Paul Thomas Anderson – La vita continua, il cinema conclude

Francesco Gamberini

Gennaio 27, 2021

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Paul Thomas Anderson – La vita continua, il cinema conclude

Negli anni Ottanta, il cinema decise di cambiare. In un mondo in cui qualsiasi certezza era andata perduta, anche l’arte doveva accettare il caos universale, scardinando qualsiasi ordine precostituito. Perciò i registi di questa nuova epoca si prefissarono una sola, semplice regola: nessuna regola! Niente più dogmi o narrazioni prestabilite, ma solo intuizioni stilistiche, che seguissero la più folle creatività autoriale. Ed è qui, dall’agglomerato di citazioni, rimandi, incontri e ricordi che nacque il cinema postmoderno: il cinema di Godard, di Lynch, di Tarantino, di Brian De Palma e di chiunque pensasse che non bisognava più fare cinema, ma che occorresse reinterpretarlo. 

Dunque, il cinema postmoderno, come i suoi autori, non si poneva limiti, ma anzi, cercava di essere proprio come la vita: imperfetto, ciclico, non definitorio. Secondo gli autori di questa corrente, infatti, un film è un’esperienza di vita che non può concludersi in un’unica visione, ma deve reiterarsi all’infinito nella mente dello spettatore. Da qui la scelta di utilizzare un finale aperto, che, per quanto deresponsabilizzi l’autore dal lasciare un messaggio, rende lo spettatore attivo e profondamente coinvolto. 

Ma, se ci fosse un senso? Se ci fosse un cortocircuito nel cortocircuito stesso? Potrebbe un autore trovare un messaggio da dare e concludere la sua opera senza più ambiguità? Certo che potrebbe! Quel regista si chiama Paul Thomas Anderson.

Paul Thomas Anderson

Siamo alla fine degli anni Novanta, in pieno clima postmoderno. Anderson si forma direttamente sul set di Robert Altman, aiutandolo a completare il suo ultimo film. Ed è proprio Robert Altman, uno dei massimi rappresentanti del cinema postmoderno, a influire maggiormente nella sua formazione artistica, tanto che i primi lavori di Anderson – Boogie Nights e Magnolia – saranno inscindibilmente legati agli ultimi del maestro. Storie cangianti in cui varie realtà si interfacciano fra loro, moltitudini di personaggi e vicende che sono inscindibilmente legate da citazioni, rimandi ed esperienze cinematografiche diverse. 

Inizialmente, infatti, era questo l’obiettivo del cinema di Paul Thomas Anderson: abbracciare il postmoderno e aprirsi a quella che era considerata la deriva del cinema americano. Finché qualcosa non cambiò. Lentamente i personaggi iniziarono a essere sempre meno, le situazioni più ridotte e le storie più lineari. Perché? Non era forse più realistico un cinema che non finisse, ma che fluisse come la vita in un turbinio di esistenze? In parte sì, ma non del tutto. 

Da Il petroliere in poi, Anderson ha deciso di ragionare in modo inverso. Non più creare una molteplicità di racconti che si fondono in unico film, bensì una pluralità di narrazioni che si condensano in un unico personaggio. E qui c’è la rivoluzione, o la sintesi per meglio dire. Anderson inizia a ragionare non più sull’unità della pluralità, ma sulla pluralità all’interno dell’unità. I personaggi portano sui volti quelle istanze collettive, quelle pluralità proprie del cinema postmoderno.

Personaggi come Daniel Plainview, Freddie Queil, Doc Sportello rappresentano intere generazioni, intere popolazioni e infinite istanze di cui si fanno portavoce. Ed è questo il talento di Paul Thomas Anderson: riuscire a condensare interi strati sociali ed enormi periodi storici in un unico personaggio che così diventa un archetipo universale. 

Ma quindi come interagiscono fra loro questi personaggi così complessi? Non interagiscono, lottano! Tutti i personaggi di Paul Thomas Anderson dialogano attraverso il conflitto. Nella loro diversità e nella loro complessità vengono inevitabilmente a scontrarsi e a combattere fra loro, finché uno non soccombe all’altro. Eppure, nel finale, Anderson riesce sempre a operare una sintesi fra attore e spettatore, giungendo a un finale netto. Infatti, quello che cerca di raggiungere P.T. Anderson con il pubblico è sempre un compromesso, emotivo e formale. 

Ma quale compromesso? Le storie finiscono, in modo chiaro, netto, preciso. Non c’è rarefazione, ma solo il crudele controllo di un regista nei confronti del suo cinema. Alla fine, Daniel uccide Eli, Reynolds e Alma si sposano, Freddie abbandona Lancaster Dodd e tutto finisce. Ma possiamo davvero dire che i suoi film siano conclusi? In parte. Sono conclusi nella storia, ma non sono conclusi nella nostra memoria, nella nostra percezione.

Perché se i personaggi di P.T. Anderson esistono in un modo, ai nostri occhi appaiono in un altro: Daniel Plainview alla fine uccide Elaij, vince, ma ai nostri occhi perde tutto quello che ha; Reynolds Woodcock si sottomette ad Alma, perde la sua indipendenza, ma ottiene la pace che tanto ricercava e una sua tranquillità.

Quindi nel momento in cui Anderson sceglie di tornare a una narrazione classica americana, non “fa un passo indietro”, ma opera una sintesi all’interno del cinema postmoderno, perché decide di spostare la complessità della narrazione dall’intreccio al rapporto fra spettatori e personaggi. E questa complessità si sposta nella percezione che ha lo spettatore della vicenda.

Quindi lo spettatore è deresponsabilizzato dal messaggio che ne dà l’autore? No, semplicemente Anderson contrappone nettamente due realtà: quella del cinema e quella della vita. Cioè? La vita continua, il cinema conclude! 

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