Io la conoscevo bene – Le mani bucate di Adriana

Alessandra Savino

Maggio 6, 2022

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«Non c’è nessuno che ti dia un fiore
Né una mano per le tue mani, mani bucate».

(Sergio Endrigo, Mani bucate)

Questi versi di Sergio Endrigo sembrano scritti apposta per Io la conoscevo bene. Precisi, semplici, melanconici. La canzone fa da sfondo a una delle scene del film, forse una delle più emblematiche, ma risuona in ogni incontro, in ogni gesto, in ogni sguardo perso di Adriana.

Nei suoi panni, o meglio, nella sua pelle ci entra una giovanissima Stefania Sandrelli (già due esperienze alle spalle con Pietro Germi), diretta da Antonio Pietrangeli e sostenuta magistralmente da Nino Manfredi e Ugo Tognazzi. Io la conoscevo bene, tre Nastri d’Argento e una Grolla d’Oro, è una commedia tragica che prova a tracciare, con inaspettata lungimiranza, un primo bilancio della noia e dell’alienazione dell’Italia della metà degli anni ’60.

Questo nuovo cinema, pregno di spirito e di personalità, inizia a registrare un fenomeno: la diffusione di una malattia tanto sottovalutata quanto mortale, la solitudine. Difatti, Io la conoscevo bene respira, come tutti i capolavori, di quegli slanci poetici rivelatori del senso vivo di un’epoca.

Adriana guarda trasognata Roma attraverso il vetro della sua finestra

Gli schermi di Adriana

La seguiamo dalle spiagge ai salotti, dalle decappottabili ai letti, dagli uffici ai cinema. Adriana può dirsi un’aspirante starletta, ma più di ogni altra cosa è la figlia di un paese assuefatto dal benessere economico. Durante la visione di Io la conoscevo bene ci accorgiamo molto presto del punto di vista filtrato della protagonista. Occhiali da sole, vetri, telecamere, fotografie. Ma come sono in realtà gli occhi di Adriana? Non quando si posano sulle cose, ma quando cercano dentro di lei. Qual è davvero la sua storia?

Ciascun personaggio nel suo cammino – adulatori, mascalzoni, pessimi consiglieri – si arroga il diritto di raccontarla, di possederla, di umiliarla. L’unico momento di riconciliazione, insieme al dialogo notturno con un pugile, è quello della visita alla sua famiglia nell’entroterra contadino toscano. Uno sprazzo di autoaccettazione? No, quel destino, che ha sempre fuggito, decide che non le apparterrà mai.

C’è un’inspiegabile malia che la irretisce, forse proprio quella sua voce interiore a lungo zittita. Insieme al suo cuore, al suo amore, costretti sempre a difendersi senza però sapere davvero da chi e da che cosa.

Io la conoscevo bene, opera magna di Antonio Pietrangeli, è il ritratto iconico di Adriana, giovane attrice sballottata nell'Italia del boom.
Antonio Pietrangeli, Stefania Sandrelli e Nino Manfredi sul set

Roberto: «Il fatto è che le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai. Le umiliazioni non le sente… Eppure, povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni… le scivola tutto addosso senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana. Per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati. Perciò vive minuto per minuto: prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività. Per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi. Con se stessa, mai».

Il mistero di Adriana in Io la conoscevo bene

Adriana si sente recintata in una terra di mezzo, scissa in due, in tre, in mille parti diverse. Gli stessi frammenti di un mondo-cantiere in costruzione, confuso, esaltato e altrettanto oscuro, viscido.

Anche se non sembra, Io la conoscevo bene è un film di resistenza. Adriana lotta come può contro la siccità di sentimenti da cui si vede attorniata. Lo fa con la leggerezza e l’ingenuità di un’adulta rimasta ancora bambina.

Spesso questa vuotezza è rappresentata anche dal paesaggio, brullo, spoglio, moderno. Tuttavia, c’è una scena in particolare in cui Adriana si rivolge direttamente a noi. Sta parlando al telefono, gioca con il filo, fa su e giù con i piedi, distesa. Per un attimo non c’è più il male gaze, non c’è più la quarta parete: eccola, l’illusione dell’illusione.

Io la conoscevo bene, opera magna di Antonio Pietrangeli, è il ritratto iconico di Adriana, giovane attrice sballottata nell'Italia del boom.
Adriana ci guarda e si guarda per la prima volta

Questo sguardo è l’anticamera dell’abisso. Di lì a poco, quel peso nelle sue mani, mani bucate, la porterà alla resa definitiva. Nessun rumore, nessun congedo. Adriana non si è mai conosciuta se non non nel mistero. A volte, però, il mistero può essere più trasparente della verità.

Di Io la conoscevo bene ci rimane un’immagine impressa: il volto di Adriana rigato di lacrime, come se fossero dei ruscelli dipinti con gli acquerelli.

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