Nostalgia – Il tragico nóstos di Mario Martone

Lorenzo Sascor

Giugno 8, 2022

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Nostalgia: da nóstos (ritorno) e algìa (dolore)

«La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non possiede». Nell’anno del suo centenario, viene rievocato Pier Paolo Pasolini in Nostalgia di Mario Martone, attraverso le parole che aprono il film. Alla luce della conclusione della pellicola è difficile capire come interpretare questo incipit. Si tratta forse di un ribaltamento, un’antifrasi, perché in questo film la nostalgia non diventa mai conoscenza, semmai annientamento.

Con Nostalgia Mario Martone adatta per il grande schermo l’omonimo romanzo di Ermanno Rea e torna in concorso al Festival di Cannes dopo L’amore molesto (1995).

A pochi mesi di distanza dall’uscita nelle sale di Qui rido io (2021), Martone torna a Napoli, in particolare nel Rione Sanità, già protagonista del suo Il sindaco del rione Sanità (2019), adattamento contemporaneo dell’opera di Eduardo De Filippo.

Mario Martone e Toni Servillo sul set di Qui rido io (2021)

Napoli, e in generale la Campania, sono protagonisti di gran parte della filmografia di Martone, un regista profondamente ancorato alla propria terra e che riversa il legame per il suo luogo natale anche nei suoi film. Nella filmografia di Martone il legame tra i personaggi e i luoghi che abitano è sempre molto forte, la relazione che un personaggio intreccia con la propria terra è parte fondamentale sia della caratterizzazione di quel personaggio sia della narrazione stessa.

Questa connessione tra personaggio e luogo assume spesso dei connotati politici, come avvenuto ad esempio, nel colossale Noi credevamo (2010) dove il racconto dell’Unità d’Italia diventa (o perlomeno prova a diventare) racconto universale, e in maniera anche più sottile in Capri – Revolution (2018), dove ideologie diverse si scontrano, coinvolgendo in prima persona il luogo che dà il titolo al film.

Ecco perché non si può pensare al cinema di Martone senza collocarlo in uno specifico luogo. Nostalgia è proprio l’espressione più pura di questo concetto, in quanto al centro del suo discorso c’è il ritorno, il nóstos, verso la propria terra d’origine.

«Né più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque…».

(Ugo Foscolo, A Zacinto)

Così scriveva Foscolo, parlando della sua amata Zacinto, rievocando Ulisse e il suo ritorno verso Itaca. In questo caso Ulisse è Felice, interpretato da Pierfrancesco Favino, per la prima volta al lavoro con Mario Martone. Favino regala come al solito una straordinaria interpretazione, vestendo i panni di un personaggio che in realtà contiene tanti caratteri diversi e che si trasforma notevolmente nel corso della pellicola.

Felice ha lasciato Napoli quando era molto giovane, ha vissuto prima in Medio Oriente e poi in Egitto e ha perso tutto ciò che lo legava a Napoli.

Pierfrancesco Favino e Mario Martone sul set del film (dal profilo Instagram di Elio Di Pace)

Dopo quarant’anni torna nella città in cui è nato, tocca nuovamente le sacre sponde della sua infanzia, e si ritrova di fronte a un luogo che non sembra essere cambiato. I ricordi della sua giovinezza riaffiorano, così come riaffiora l’immagine di Oreste, interpretato da Tommaso Ragno, suo amico fraterno che ha abbandonato tanti anni prima e che ora è diventato uno dei più temuti boss del Rione Sanità. Felice vuole incontrarlo, perché quarant’anni prima è successo qualcosa tra loro che deve essere risolto.

Nel corso del film tutti i personaggi diranno a Felice di andare via da Napoli, di tornare al Cairo, luogo dove ormai ha messo radici. Felice, però, vuole restare, la nostalgia lo trattiene a Napoli. In particolare, Felice vuole rivedere Oreste e il momento in cui i due finalmente si incontreranno, scena in cui forse manca il pathos che sarebbe servito, segnerà il destino di entrambi.

La profondità del legame tra i due personaggi viene accennata da pochi flashback che li ritraggono da giovani – all’intero equilibrio del film avrebbe probabilmente giovato qualche momento in più tra i due ragazzi – ma soprattutto dalle parole e dall’interpretazione fortemente emotiva di Favino, che ci fa capire quanto stretto potesse essere il rapporto tra lui e Oreste.

Si intravedono i segnali di una relazione omosessuale, che il film non esplicita mai realmente, ma che tanti elementi tendono a suggerirci. E così il racconto della Camorra (perché Nostalgia parla anche di Camorra) arriva a intrecciarsi ancora una volta al racconto del rapporto tra due uomini.

nostalgia
Felice

Pochi mesi fa si concludeva l’epopea di Gomorra – La serie, con un’ultima stagione che, più delle altre, poneva l’accento sul rapporto stretto, fraterno e per certi versi sentimentale tra i due protagonisti, Gennaro e Ciro. In Nostalgia si rievocano quelle atmosfere, si parla di nuovo di un sentimento intimo, spezzato dall’abbandono.

Si dice anche qui, come in Gomorra, che chi è partito è cambiato e chi invece è rimasto è sempre lo stesso (anzi, forse è addirittura peggiorato). E anche qui tutto porterà all’esito inevitabile, alla morte, perché un amore così forte, se soffocato, non può che portare a scenari disastrosi.

Napoli diventa a sua volta personaggio, a completare un trittico di protagonisti, perché, come si diceva all’inizio, il territorio nel cinema di Martone è un personaggio al pari delle persone. A dare vita ai luoghi è la fotografia di grande impatto, insieme alle musiche e in generale a tutto il comparto sonoro, curato per contribuire, insieme alle immagini, a dare un senso a quanto accade sullo schermo.

Nella scena finale, il sonoro, o meglio la mancanza di sonoro, sarà fondamentale per dare un significato decisivo a quanto il film ci vuole raccontare.

nostalgia
Francesco Di Leva e Pierfrancesco Favino sul set

Cos’è quindi la nostalgia, se porta alla morte? Come può essere, secondo le parole di Pasolini, conoscenza?

Il richiamo che Napoli esercita su Felice diventa per lui una condanna, come per Ulisse il richiamo delle sirene. La fuga sarebbe stata senz’altro la salvezza per Felice, il quale però decide di restare a Napoli. Da questo punto di vista, il film è una condanna alla nostalgia, un invito ad andare via dal proprio nido, a spiccare il volo e ad accettare il cambiamento senza restare ancorati al passato. In questo senso, Napoli potrebbe essere un qualunque altro luogo, perché non rappresenta altro che un archetipo, un’universale Itaca.

E allora forse la conoscenza di Pasolini è la conoscenza che si dà con la morte. Morendo l’uomo compie il proprio percorso di vita, arriva finalmente a conoscere.

O forse, ciò che ci vuole dire quella frase all’inizio del film è che il ritorno sui propri passi può essere un mondo per interrogarsi nuovamente su se stessi, per ricordare ciò che si è dimenticato, per ritrovare ciò che si è perso. Così come fa Felice, che ritrova i luoghi della sua infanzia, rincontra Oreste e riscopre se stesso.

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