The Fabelmans – Sul cinema, per il cinema

Giulia Pilon

Gennaio 5, 2023

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A proposito di Spielberg e della collaborazione a Incontri ravvicinati del Terzo tipo (1977), Francois Truffaut disse: “Mi sono abituato all’idea che non ci sarà mai un film. Ma tu sei una di quelle persone che fanno credere a tutti che stanno girando un film e che riescono a riunire attorno alla macchina da presa molta gente per accreditare questa immensa bugia. Sono contento di far parte di questa bugia, e sono pronto a raggiungerti di tanto in tanto in qualsiasi parte del mondo per “far finta” di fare un film con te.”

L’eccentricità e spinta propulsiva di creatività che caratterizzano Steven Spielberg, fin dagli albori, sono tutte racchiuse in questa frase, tu che riesci a riunire tutti attorno alla macchina da presa per accreditare un’immensa bugia.

Tutto, il cinema, l’essenza, l’amore, la dedizione, è racchiuso lì dentro. Lì dove c’è Spielberg, e dove risiede anche il cuore di The Fabelmans.

Michelle Williams è Mitzi, madre del piccolo Samuel Fabelman

A chiudere un’annata gremita di puro cinema e voli pindarici, ecco The Fabelmans. Opera che a vederla si direbbe (dignitosamente) conclusiva di una carriera incredibile, una summa poetica di quello che è stato – e che è – Steven Spielberg. Ma così non ci auguriamo.

Una delle capacità del regista di Cincinnati risiede nella sua precisa abilità di creare momenti che si tramutano immediatamente in manifesti iconici. Basti pensare allo squalo di Jaws, a E.T. l’extraterrestre, al cappottino rosso di Schlinder’s List, ai dinosauri di Jurassic Park. Tutto risuona di magia al suo stato più puro, elementare, genuino.

Allo stesso modo, quando il piccolo Sammy di The Fabelmans – alter ego del regista – unisce le sue mani per proiettare il suo filmino, noi spettatori ci consapevolizziamo di ciò che stiamo vivendo. “È uno di quei momenti”, pensiamo. Sì, è Spielberg.

Mateo Zoryan è il piccolo Sammy Fabelman

Ambientato tra gli anni ‘50 e la fine dei ‘60, The Fabelmans racconta il coming of age di Samuel Fabelman – Sammy per mamma e papà – racchiuso in una dolce e complicata cornice familiare. Dichiaratamente autobiografico, il film, però, più di ogni altra cosa, parla di incontri ravvicinati del primo tipo. Ciò che ne occupa davvero il nucleo tematico, nonché cuore pulsante, è la nascita di un amore sconfinato, puro ed eterno con il cinema.

The Fabelmans è una vibrante poesia che Spielberg dedica non soltanto alla sua famiglia – che forse, nonostante ne occupi le diramazioni narrative principali, è più un corollario a ciò che si vede – ma al cinema. L’importanza che il regista conferisce al mezzo cinematografico passa attraverso la rilevanza che esso assume a livello narrativo.

Gabriel LaBelle è Sammy adulto

Il riprodurre la scena e rivederla più e più volte aiuta Sammy ad elaborare il trauma dello scontro fra il treno e la macchina visto al cinema.

È il girato al campeggio che lo consapevolizza della relazione tra la madre e lo zio Benny.

Così come è il filmino del Ditch Day (“la Marinata”), a scuola, a smuovere qualcosa dentro Chad, l’immacolato belloccio della scuola.

Lo spettatore assiste a una serie di eventi che si susseguono consequenzialmente, che coprono un arco di circa dieci anni. Ognuno di questi corrisponde a un momento fondante, per la narrazione tout court e per la costruzione di un legame inscindibile tra Sam e il cinema.

L’avvicendarsi, sempre più incalzante, di questi, porta a un’unione irresolubile: Sam inizia a vedere sé stesso e tutto ciò che lo circonda grazie al cinema. Elevando, in questo modo, il mezzo cinematografico a sonda interpretativa della realtà, nonché a principio essenziale e basilare della sua intera esistenza.

Zio Boris: «Quando ti diranno che tutto quel che fai è soltanto un hobby, come collezionare francobolli o farfalle, ricorderai il tuo zio Boris e quel che ti sta dicendo. Perchè tu ti unirai al circo, lo sento. Scalpiti solo all’idea. Vuoi bene a tutta la tua famiglia, ma questo, credo che tu ami il cinema un po’ di più. Farai i tuoi film, ma tutto questo ti spezzerà il cuore, e ti lascerà solo».

Sam pensa e agisce nella realtà con la sua macchina da presa. Nonostante il rapporto inizialmente altalenante – dopo aver scoperto del “tradimento” della madre, ha una sorta di rifiuto per il mezzo – il cinema rimane. Ad esempio, è il rumore della sua nuova Bolex a creare un rifugio dalle situazioni difficili, a consolarlo, a calmarlo. O ancora, è il montaggio che lo aiuta a distrarsi dopo la litigata con mamma e papà.

(Da sinistra) Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), Mitzi Fabelman (Michelle Williams), Burt Fabelman (Paul Dano), Natalie Fabelman (Keeley Karsten), Reggie Fabelman (Julia Butters) e Lisa Fabelman (Sophia Kopera)

Sembra questo il tempo dei biopic: Paolo Sorrentino (È stata la mano di Dio), James Gray (Armageddon Time), Alejandro González Iñárritu (Bardo, la falsa cronaca di alcune verità). L’esigenza di raccontarsi in prima persona, anche se sotto mentite spoglie, accompagna da sempre l’audiovisivo. Ma è solo negli ultimi anni che la tendenza ad attingere dal proprio passato per rielaborarlo in chiave mistificatrice e disvelatrice ha preso piede.

The Fabelmans, però, non è considerabile un biopic tout court, no. È qualcosa di diverso e allo stesso tempo qualcosa di tremendamente simile. È una delicata e dolce vivisezione della nascita di Spielberg come individuo, che si determina con e attraverso il cinema.

La famiglia Fabelman in campeggio

Mr. Fabelman: 100 dollari per un hobby?
Sammy: Non è un hobby papà.
Mr. Fabelman: Se solo dedicassi la metà del tempo che passi i con film all’algebra…
Sammy: Algebra? Odio l’algebra. È inutile.
Mr. Fabelman: Non è inutile se vuoi fare qualcosa nella tua vita.
Sammy: Io però voglio fare i film.
Mr. Fabelman: Io intendo qualcosa di reale, non di immaginario. Qualcosa che qualcuno potrebbe usare.

Viene gridato a caratteri cubitali: un profondo legame con il cinema fondato su una prassi di reciprocità. Un dot ut des radicato e intimo, attraverso il quale – e grazie al quale – lui riesce ad esprimersi. In questo senso, allora, The Fabelmans assurge a metatesto sui generis.

È il regista stesso che parla allo spettatore di sé e del mezzo, attraverso il mezzo.

Esemplari, pertanto, le sequenze filmate da Sammy, che adottano completamente il suo punto di vista. Lo spettatore, dunque, senza intermittenze e intermediazioni, vede immediatamente ciò che i suoi occhi stanno osservando. In questo modo, viene a stabilirsi una comunicazione diretta con i personaggi e, insieme, con il mezzo. Noi vediamo il cinema dentro il cinema, attraverso il cinema, in contemporanea con gli stessi protagonisti della narrazione.

Sammy alle prese con la sua Bolex

Paradigmatica, sotto questo aspetto, la sequenza dell’arrivo nella nuova casa di Los Angeles. Spielberg sceglie di eliminare il sonoro – in questo caso superfluo – immergendoci nella scena a trecentosessanta gradi. La famiglia Fabelman visita per la prima volta gli spazi della nuova dimora. Sono tutti felici, le tre sorelle gridano e scalpitano, il padre, euforico, prende in braccio la madre che fino ad allora ha osservato la scena dalla vetrata d’ingresso. Proprio come Sammy, è grazie alla Bolex che noi ci accorgiamo della realtà. Per un attimo, lo sguardo della madre incrocia quello dell’obiettivo, che è, insieme, quello di Sammy e il nostro. È in quella frazione di secondo che ci accorgiamo di un cambio d’espressione. Lì, in quel momento, ci ricongiungiamo con la realtà, la abbracciamo, con amarezza e tristezza: mamma è l’unica a non essere felice.

Mr. e Mrs. Fabelman in uno still dal film

Il cinema è punto di vista, è prospettiva, è mezzo che si fa linguaggio universalmente condiviso.

Questo sembra aver imparato Sammy dal maestro John Ford, che con ancora delle tracce di rossetto sul volto, una benda e un sigaro, gli impartisce forse la lezione più importante della sua vita.

John Ford: «Ricorda, quando l’orizzonte è in basso, è interessante. Quando l’orizzonte è in alto, è interessante. Quando l’orizzonte è in mezzo, è tremendamente noioso».

David Lynch è John Ford in The Fabelmans

The Fabelmans, oltre ad occupare l’olimpo dei film più intimi di Spielberg, è soprattutto una lettera d’amore. Emotions recollected in tranquillity, per dirla alla Wordsworth, che generano poesia sotto forma di audiovisivo. Un cuore che schiude e riflette sul significato di un amore difficile, diviso tra ponderatezza (padre) e leggerezza d’animo (madre), tra Scienza e Arte. Al centro, Sammy, due occhi curiosi e bramosi di vita, frementi di cinema.

E non possiamo che sentirci contenti di aver partecipato, anche se solo per un paio d’ore, alla vita da Fabelman. Di aver ripercorso con Spielberg i magici anni Sessanta, dove tutto, con una Bolex, sembrava possibile.

Felici di aver creduto con lui all’ennesima, immensa bugia.

Leggi anche: (Non) è un cinema per vecchi – The Mule, C’era una volta a… Hollywood, The Irishman

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