Foxtrot – L’Imprevedibilità di un destino inarrestabile

Giacomo Zanon

02.08.2018

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L’israeliano Samuel Maoz vinse il Leone d’Oro alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia con il suo lungometraggio d’esordio, “Lebanon”. Il film racconta la prima guerra in Libano del 1982, vista dagli occhi di alcuni soldati posti all’interno di un carro armato. “Lebanon” si può intendere come un’opera parzialmente autobiografica, in quanto lo stesso regista fu un soldato in uno dei carri armati israeliani che invase il Libano nell’82. Il tema della guerra viene ripreso nel secondo lungometraggio del regista, “Foxtrot”, presentato sempre al Festival di Venezia otto anni dopo. Anche in questo caso, Maoz viene insignito di un riconoscimento importante, Il Gran Premio della Giuria.

“Foxtrot” presenta una struttura narrativa tripartita: la prima parte inizia con una donna che apre la porta di casa, dopo aver sentito il campanello suonare. I visitatori sono dei soldati e, alla loro vista la donna sviene. Il marito della donna, Michael, si sente comunicare dai militari la morte del figlio, loro collega caduto in servizio. L’uomo, distrutto dalla notizia, inizia a organizzare il funerale del figlio e riunire i parenti più stretti. L’atmosfera della prima parte del film è cupa e opprimente: la comunicazione del tragico fatto sconvolge il padre, il quale inizia ad isolarsi sempre maggiormente. Abbiamo lunghi momenti di silenzio, pianti struggenti ed espressioni disperate. Tutto ciò è sottolineato dalla fotografia fredda e dalla regia precisa e geometrica di Maoz, che utilizza angoli di ripresa volti a isolare i personaggi, grazie ad inquadrature fisse ed un montaggio lento.

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La seconda parte del film spiazza completamente lo spettatore: passiamo dall’abitazione nel centro di Tel Aviv ad un posto di blocco in un luogo desertico. Lì assistiamo alle tipiche giornate di un gruppo di giovani soldati, tra cui il figlio della coppia protagonista, alle prese con controlli di routine, infinite soste ai posti di blocco, pasti fatti di carne in scatola. Con l’arrivo della seconda parte l’atmosfera e il contesto cambiano totalmente, quasi a sottolineare l’inizio di un film differente: il tono è più rilassato e non mancano momenti di ironia grottesca. Questo segmento differisce dal primo anche dal punto di vista narrativo: se prima si trattava la rielaborazione del lutto e la reazione al dolore, qui la narrazione si blocca per far vivere allo spettatore le giornate al posto di blocco dei soldati, alle prese con questioni di poca importanza, almeno fino al sorprendente e teso momento della macchina di notte e della lattina. Anche la fotografia si concede una luminosità maggiore e colori più accesi, mentre i movimenti della m.d.p. si fanno più fluidi e meno rigorosi.

Dopo un irriverente e originale intermezzo reso graficamente a mo’ di fumetto (scritto dal figlio dei protagonisti), arriviamo alla terza e ultima parte dell’opera, ambientata nuovamente nell’appartamento di Michael a Tel Aviv. Assistiamo qui alle accese discussioni tra i due coniugi, in cui si confrontano e litigano riguardo gli errori commessi, le scelte passate, i complicati rapporti famigliari. In questo segmento finale ritornano le sequenze intense del primo, così come il taglio della fotografia, la regia studiata alla perfezione e il montaggio caratterizzato da un ritmo cadenzato.

La sequenza finale avrà come protagonista nuovamente il figlio, nella sua ultima, breve apparizione sullo schermo: questa scena si rivela particolarmente importante, sorprendente e intrigante per lo sviluppo narrativo della pellicola stessa, facendo riflettere ulteriormente lo spettatore una volta uscito dalla sala.

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Il tema principale che troviamo in tutta l’opera è quello del destino, del fato, che regola inevitabilmente la vita degli uomini: come nel foxtrot, il ballo che da’ il titolo al film, ognuno di noi torna sempre al punto di partenza. Nel film, Michael balla il celebre ballo americano in una delle scene finali insieme alla moglie, e anche il figlio si esibisce in una gustosa scena di ballo al posto di blocco, con tanto di musica in sottofondo. L’autore israeliano ci suggerisce quindi che per quanto gli uomini si impegnino per programmare la propria vita al meglio secondo i voleri e i desideri personali, il destino gioca sempre un ruolo fondamentale, capovolgendo la situazione e facendoci tornare sempre all’inizio, come se vivessimo all’interno di un cerchio.

Da sottolineare gli ottimi attori, in particolare il protagonista interpretato da Lior Ashkenazi, capace di rendere al meglio ogni sfumatura del complesso carattere tormentato di Michael. I personaggi del film sono tutti ben descritti da Maoz, grazie ad una sceneggiatura scritta con perizia ed una regia che si focalizza bene sui corpi degli attori, anche se può risultare eccessivamente rigida e fredda in alcuni momenti.

Nonostante qualche piccolo momento possa sembrare forzato, o qualche leggera lungaggine nell’ultima parte, l’opera è senza dubbio costruita con grande sapienza, interessante nei suoi temi, confezionata ottimamente e sorprendente nel suo insieme, anche grazie ad un’originalità sempre più rara al giorno d’oggi.

Con “Foxtrot”, Maoz si dimostra un cineasta di talento, uno degli sguardi più intriganti e personali del Cinema degli ultimi anni, capace di costruire opere filmiche decisamente valide nel messaggio, nella struttura e nella realizzazione tecnica.

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