Empire of Light – L’umanità del Cinema secondo Sam Mendes

Emma Senofieni

03.04.2023

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Soffermiamoci per un attimo a pensare a ciò che accade quando andiamo a vedere un film. Entriamo nel cinema, compriamo il biglietto e magari prendiamo popcorn o caramelle. Poi ci viene controllato il biglietto e infine ci addentriamo nella sala. Le luci non si spengono e inizia la proiezione. E così abbiamo fatto quando siamo andati a vedere Empire of Light, ultima opera di Sam Mendes. Che cos’è accaduto in questi attimi? Momenti apparentemente insignificanti, che sembrano avere la sola funzione di prepararci alla visione per cui abbiamo pagato il biglietto.

Eppure, dietro alla biglietteria o al bancone dei popcorn c’è lo staff del cinema, persone che si occupano di quel luogo da noi tanto amato, ma di cui non notiamo nemmeno il volto. Grazie ad un potente espediente metacinematografico, Empire of Light ci fa conoscere proprio le vite di questi personaggi apparentemente anonimi.

Hilary è la vicedirettrice dell’Empire Cinema

Mentre scorrono i titoli di testa, il regista ci accompagna in un cinema, mostrandoci i dettagli del luogo. Nel 1980 a Margate, città marittima dell’Inghilterra, Hilary Small (Olivia Colman) è la vicedirettrice di sala dell’Empire Cinema. Insieme a lei, ci sono il suo capo Donald Ellis (Colin Firth) – con cui Hilary ha un’insoddisfacente relazione sessuale – la stravagante Delia (Tanya Moodie), l’affabile Neil (Tom Brooke) e il proiezionista Norman (Toby Jones). Nonostante sia circondata da molte persone, Hilary è una donna estremamente sola e infelice. A interrompere la monotonia della sua vita è l’arrivo nello staff del giovane afroamericano Stephen (Michael Ward). I due instaureranno un rapporto particolare, un legame umano che li cambierà profondamente.

Nonostante sia scritto e diretto da un talentuosissimo regista, occorre subito precisare che Empire of Light non è un film privo di difetti. Eppure, si tratta di un’opera che, nella sua imperfezione, è riuscita a conquistarci.

Protagonista assoluta del film è l’infelice Hilary. La donna trascorre le sue giornate da sola, prende il litio su prescrizione del medico e afferma di sentirsi costantemente apatica. Con il proseguire del film lo spettatore comprenderà che dietro la sua apparente tristezza si nasconde una realtà ben più complessa. Hilary è affetta da un imprecisato disturbo mentale (alcuni parlano di depressione, altri di bipolarismo), condizione che, se si considera anche l’epoca in cui il film è ambientato, rende la sua vita particolarmente difficile. Nel secolo scorso, le malattie mentali non erano adeguatamente comprese né trattate, soprattutto se esse riguardavano donne di mezza età.

Hilary mostra di soffrire di problemi mentali durante un’anteprima

Il personaggio di Hilary non avrebbe avuto sicuramente lo stesso impatto senza la magnetica performance di Olivia Colman.

L’attrice premio Oscar illumina lo schermo, donando al personaggio forza e dolcezza e dimostrando per l’ennesima volta di essere una delle interpreti più intense del cinema contemporaneo.

Dall’altra parte c’è Stephen. Interpretato dall’ottimo Michael Ward (nel suo primo ruolo importante), Stephen è un giovane afroamericano con molti sogni e speranze, ma amaramente consapevole del contesto sociale in cui vive. La sua ambizione è diventare architetto, eppure la realtà che si trova ad affrontare gli impedisce di esprimere completamente se stesso. In un’Inghilterra guidata dal conservatorismo di Margaret Thatcher e ancora fortemente bigotta, Stephen si scontra quotidianamente con offese e aggressioni razziste.

Sebbene in apparenza Hilary e Stephen non potrebbero essere più diversi, i due si legano profondamente, trovando immediato conforto l’uno nell’altra e sfuggendo così dalla propria solitudine.

In Empire of Light c’è però un terzo, fondamentale protagonista: l’Empire Cinema. Una costruzione di importanza storica, che ha in parte fatto il proprio tempo, ma che non accenna a chiudere. L’esperienza in sala è, infatti, troppo preziosa per poter essere interrotta: la visione di un film è un evento intimo e collettivo al tempo stesso, a cui le persone non riescono a rinunciare.

Tra Hilary e Stephen si crea un particolare legame

Emblematico da questo punto di vista il personaggio del proiezionista Norman, interpretato da un Toby Jones che in pochi minuti riesce a lasciare il segno. In fuga da un passato doloroso, Norman ama il proprio lavoro e custodisce la propria attrezzatura con cura e attenzione.

Dal punto di vista tecnico, non c’è nulla fuori posto nel film di Mendes. Spicca soprattutto la meravigliosa fotografia di Roger Deakins, meritatamente candidata agli Oscar. Deakins, storico collaboratore del regista e premio Oscar per 1917, si conferma un vero e proprio maestro dell’immagine, rendendo obbligatoria l’esperienza in sala.

Che cosa allora non ci ha pienamente convinti in Empire of Light? Il film ha l’ambizione di trattare tre tematiche profonde: l’amore per il cinema, la salute mentale e il razzismo. Il problema risiede nell‘incapacità di unire e completamente tali temi che, come tessere di un puzzle da comporre, risultano poco coesi tra loro. Se da una parte il film aveva forse le potenzialità di essere un vero e proprio capolavoro, il risultato è purtroppo un’opera imperfetta dal punto di vista della sceneggiatura.

Nonostante questo difetto, l’ultima opera di Mendes non ci ha lasciati indifferenti. In un’epoca in cui dominano le piattaforme streaming, Mendes celebra la sala cinematografica, intesa come un rifugio, lontano da tutto ciò che ci delude e ci provoca dolore.

Hilary è tormentata dai propri demoni e dalle disillusioni della vita. Stephen è vittima di una società che lo respinge a causa del colore della sua pelle. Come i due protagonisti, tutti noi necessitiamo di un luogo di pace, in cui la vita, spesso ingiusta e crudele, smetta di tormentarci per poche ore. In fondo, ce lo disse anche Fellini: il cinema è un mezzo di fuga dalla realtà. E, in particolare, la visione in sala è in grado di unire le vite di perfetti sconosciuti, rendendoli partecipi di un’esperienza artistica, ma soprattutto umana. Come Hilary si commuove guardando Oltre il giardino (1979), anche noi ci possiamo emozionare dinnanzi alle difficoltà e alle ingiustizie subite dai due protagonisti di Empire of Light.

Hilary si commuove guardando Oltre il giardino

In un certo senso, Empire of Light può essere considerata un’opera sorella di The Fabelmans, ultimo acclamato film di Steven Spielberg. Lì il regista celebrava la settima arte attraverso il suo personale sguardo di autore dell’opera cinematografica. Qui Mendes guarda a tutti coloro che solo apparentemente hanno un ruolo marginale. Una direttrice di un cinema, un proiezionista, un ragazzo che vende biglietti. Ma, più di tutti, noi spettatori.

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Autore

  • Emma Senofieni

    Classe 1998, amo la scrittura e il cinema fin dall’infanzia. Mi piace vedere i film in sala e collezionare le mie pellicole preferite, per poterle guardare e riguardare in continuazione. In particolare, amo le opere di Alfred Hitchcock e David Lynch.

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