Romeo + Juliet di Baz Luhrmann racconta la storia eterna dell’amore.

È la tragedia di Eros e Thanatos, amore e morte, fagocitati uno nell’altro e bollenti di quella voglia più distruttiva che creativa data dalla carne, dal sesso, dal romanticismo e dalla brama di possesso, in un un mondo che brilla di superfici dorate nella polvere e ricoperto di manifesti pubblicitari scrostati e già dimenticati.

Secondo capitolo della cosiddetta Trilogia del Sipario Rosso, preceduto da Strictly Ballroom (1992) e seguito poi da Moulin Rouge! (2001), diretto dal regista australiano Baz Luhrmann, di formazione teatrale, la quale tutta confluisce in questo primo grande successo internazionale del 1996, consacra la carriera di un giovanissimo e già maturo Leonardo DiCaprio, premiato a Berlino con l’Orso D’Argento per il suo Romeo.

È lo stesso Luhrmann che dirigerà poi Il grande Gatsby, Australia ed Elvis, e si vede: il suo stile riconoscibilissimo è contrassegnato da montaggio e movimenti di macchina da presa frenetici, da un linguaggio cinematografico non lineare e anti-classico, quasi disturbante nella sua forsennata rapidità, che porta alcune riprese all’accelerazione e altre al rallentamento carico di pathos o all’uso di transizioni esibite, come la dissolvenza a tendina o incrociata.

È una danza, uno spettacolo costante, una finzione che si palesa e si dichiara.
Il film si apre e chiude all’interno della cornice di uno schermo televisivo, nel segno della sporca e cruda realtà di oggi (o meglio, degli anni ’90), quella iperrealtà che si vede nella forma dei pixel e dei media produttori di intrattenimento-spazzatura.

Quel coro shakespeariano che doveva guidare lo spettatore dell’Inghilterra elisabettiana nella tragedia in cinque atti che sarebbe diventata la più popolare storia d’amore del mondo si tramuta in una conduttrice televisiva che pare quasi presentare un telegiornale, o forse più che altro una soap opera o telenovela di cattivo gusto, con le sue parole che – accompagnate da frammenti visivi ricavati dal film stesso come sulla scia delle modalità del trailer – ricalcano pari pari quelle del grande William Shakespeare:
«In questa bella Verona, due casate, di pari nobiltà, si scagliano, per antico rancore, in sempre nuove contese (…).
Dalla tragica progenie di questi nemici sono nati sotto cattiva stella due amanti che con la loro pietosa morte mettono termine alla furia dei loro parenti. (…)
Ascoltate con orecchi pazienti e noi ci sforzeremo di rimediare ai nostri difetti.»

Le parole di colui che viene considerato il più grande autore teatrale di tutti i tempi vengono rispettate nella trasposizione cinematografica, nello spirito delle interpretazioni teatrali più puriste, creando una sorta di cortocircuito tra orecchie e occhi: tra un linguaggio arcaico, poetico e forbito, e una realtà contemporanea che si disfa costantemente, lasciando solamente, per questa povera umanità che non cambia mai, sudici rimasugli macchiati di rossetto e benzina.

Il mondo che Luhrmann mette in scena rompe con ogni precedente adattamento dell’opera tragica e romantica shakespeariana, in primis con quello di Franco Zeffirelli del 1968, premiato con due Oscar.

Romeo + Juliet è opera cinematografica fortemente caricata di estetica e poetica postmoderna, nel segno del pastiche e intrisa della lingua dell’inter-medialità del cinema contemporaneo.

È rivisitazione inedita, delirante, a tratti kitsch e pop, quasi punk, della tragedia d’amore di Shakespeare Romeo e Giulietta.
Il titolo stesso lo dichiara apertamente, attraverso un segno grafico che è tutt’altro che casuale: Luhrmann riprende Shakespeare, ma è il suo racconto di Romeo e Giulietta, non è più un tentativo visto e rivisto di realizzare adattamenti che aderiscano il più possibile a quel che Shakespeare avrebbe messo in scena tra sedicesimo e diciassettesimo secolo, ma è un’appropriazione e rielaborazione consapevole e profondamente autoriale, la quale mostra quel che, secondo Luhrmann, il drammaturgo avrebbe rappresentato, se fosse vissuto ai giorni nostri.

Postmoderno è termine usato a partire dagli anni ’60 del Novecento, inizialmente negli Stati Uniti e poi in Europa, per definire le varie tendenze affermatesi soprattutto in architettura (poi anche in letteratura, in movimenti culturali e nelle arti in genere, ad esempio nel cinema) e sviluppatesi poi per lo più tra gli anni ’70 e ’90.
Il postmodernismo descrive un periodo storico che segue il modernismo, comprende un’ampia varietà di approcci e discipline ed è generalmente caratterizzato da scetticismo, ironia e rifiuto delle grandi narrazioni e ideologie del modernismo, spesso mettendo in discussione vari presupposti della razionalità proclamata dall’Illuminismo.

Autoreferenzialità, relativismo epistemologico e morale, pluralismo, atteggiamento d’irriverenza, gioco ironico con stili, citazioni e livelli narrativi, scetticismo metafisico, nichilismo verso una grande narrazione della cultura occidentale e preferenza per il virtuale a spese del reale (o, più precisamente, una domanda fondamentale su cosa costituisca il reale): ecco le principali tendenze della corrente postmoderna, dominata dall’idea che tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto, tutto è già stato visto, e allora non ci resta che citare, in questo gioco combinatorio dell’età sentita come di fine della storia, come disse il politologo Francis Fukuyama.

È la fine della storia, sì, non restano che macerie.
In un mondo fatiscente – scisso in una sorta di battaglia corporativa tra due famiglie per cui si scontrano i rispettivi gangster, in una Verona Beach che è traslazione ironicamente pacchiana sullo schermo di quella bella Verona shakespeariana e coincidente con la Venice Beach di Los Angeles di fine anni ‘90, dove compare perfino il Globe Theatre giocosamente inserito come omaggio ormai decaduto e passato al maestro di riferimento – le prostitute sfavillanti danzano su strade polverose, le Madonne sono immagini appiccicate alle pistole e appese come poster alle porte delle camerette delle fanciulle pudiche scottate dai primi ardori, la spiaggia è dominata dai resti di una scenografia abbandonata e fallita.
E vi sono archi che sono retaggio di un mondo che non c’è più e non potrà tornare, di fasti ora rimpiazzati da parrucche sintetiche, vecchie giostre immobili, sfasciacarrozze, statue d’epoca finte, ville pretenziose e croci al neon.

Tutto è finto, tutto crolla, tutto viene ridotto a cocci e brandelli di una realtà spiattellata in tv come una cronaca da quattro soldi, tutto è dichiaratamente spettacolo, trucco, prodotti di consumo e merce di scambio come lattine di Coca-Cola.
E cosa resta?

Quella pesante leggerezza, quella seria vanità, quel gelido fuoco che è l’amore.
E nonostante tutto questo sfacelo, nonostante la decadenza e la fine di tutti gli ideologismi e di quella Storia con la S maiuscola, merita ancora di essere raccontato, esige di essere vissuto, detto, gridato, pianto, scritto a matita guardando romanticamente il tramonto che affoga nel mare con una sigaretta in bocca e le note dei Radiohead, Talk Show Host, a coronare il quadro struggente.

Tutto quello che ci serve è amore!: avrebbe fatto dire poi Baz Luhrmann a Ewan McGregor in Moulin Rouge!.

Quell’amore che passa attraverso le acque di piscine e acquari e ti porta a ricercare e forse ritrovare te stesso nell’altro, in un viaggio che è prima di tutto esistenziale e che spesso in realtà è necessità quasi morbosa di conoscersi e trovare conferme in sconosciuti, per sentirsi accettati, visti, forse un po’ meno soli, un po’ come Godard ci racconta nel 1960 con Fino all’ultimo respiro, attraverso la voce di Jean Seberg:
«La verità è che quando tu avresti dovuto parlare di me, tu parlavi di te, e quando io avrei dovuto parlare di te, io parlavo di me.»

Alla fine, l’amore non si compie, resta sognato, resta bramato, vagheggiato, e forse non può essere altrimenti, perché, come dice frate Lorenzo, ai due amanti dalla cattiva stella, gioie violente hanno fini violente, e muoiono nel loro trionfo come fuoco e polvere che si consumino nel bacio.

Romeo + Juliet ha la violenza delle sparatorie e del primo amore, la disperazione di Save Me di Aimee Mann cantata in Magnolia di Paul Thomas Anderson, la frenesia della paura della solitudine e del buio di un letto vuoto, così come, al contempo, delle feste psichedeliche e delle urla baciate dai respiri di morte.

E, alla fine, pulsione di vita e pulsione di morte si annullano a vicenda, non restano che schizzi di sangue, due corpi bianchi e freddi e il fumo di un’arma da fuoco: ma, intanto, si è bruciato, si è sentito intensamente, si è fatto rumore e, forse, allora, si può confessare di aver vissuto.





