamo ben presto che il personaggio è l’esatto opposto dell’immagine che le inquadrature sembravano suggerirci.

Una serie di sfortunati avvenimenti, talvolta ai limiti del parossismo, coinvolgerà il nostro ladruncolo. In un primo momento, si troverà a fronteggiare il vecchio impiegato di banca, armato di doppiette e protetto da un’armatura di padelle, un escamotage molto simile a quello utilizzato dal personaggio di Eastwood in Per un pugno di dollari.
Riesce a scampare all’impiccagione grazie al provvidenziale intervento dei pellerossa, che sterminano gli uomini di legge pronti a giustiziarlo. Tuttavia, questi ultimi non si premurano affatto di liberarlo dalla sua scomoda posizione: si ritrova seduto sopra il suo cavallo, legato e con il cappio al collo, in una situazione precaria nella quale basterebbe un movimento di troppo dell’animale per farlo inevitabilmente strangolare dalla corda.
Ancora una volta, viene salvato da un mandriano di passaggio. O meglio, da quello che lui credeva essere un mandriano. In realtà, si tratta di un ladro di bestiame, che lo abbandona non appena scorge in lontananza alcuni uomini di legge al galoppo. Il nostro protagonista verrà nuovamente catturato, ma questa volta, purtroppo per lui, non ci sarà nessuno a salvarlo dalla sua sorte di impiccato.
La vicenda del secondo episodio, come suggerisce il titolo stesso, si svolge nei pressi di Algodones, nel Nuovo Messico. Non è un caso che i Coen abbiano deciso di dare risalto al luogo in cui si svolge la storia: è quasi l’ambiente stesso, infatti, a provocare le sfortune del nostro sventurato protagonista.
È inevitabile il confronto con H.I. McDunnough, protagonista di Arizona Junior, il secondo film dei fratelli Coen. Anche in quel caso, infatti, ci troviamo di fronte a uno scombinato rapinatore, continuamente catturato e incapace di redimersi. Anche in quel caso, la colpa sembra ricadere sull’ambiente, o meglio, sulla società; e anche in quel caso, il titolo del film contiene il nome del luogo in cui si svolge la vicenda.
Cosa resta da fare, dunque? Morire in questo modo, ovvero essere distrutti da qualcosa di più grande di noi, è inevitabile? I Coen, come mostrano in questo episodio, sembrano ridere sardonicamente di fronte allo sgretolamento dell’individuo dinanzi alla società.
Tuttavia, forse, esiste una soluzione. Questa soluzione ha un volto, quello di una giovane e bella ragazza, un viso innocente e incontaminato, da ammirare prima che lo schermo diventi nero, prima che la sentenza venga eseguita e la morte sopraggiunga. Un miraggio prima del buio.
Meal Ticket (di Matteo Melis)
In città c’è un nuovo spettacolo itinerante: Il Tordo Senza Ali. L’impresario, interpretato da Liam Neeson, organizza il monologo di Harry Melling, un attore privo di braccia e gambe. Se i primi spettacoli riscuotono un discreto successo, quelli successivi si trasformano in sonori fallimenti, complice anche l’arrivo del rigido inverno. Dopo un’esibizione che non ha fruttato alcun guadagno, l’impresario si imbatte in un uomo che si arricchisce grazie al suo pollo incredibilmente intelligente, in grado di compiere piccoli calcoli matematici, e decide di acquistarlo per farne il protagonista di un nuovo e promettente spettacolo.

Il tema scomodo della sostituzione torna a farsi sentire, dopo essere già emerso nel primo episodio. Il povero attore, nonostante le sue indubbie doti, non riesce più a garantire il sostentamento proprio e del suo datore di lavoro, mentre le espressioni del suo viso si fanno sempre più cupe, presagendo ciò che verrà. Non è un caso che l’artista concluda il suo lungo monologo con il celeberrimo discorso pronunciato da Lincoln a Gettysburg durante la guerra di secessione, nel quale si auspica che il governo del popolo, dal popolo e per il popolo non scompaia dalla Terra. Un’arringa che, alla sua prima esecuzione, risulta commovente e trionfale proprio alla luce delle condizioni del ragazzo, ma che, ripetuta sera dopo sera, assume una connotazione tragicomica, grazie all’impeccabile black humour coeniano.
All’unione patriottica e indomita evocata dal monologo fa da contraltare il rapporto anaffettivo tra i due protagonisti. Neeson non mostra altro che distacco nei confronti dell’artista: lo nutre in silenzio, non scambia con nemmeno uno sguardo d’intesa e lo tratta come un mero strumento di guadagno. L’utilitarismo che guida i silenzi e le azioni dei personaggi ci fa piombare nella crudeltà di Non è un paese per vecchi, nel quale il denaro trasforma i protagonisti in attori di una guerra senza quartiere che nemmeno Lincoln potrebbe risolvere.
Nella sequenza conclusiva, ecco allora emergere le tematiche più dure del racconto. L’impresario, dopo aver acquistato il pollo per il suo nuovo spettacolo, si ferma in un passo tra le montagne e ne saggia la profondità dell’acqua, mettendo implicitamente alla prova anche la propria moralità e sensibilità attraverso un gesto tanto semplice quanto rivelatore: lancia un sasso nel fiume. La morte, in questa straziante novella, arriva a camere spente, inespressa ma scontata, figlia dell’unico interesse che conta davvero: quello economico, altro tema ricorrente nell’universo dei Coen.
L’attore diventa così un martire, il simbolo della condizione dell’artista, osannato e poi gettato in un fiume senza gratitudine, dimenticato nel più buio dei cassetti. L’impresario si allontana sul proprio carro-teatro, destinato a proseguire il suo viaggio, mentre al posto dell’artista non rimane che un semplice pollo.
All Gold Canyon (di Antonio Lamorte)
Un vecchio cercatore d’oro, interpretato da un ottimo Tom Waits, arriva in un grande canyon. Non si tratta, però, di un luogo desertico e inospitale, come ci hanno abituato a immaginare i grandi classici del genere western. Grazie al magistrale uso della fotografia, al sapiente modo di inquadrare gli animali che popolano questo luogo e al perfetto montaggio iniziale, capiamo che siamo più vicini a una sorta di paradiso terrestre.
Ma, esattamente come nelle Sacre Scritture, con l’arrivo dell’uomo tutto si infrangerà. Gli animali, infatti, fuggono alla vista del vecchio cercatore d’oro, che diventa così il padrone assoluto di questo luogo. Ha inizio la sua missione: la spasmodica ricerca dell’oro. Un lavoro meticoloso e certosino, volto a far affiorare dalla terra incontaminata un luccichio prezioso.

La sua determinazione, incrollabile e indistruttibile, si trasforma sempre più in un’ossessione, che a sua volta sfocia in una sottile forma di follia. È la follia dell’uomo solitario, quella che spinge le persone a parlare da sole; una forma di pazzia forse ancora più articolata, la pazzia di chi perde ormai ogni contatto con la realtà, di chi sfida la natura e ne minaccia l’integrità pur di ottenere ricchezza.
E finalmente, quando il vecchio cercatore, ormai sempre più stanco, riesce a raggiungere il suo obbiettivo e portare alla luce un ricco filone d’oro, ecco che l’ombra della morte, sotto le sembianze dell’ennesimo uomo sconosciuto, si affaccia sui suoi sogni. Un giovane manigoldo gli spara alle spalle e si accende una sigaretta. La nuova generazione non differisce poi molto da quella precedente, a quanto pare. Il giovane, infatti, teneva da tempo il lavoro del vecchio, ma ha atteso l’ultimo momento, quello della scoperta dell’oro, per entrare in azione.
Qualcosa, però, non è andato secondo i piani del giovane. Il vecchio è ancora vivo e riesce a capovolgere la situazione in suo favore. E, a differenza del ragazzo giovane e impulsivo, non sbaglia il colpo decisivo: la morte cala così sulla vita del giovane furfante, vittima della sua stessa bramosia.
La bramosia è al centro di questo episodio. È lei ad aver ucciso il giovane, ed è sempre lei che stava per uccidere il vecchio cercatore d’oro, salvato soltanto dalla propria esperienza e dalla propria determinazione.
Questa volta, dunque, la morte proviene direttamente dall’animo umano, e questa inaspettata intimità della vicenda contrasta meravigliosamente con l’ambiente in cui si svolge. In questa circostanza, la natura sembra farsi spettatrice, quasi intimorita e disgustata dalla cattiveria dell’animo umano. La vita, florida e prospera, della natura si ritrae al sopraggiungere dell’uomo, portatore indiscusso di miseria morale e di morte. E, grazie a una fantastica ring composition, la vita torna a risplendere con i suoi suoni e i suoi colori una volta che il grande male che l’aveva contaminata scompare, portando con sé i frutti della sua malvagità.
The Gal Who Got Rattled (di Antonio Lamorte)
Una delle tante costanti del cinema dei fratelli Coen è il fattore economico che intercetta e compromette il sentimento. Era uno dei motori centrali di Fargo, solo per citarne uno, ed è presente in questo film, in modo ossessivo in questo episodio della loro antologia, che per ritmo, stile e personaggi ricorda anche Il Grinta.
Una giovane e timida donna, accompagnata da suo fratello e dal cane di lui, il presidente Pierce, parte con una carovana in direzione di un futuro incerto, con la debole speranza di trovare un marito e una comoda sistemazione.

Subito accade qualcosa che smorza ulteriormente il già debole animo della ragazza: suo fratello muore improvvisamente. Nel corso dell’episodio si tornerà spesso a parlare della figura del fratello, che verrà descritto come un uomo sostanzialmente buono, sempre pronto a dare consigli preziosi, ma che, tuttavia, ha sempre peccato di una certa ingenuità nell’approcciarsi ai problemi della vita. Questa debolezza intrinseca appartiene anche all’indole della nostra protagonista, che si ritrova abbandonata a se stessa, senza soldi e senza alcuna figura di riferimento.
Fortunatamente per lei, arriva in suo soccorso Billy Knapp, l’uomo che guida la carovana. Anche lui ha un sogno: porre fine a questa vita senza dimora, mettendo radici su un pezzo di terra tutto suo.
Sfrutta, quindi, la condizione piuttosto drammatica della donna con cui sta viaggiando: grazie a questo matrimonio, lei potrà ripagarlo per il viaggio e lui potrà finalmente ottenere il suo pezzo di terra. In una proposta di matrimonio che sembra più una proposta d’affari che un’esternazione di sentimenti emerge l’anima di questo episodio. Billy Knapp indubbiamente tiene alla giovane donna e lei, d’altra parte, è abbastanza infatuata di quest’uomo dal volto vissuto. Tuttavia, il loro matrimonio non nasce dall’amore: a lei conviene avere accanto un uomo forte, in grado di bilanciare la sua indole debole e insicura, mentre a lui conviene sposarla perché, in questo modo, potrebbe ottenere più terreno. Questa discrepanza, questa distorsione del sentimento, che esiste ma non è alla base di tutto, è il motivo che i Coen sfruttano per «condannare» questi due personaggi.
Entrano successivamente in gioco altri due fattori importanti nel cinema dei Coen: il destino e la sua feroce ingiustizia. Nonostante la disapprovazione morale che i registi sembrano nutrire nei confronti dei loro personaggi, si ha comunque la sensazione che questi due sconfitti dalla vita potrebbero, con il passare del tempo, imparare ad amarsi e dare libero sfogo ai propri sentimenti. Ma a impedire tutto questo ci pensa il destino.
Durante una sosta, infatti, la giovane donna si allontana troppo e si ritrova a dover fronteggiare, con l’aiuto del fedele compagno di viaggio di Billy, Mr. Arthur, un gruppo di indiani assetati di sangue.
Il destino mette la sua firma alla fine di questo sanguinario confronto: Mr. Arthur aveva caldamente consigliato alla giovane donna di spararsi nel caso in cui gli indiani avessero avuto la meglio. Questo non accade, ma, ciononostante, lei si toglie la vita, proprio quando la sua esistenza stava per trasformarsi in quella che aveva sempre desiderato.
È il retrogusto amaro che pervade le storie ideate dai Coen: persone che lottano con tutte le loro forze per conquistare qualcosa, ma che poi, spesso, vengono sconfitte e annientate dalla società, dalla natura umana stessa, o, come in questo caso, dal destino.
Attraverso questo episodio e il suo drammatico epilogo, il film riprende ancora una volta Non è un paese per vecchi, restituendoci quella sgradevole sensazione di smarrimento che conduce l’uomo, inteso come insieme di pulsioni, speranze e sentimenti, verso il completo annientato. Anche questa volta, quindi, non sembrano esserci molte speranze per il futuro e, ancora una volta, non c’è nessuno a cui attribuire la colpa, se non il destino stesso.
The Mortal Remains (di Matteo Melis)
Gli ultimi meravigliosi venticinque minuti de La ballata di Buster Scruggs, interamente dialogati, si distaccano dal resto del film, tingendosi di una tensione puramente emotiva che annulla il dinamismo e si trasforma in un’allegoria geniale.
Un inglese, un irlandese, un francese, una donna e un cacciatore vagabondo (un cosiddetto trapper) sono in viaggio a bordo di una diligenza diretta a Fort Morgan, senza possibilità di soste. I primi due seduti sono seduti da una parte, gli altri tre di fronte a loro. La vicenda, quindi, non può che svilupparsi attraverso un dialogo all’interno della carrozza, guidata da un cocchiere misterioso che non vediamo mai. La costruzione della sequenza omaggia classici come Le cinque chiavi del terrore e Dracula di Bram Stoker, fino ad arrivare a film moderni come The Hateful Eight, per la scelta dell’ambientazione, e Carnage, per le reazioni dei personaggi costretti in uno spazio chiuso. Moltissimi omaggi, tutti esterni alla filmografia dei Coen.

Il trapper introduce una considerazione filosofica secondo la quale tutte le persone sono uguali e tra loro non esiste differenza alcuna. La donna risponde appellandosi alla Bibbia e dividendo i giusti dai peccatori, mentre René, il francese ed ex professore di etica, sostiene che le persone sono opportuniste e agiscono a seconda delle situazioni. Queste prime riflessioni non fanno che aprire una porta secondaria sull’approccio di ciascuno alla morte, oscillando tra giustizia divina e uguaglianza di tutti di fronte alla fine.
La situazione precipita quando René mette in dubbio l’amore del marito della donna per lei, provocando una crisi in quest’ultima e spaventando i due passeggeri seduti accanto, che chiedono di fermarsi. L’inglese e l’irlandese, Thigpen e Clarence, non si allarmano, sicuri del fatto che la diligenza non farà soste. I due si rivelano essere cacciatori di taglie e l’atmosfera si incupisce lentamente, mentre gli altri tre cominciano a sospettare che le taglie potrebbero essere proprio sulle loro teste. Infatti, una volta arrivati a Fort Morgan, i tre si rimpallano a vicenda l’onere di scendere per primi. Ormai consapevoli della situazione, si dirigono infine verso l’ingresso dell’hotel, con le scale illuminate che forse conducono proprio là dove Buster Scruggs è andato all’inizio del film.
Con l’ultimo capitolo de La Ballata di Buster Scruggs, i Coen concettualizzano la morte attraverso un viaggio, avvalendosi del loro personale Caronte, Thigpen, e del suo assistente Clarence, un uomo dalle grandi doti, ma prostrato al servizio di un datore di lavoro davvero potente. In questa piccola parabola, la figura del traghettatore finisce per fondersi con quella della morte stessa, entrambe incarnate da un uomo elegante e dai tratti demoniaci. In un’antologia nella quale il fato e il caso guidano la vita dei protagonisti, quasi sempre conducendole a una fine nefasta, assistiamo a una rappresentazione della morte completamente diversa: imprevedibile, certo, e al tempo stesso inevitabile, ma non improvvisa né invisibile.
La morte, ora, ha un viso, un carattere e una voce. Interagisce con voi e, senza mai dirvelo apertamente, vi fa capire che ormai la fine è giunta.




