Cara Monica: una lettera d’amore a una diva mai dimenticata

Alessandra Savino

Novembre 3, 2021

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Cara Monica,


come stai? Non lo sai. Certo, ne è passato di tempo. Ti chiedi come sia possibile. Tanti anni, tanti capelli fa. Non ti fanno più male, mi dici. E cos’è che ti fa male oggi? Tutto. Niente. Ti sento ridere. La voce rauca ritorna bambina. Fumi ancora? No, figurati. A volte, dai. Ma che cambia poi? È sempre stato un gioco per te, ma un gioco serissimo. Proviamo a fare un salto indietro. Nel vuoto? Forse, ma insieme.


Ti è sempre piaciuto immaginare dei mondi alternativi, Maria Luisa. Lo facevi con i tuoi fratelli, non è vero? Facevi parlare dei burattini per distrarli dall’orrore della guerra. Ma non è mai stata soltanto una via di fuga, un’interpolazione, un diletto. Ti sentivi questa smania dentro, non sapevi darle né una forma né una direzione. Si acquietava solo su un palco, non importa se era quello di un salotto o di un teatro. E allora? Che facesti? Minacciasti la Silvio d’Amico che, se non ti avessero ammesso, avresti compiuto un gesto folle. La tua vita non ti apparteneva, era altrove, in questo altrove fatto di storie, di respiri, di lacrime, di risate. Fu un’esibizione più che convincente. Così ti diplomasti all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.

Ci voleva un battesimo. Cambiasti il tuo cognome da Ceciarelli a Vitti. Ci voleva anche un nome che suonasse più compatto, non altisonante, ma denso. Avevi appena finito di leggere un libro con una protagonista misteriosa: Monica.


Non eri altissima né formosa. Non eri una Loren, una Lollobrigida, una Cardinale. Quello che il cinema desiderava negli anni ’60 tu non lo eri. Eppure quegli occhi verdi magnetici, quelle lentiggini irriverenti, quel naso non proprio minuto, quelle labbra malinconiche stregarono Michelangelo. Antonioni, sì. Il tuo mentore, il tuo compagno. Da questo sodalizio arrivarono L’avventura, La notte, L’eclisse. A completare questo ciclo dell’incomunicabilità – incompreso e fischiato persino a Cannes – l’esistenza a colori di Giuliana, voce sincera e straziante della depressione e dell’insensatezza nel Deserto rosso. Quest’ultimo capolavoro divise definitivamente le vostre esistenze. Ma il viaggio e la passione erano la tua linfa. Dopo c’è stato Carlo di Palma. Sofisticato, carismatico. Ma l’amore con Roberto Russo è stato davvero quello antisismico. E dopo tante battute, ecco quella che vi ha unito fino in fondo, in Campidoglio.

Non ti sono mai piaciute le parentesi, i tempi sospesi. Però eri abituata ai silenzi di scena, agli intermezzi. Un costume, un’acconciatura, un minimo dettaglio ti allontanavano anni luce da Monica, da Maria Luisa, da Roma, da tutti. C’era solo il tuo personaggio, la sua dimensione, la sua parte di universo. Ti faceva ribollire il sangue entrare nella pelle di un’altra, parlare le sue parole, sentire le sue sensazioni. Eri brillante, una mina vagante, una fuoriclasse. Monicelli, Sordi, Risi, Mastroianni, Scola, Giannini, Proietti, Dorelli. Per loro eri un’invasata, una menade danzante. Quello che ti portavi dentro era un fuoco sacro.

Ma non inestinguibile, aggiungi. Sei un po’ stanca, desideri coricarti. Mi ringrazi per gli auguri. Ma, prima di salutarmi, mi chiedi confusamente che cosa si festeggi. I sogni, Monica. Quelli come i tuoi. I sogni che ci salvano la vita. Che ci fanno battere per renderla più degna. Che ci ricordano di essere volubili, passeggeri, umani.

Grazie.

Ritratto di Monica Vitti
Monica Vitti a Parigi nel 1973. Fotografia di Giancarlo Botti.

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