Nanami Kento – Rest day

Eleonora Poli

Dicembre 2, 2023

Resta Aggiornato

Sono io, Nanami Kento?

Se ci fosse sabbia sotto i miei piedi in questo momento. Se le mie dita stessero affondando in quei granelli. Se l’acqua fosse un po’ più fredda e non ribollisse come questo sangue che mi scorre addosso

Allora sì. Allora potrei ammettere che, finalmente, sono in ferie. Basta straordinari. Basta ore in meno di sonno e in più di lotta. Basta squarci sulle camicie, sulla pelle, sul cuore.

Invece sotto di me c’è solo asfalto. Non so quanto sotto in realtà. Prima ero in superficie, poi sono sceso, e sceso, e sceso ancora. Chi cercavo? Cercavo… come si chiama? Ah, non mi ricordo. Resta che non mi ricordo a quale piano sono, le scale salgono e scendono, così come gli ascensori. Le urla mi raggiungono da ogni direzione. Urla di Fushiguro, forse. Ecco chi cercavo

Invece ho trovato te.

nanami kento
Nanami Kento e Haibara Yu

Haibara. Cosa ci fai qui, Haibara? Perché non hai gli stessi segni sul viso che ho io? Sembri ancora un ragazzo, lo stesso che ho lasciato su quel tavolo di obitorio. Cosa sei venuto a fare? Chi sei venuto a prendere? Uno dei miei ragazzi? Ah… certo… sei qui per me. Nemmeno tu vuoi avere a che fare con quel mostro con la faccia ricucita. Chi vorrebbe. Ho solo sbagliato piano alla fine.

Yuji?! Yuji, vattene! La sento, sai, la tua forza che cresce, soffia e gonfia i tuoi polmoni di energia. Che stupido che sei. È sangue quello? Cos’è successo? Dov’eri? A giudicare dalle poche ferite che hai, Sukuna dev’essersi già manifestato in qualche modo. Ora però non guardare. 

Non guardarmi. Ricordati di me sul tetto di quella scuola. Non così. Non adesso che sono a un passo dall’altra parte. Tocca a te adesso. Sei il futuro di questa generazione che ho visto nascere e che non vedrò morire. Quindi, ascoltami. Ascolta questi gemiti e questi respiri che sono gli ultimi. 

Dalle dita di Mahito, sulla mia schiena, si sta già allargando la maledizione, la sento che si arrampica sulle costole. Ah, vorrei solo sedermi; stendermi su quella spiaggia. Farmi bagnare dalle onde malesi, in quella casa che ho costruito sulla riva con due assi trovate nella foresta. Riporre la cravatta nell’armadio, la giacca sulla gruccia, gli occhiali sul tavolino basso in bamboo. 

Sono io, Nanami Kento, lo sarò sempre. Lascio tutto nelle tue mani, Itadori-kun. Nelle tue e in quelle dei tuoi compagni. Io raggiungo i miei. Credo mi stiano aspettando. 

Leggi anche: Itadori – Un lampo nero nelle tenebre

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