«Il cinema è un’arte, una forma di espressione artistica legata molto all’artigianato»
(Matteo Garrone)
Così parlò Matteo Garrone: regista, sceneggiatore, operatore di macchina con uno sguardo rivolto al montaggio, in origine pittore e ospite d’eccezione della serata inaugurale della quinta edizione dei Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival. Evento diffuso nello spazio e nel tempo che, in un’osmosi immaginativa di territorio, memoria e fantasia, disvela l’aura nascosta del poeta, di un autentico artigiano delle parole: Tonino Guerra.
Secondo la Treccani, l’artigianato è un’«attività, sia artistica sia comune, per la produzione di beni e servizi, organizzata prevalentemente su base individuale o familiare». Etimologicamente, infatti, il derivato latino ars, artis indicava ogni abilità materiale o spirituale. Tuttavia, le origini semantiche affondano le proprie radici nella Grecia antica, in un’alchimia di parole e pratiche che vedono protagoniste téchne (Τέχνη) e poiesis (Ποίησις), in una sintesi tra la competenza tecnica, manuale e intellettuale, insieme a una creazione estetico-poetica che apre le porte al mondo del significato e dell’espressione.

Artigiano, dunque, è chi con la materia crea.
Chi, a partire da conoscenze e abilità tecniche, e in direzione di un’idea originale che faccia ponte tra passato e futuro, plasma alchemicamente la materia e mostra ciò che ha scoperto del mondo.
«Il cinema è sguardo, è la capacità di vedere quello che altri non vedono»
(Matteo Garrone)
Artigiano è Geppetto che, con del legno di pino informe, pensa, intaglia, decora e perfeziona i vari pezzi di un burattino, creando piedi, gambe, busto, braccia e mani, collegandoli insieme ad una testa. Geppetto, da buon artigiano, è anche poeta, e in un’osmosi creativo-immaginativa dona un cuore al burattino, trasformando materia grezza in una creazione viva, in Pinocchio.
«Non è vero che uno più uno fa sempre due; una goccia più una goccia fa una goccia più grande»
(Tonino Guerra, Nostalghia (1983) A. Tarkovskij)

Artigiano, dunque, è anche il/la cineasta che, insieme alla propria troupe, cura la sceneggiatura e il ritmo della narrazione, la fotografia e la composizione visiva, la scenografia e l’ambientazione, il sonoro e le musiche, in direzione di un’idea affinché diventi opera e prenda vita.
Il film, dunque, si rivela oggetto artigianale, frutto di un lungo processo che coinvolge una serie di fasi tecniche, creative, intellettuali e manuali. Il primo e ultimo tassello del puzzle, forse, si mostra essere proprio la parola.
«Io sono tanto affezionato alla parola, perché io sono un poeta. Le immagini che sono dentro la parola sono infinite. La parola è piena di cinema»
(Tonino Guerra)

Eppure, Tonino Guerra ci teneva sempre ad affermare come il film fosse del/la regista in toto, poiché lo sceneggiatore-poeta fornisce suggestioni, idee e immagini, ma poi il film è un’altra cosa.
«È sempre un po’ un mistero come nasce un film, un po’ come in amore, non decidi, è il film che ti sceglie. Bisogna mettersi nella condizione di essere predisposti a qualunque cosa accada»
(Matteo Garrone)

L’artigianato di Matteo Garrone, in un limbo allegorico tra realtà e fantasia, ha sempre cercato di sorprendere e, innanzitutto, di sorprendersi, ricercando la meraviglia nello sguardo di chi guarda e di chi crea. Esplorando ambientazioni e immaginazioni inesplorate, insegue una poetica e la «vocazione di mettermi nei guai, faccio dei film che mi espongono a dei rischi, e per ora me la sono sempre cavata».
«Parlo per me, forse per la mia generazione, forse perché vengo dalla pittura, ma l’importante è fare, fare come in una bottega, oggi soprattutto che ci sono mezzi tecnici molto più accessibili di una volta. E misurarsi, scontrarsi con le problematiche dell’espressione artistica. Cercare il più possibile di trovare una propria voce»
(Matteo Garrone)
«Il film sta in piedi o non sta in piedi», diceva Luigi Comencini; e i film di Matteo Garrone sono oggetti artigianali che non solo stanno in piedi, ma – proprio come Pinocchio che esprime un’anima tale da farlo essere un bambino vero – camminano, corrono e, in una forma di realismo allegorico, volano.
Come sta in piedi Il tempo che ci vuole (2024), il film di Francesca Comencini presentato ai Luoghi dell’Anima, incentrato sull’intimo rapporto tra sé e il padre Luigi Comencini, dal set di Pinocchio (1972) in tenera età, alla crisi politico-esistenziale di fine anni ‘70, fino alla condivisione di un set cinematografico.
«È un film che parte dalla memoria.
Attraversa tutti i ricordi della mia relazione con mio padre, e si parte sicuramente da una spinta d’amore»
(Francesca Comencini)

La spinta d’amore si sente, da entrambi i lati dello schermo, e il film prende vita.
Così come, analogamente, fa Palazzina Laf (2023) di Michele Riondino, film presentato ai Luoghi dell’Anima che trova una perfetta sintesi tra il personale e il politico, dopo un’attenta e studiata ricerca da parte del regista di come e perché mettere in scena una storia che, si sente, arriva dal cuore.
Cosa che non succede, invece, per Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024) di Margherita Ferri; film non figlio dell’artigianato ma dell’industria istituzionale, senza cuore ma con 7 milioni di incassi, diventando il film italiano più visto al cinema di quest’anno. La storia vera aveva un’anima e, purtroppo, stava in piedi. La sua rappresentazione cinematografica, invece, inciampa su se stessa, sminuendo, minimizzando e lasciando in superficie i temi trattati, in una visione manichea di bene e male di stampo strettamente statunitense, come paradossalmente le sue ambientazioni, che non mette in difficoltà chi osserva. Senza una vera ricerca e immersione nella complessità di tematiche come il cyberbullismo e l’identità di genere, e con qualche accenno di spot anti-droga, anti-divorzio e pro-chiesa, il film è un burattino senz’anima che precipita sotto una scroscio di applausi passivi di classi scolastiche.
Tuttavia, c’è un altro film tratto da una storia vera di circa 15 anni fa, un film che affronta tematiche contemporanee complesse, un film che anche ha avuto proiezioni scolastiche; ma questo è un film meno distribuito, che fa della ricerca e della profondità i propri strumenti artigianali, in una sintesi tra tecnhe e poiesis che smuove le coscienze.

Si tratta di Familia (2024) di Francesco Costabile, vincitore dei Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival come miglior film e miglior sceneggiatura. Immergendosi nei meandri più bui della violenza domestica e di genere, in un naufragio di manipolazioni e degenerazioni, Familia mostra l’accadere di una condizione e delle diverse prospettive familiari, con una precisione e una cura radicale. Un film di impegno civile non solo che sta in piedi, ma che, una volta terminato, inizia a seguirti e, purtroppo o perfortuna, non ti abbandona più. Un film che chiunque, oggi, dovrebbe vedere.
«Il cinema è uno strumento per acquisire consapevolezza»
(Francesco Costabile)

I film devono stare in piedi affinché ci sorreggano, aiutandoci a camminare sulle nostre gambe intraprendendo la via giusta, poiché, ci dice il poeta, «stai dritto che la bellezza non pesa».
Che il cinema possa riscoprire «l’odore infantile del mondo», che possa ritrovarsi nell’artigianato, nell’impegno civile e nell’arte del fare, fermando la fretta e riappropriandosi dei luoghi, in nome e in onore della bellezza e di Tonino Guerra.




