Articolo scritto in collaborazione con Sergio Gandini
Joker: Folie à Deux, sequel del cult del 2019, ha fatto discutere fin da quando, nel giugno del 2022, il regista Todd Phillips ha annunciato che sarebbe stato girato in forma di musical. Il film, presentato a Venezia a settembre e uscito nelle sale a ottobre, è stato poi criticato per la scarsa aderenza delle scene musicali alla narrazione: una lamentela di questo tipo, purtroppo, denota un superficiale tentativo di ridurre a formula il musical, tra i generi classici il più vario e anarchico.

Le scene musicali, in quanto espressione visiva della fantasia di Arthur, sono coerentemente antitetiche alla narrazione “reale”, che si sviluppa prima come un dramma carcerario, poi come un legal drama. Nel film, contrariamente a quanto avviene solitamente nel musical, è sottolineato il fatto che i momenti musicali siano deviazioni rispetto al reale (al primo numero di Arthur, infatti, segue uno stacco di montaggio che evidenza la non-realtà della performance): se nel musical i numeri di canto e ballo sono fantasie condivise da più personaggi, in Joker: Folie à Deux il genere è utilizzato per ribadire la solitudine di Arthur, al quale risulta impossibile comunicare con i personaggi che lo circondano. Tutto il dittico dedicato a Fleck, più in generale, ha al centro la tragica solitudine del protagonista.
È in ogni caso non pertinente biasimare il modo in cui un regista sceglie di servirsi del genere musical, che nei decenni ha conosciuto le più varie espressioni, da un punto di vista sia contenutistico sia linguistico. Joker: Folie à Deux dialoga con diverse fonti di ispirazione: il punto di riferimento principale è il musical hollywoodiano degli anni ’50, modello di un intrattenimento gioioso ed innocente.
Il tipo di intrattenimento offerto dal musical classico, rifugio fantastico di Arthur, si contrappone al modello di intrattenimento più popolare oggi, che si basa sulla messa in ridicolo e sulla prevaricazione.

Esempi di tale intrattenimento sono la stand up comedy, spesso legata al cosiddetto “politicamente scorretto”, e l’exploitation tendenzialmente televisiva di drammi reali. In questo tipo di intrattenimento, popolarissimo oggi, il parossismo si raggiunge con l’assurgere del serial killer a intrattenitore delle masse: viviamo infatti in un’epoca di incredibile successo del genere true crime, che produce veri e propri fan di personaggi quali Jeffrey Dahmer o Ted Bundy.
La stand up “scorretta” e la ridicolizzazione televisiva sono criticate già nel primo Joker, ma nel sequel la condanna a questo tipo di intrattenimento si fa centro dell’opera, andando a colpire il sempre più nutrito esercito di fanatici del true crime.
Oltre al modello classico, Joker: Folie à Deux dialoga con esempi più moderni di musical. La presenza degli ombrelli in una suggestiva scena, per esempio, non rimanda solo al celebre Singin’ in the Rain, ma anche a Les parapluies de Cherbourg, la risposta di Jacques Demy al capolavoro di Donen e Kelly. Il film di Demy, anch’esso una tragedia sulla solitudine degli umili, è l’esempio più fulgido di utilizzo del genere musical in chiave critica: la dimensione sognante mette infatti in luce, tramite contrasto, la situazione drammatica narrata, che un musical hollywoodiano avrebbe mostrato come edulcorata e/o risolvibile.
L’opera di Demy è sovversiva anche per quanto riguarda le scelte musicali (i personaggi si esprimono solo cantando e non sono presenti vere e proprie canzoni): questo a dimostrazione dell’inesistenza, all’interno del musical, di regole precise.
«I musicali non sono solo un genere cinematografico. Sono una celebrazione della bellezza della vita, dove tutto sembra possibile.»
Billy Wilder
Joker: Folie à Deux non è solo una critica alle contemporanee forme di intrattenimento, ma è anche un film sulla fase dell’innamoramento: Lee Quinzel e Arthur Fleck, i protagonisti del film, vivono questa fase come un sogno a due. Lee, non a caso, è l’unica figura con cui Arthur condivide i numeri musicali, ma la natura del suo personaggio non è totalmente chiarita all’interno dell’opera.
Mentre la donna amata da Arthur nel primo film non interagisce praticamente mai con il protagonista (è reso infatti chiaro che tutti i momenti di condivisione sono frutto della fantasia di Fleck), è assai probabile che Lee inizi davvero un rapporto romantico con Arthur, ma la sua figura è certamente contaminata dalla fantasia del protagonista. Alcune voci sostengono addirittura che il personaggio non sia esistente: l’interpretazione più coerente è che il personaggio esista, ma che molte scene in cui compare (a partire dal gesto simil-suicida iniziale, passando per il rapporto sessuale) siano fantasie di Fleck.

Il personaggio di Lee è una critica alo stereotipo contemporaneo del dell’appassionato di true crime, ottuso e superficiale, morbosamente innamorato di personaggi reali percepiti come trasgressivi e affascinanti. Lee è la massima rappresentante dei fan dell’alter ego di Arthur e, in senso metacinematografico, di molti fan del primo Joker: una consistente parte del pubblico, infatti, ha interpretato come una forma di empowerment la trasformazione di Arthur in serial killer, dimostrando un drammatico fraintendimento dell’intera operazione. Il finale del primo Joker è infatti tragico, così come è tragico il finale del secondo capitolo.
Il comportamento dei fan del primo film, che hanno in larghissima parte attaccato il sequel con odio cieco, si dimostra analogo a quello dei fan del Joker all’interno del film stesso: il pubblico vuole vedere la maschera, ma il film parla dell’uomo.
Lee Quinzel: «Quando ho visto Joker, quando ho visto te, per una volta nella mia vita non mi sono più sentita sola al mondo.»
La stessa Lee viene attratta unicamente dalla figura del Joker: rilevante in questo senso è il dialogo in cui la donna ricorda l’uccisione in diretta di Murray Franklin, descritta come il momento determinante per la nascita dell’interesse per Fleck. Di fatto, Lee impone la sua presenza ad Arthur e lo seduce con astuzia: il rapporto tra i due si potrebbe leggere con un riferimento al film di Alice Rohrwacher La chimera, pubblicizzato mediante un manifesto in cui appare la figura dell’Appeso, la carta numero 12 dei Tarocchi. Si stabilisce così un suggestivo gioco di citazioni e rimandi cinematografici: il Joker, una semplice carta di gioco, viene “giocata” da Lee solo per promuovere la propria autostima, in un distruttivo gioco vagamente intellettualistico.
Arthur Fleck: «C’è sempre un Joker nel mazzo, c’è sempre un clown solitario.»
Nel significato simbolico dei tarocchi l’Appeso, come ogni carta, può determinare una lettura ambivalente e indicare sia la totale remissione della propria personalità a una forza superiore, sia la condizione iniziale di un profondo processo di trasformazione.
La carta presenta un uomo immobilizzato, costretto a subire tutto ciò che il mondo gli infligge: freddo, pioggia, sofferenza. Questa potrebbe essere proprio la circostanza esistenziale che Arthur si trova a vivere nel carcere, ma si potrebbe anche intendere che egli si è sottoposto volontariamente a un processo di iniziazione alchemica, da cui emergerà trasformato in un nuovo individuo. Questa trasformazione avverrà attraverso il sacrificio di una parte di sé, quella rappresentata dalla carta del Joker.
«Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro»
(Italo Calvino, Il Castello dei destini incrociati)

Lee Quinzel rimane fino alla fine prigioniera del suo sogno e solo al termine della narrazione, quando si sveglia, lascia Joker, poiché non intende accettare la parte rappresentata da Arthur Fleck. Quest’ultimo invece, liberandosi anche della funziona materna impersonificata dall’avvocatessa, compie un processo di integrazione del sé ed è pronto ad accettare tutta la sua schizofrenica realtà esistenziale: può quindi liberarsi dalla sua maschera. Tuttavia, il film termina con l’uccisione di Joker compiuta da un altro personaggio dei fumetti. Malgrado la sua crescita personale, Arthur Fleck non può evadere dal destino cui gli ingranaggi ormai onnipotenti dell’intrattenimento contemporaneo lo hanno condannato.




