Dr. Stranamore e Mickey 17: ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad odiare l’eiaculazione

Giovanni Pascali

04.04.2025

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Per cercare di darmi un tono, ogni tanto sono solito farmi vedere davanti a un cinema.

Se ci passo davanti, mi fermo a guardare le locandine. Se c’è un gruppo di giovani impegnato in una discussione sul film che hanno appena visto, mi ci infilo senza pudore e, appena si presenta l’occasione, non manco mai di spammare il mag, come comanda il codice d’onore che ogni membro di questa setta è obbligato a seguire.

Ogni tanto mi concedo anche di entrare in una sala.

Mi piace sentirne l’odore, respirarne l’atmosfera.

Appena le luci si spengono, esco.

Mi piace il cinema, ma ho paura del buio.

Tuttavia, recentemente sto cercando di affrontare questa mia cosa e mi è capitato di vedere un film dal titolo Mickey 17 di Bong Joon-ho. Ammetto che hanno iniziato a balenarmi in testa alcune suggestioni tematiche sui seguenti argomenti: sesso, guerra e potere, attraverso il confronto tra due film molto distanti, ma in qualche modo anche molto vicini tra loro.

Se si prova a guardare Il dottor Stranamore oggi, con tutta la consapevolezza storica e culturale accumulata negli ultimi sessant’anni (e il senso di impotenza che deriva dal sapere che, in fondo, non è cambiato poi molto), diventa difficile non notare una cosa: il film di Kubrick è una gigantesca, spietata presa per il culo della libido del potere.

Il dottor Stranamore
Dr. Stranamore in Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (1964)

Non il potere in senso astratto, non il concetto platonico di dominio, ma il potere come impulso sessuale, come un’energia fallica che si traveste da decisionismo, logica strategica e discorsi sul deterrente nucleare, mentre in realtà è solo un gigantesco atto di compensazione sessuale.

Perché tutto, ne Il dottor Stranamore, parla di sesso, anche quando parla di guerra. Anzi, soprattutto quando parla di guerra.

Il dottor Stranamore
Generale Ripper in Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (1964)

C’è il generale Ripper, con la sua ossessione per i «fluidi corporei essenziali» e il suo paranoico terrore che i comunisti lo abbiano castrato, che succhia il sigaro come Josh Brolin nei panni di Bigfoot Bjornsen in Vizio di Forma, mentre succhia una banana ricoperta di cioccolata.

Vizio di forma
Vizio di forma di Paul Thomas Anderson (2014)

C’è il Maggiore Kong, che cavalca la bomba atomica come un cowboy a un rodeo, e il c’è il dottor Stranamore stesso, che tenta di contenere spasmi involontari mentre propone un’orgia selettiva post-apocalittica, con un rapporto uomini-donne di uno a dieci, rigorosamente a favore dei primi.

Ma se Kubrick ci raccontava una guerra fredda che era, in fin dei conti, una gigantesca ansia da prestazione tra due superpotenze, Bong Joon-ho ci racconta che cosa succede subito dopo che questa ansia si dissolve. Mentre i molteplici personaggi interpretati da Peter Sellers incarnano l’autorità, i multipli di Robert Pattinson sono i sacrificabili: gli ultimi tra i primi, sottomessi o ribelli, pieni di debiti, ma liberi dalla paura della morte che sembra schiacciare tutti gli altri.

Il sesso nell’universo di Mickey 17 diventa una distrazione dannosa, un’inutile dispersione di energie preziose oppure uno strumento per infestare nuovi pianeti: l’arma di distruzione di massa scelta dal potere, qui incarnato da Mark Ruffalo.

Ed è proprio il personaggio di Ruffalo, politico fallito in cerca di un nuovo pianeta da conquistare e sul quale esercitare quel potere che pensa di meritare, a cercare, in qualche modi, di mettere in pratica il disegno malato dell’orgia selettiva del dottor Stranamore.

Ancora una volta, l’atto sessuale si riduce alla pressione di un pulsante, in questo caso di due, per far saltare tutto in aria: per distruggere piuttosto che costruire, per annichilire piuttosto che comprendere. Se in Kubrick la libido del potere conduce infine all’autodistruzione, il sacrificio di Mickey 18 porta alla distruzione del potere e al ristabilimento di un nuovo equilibrio naturale, in una visione ottimistica e ambientalista del futuro dell’umanità, a tratti quasi un po’ naif.

Nausicaä della Valle del vento
Nausicaä della Valle del vento di Hayao Miyazaki (1984)

Gli striscianti delle grotte di Niflheim ricordano gli Ohmu della Valle del vento di Miyazaki, ma mentre Nausicaä è una principessa destinata al trono e amatissima dal popolo, che cerca consapevolmente di ristabilire l’equilibrio con la natura, Mickey è un sacrificabile che, proprio scampando alla sua condizione di clone usa e getta, si ritrova involontario artefice di un ribaltamento radicale.

Non più ansia da prestazione tra superpotenze, non più fallocrazie in bilico sul pulsante rosso, ma un’intera catena di comando che crolla nel momento stesso in cui si scopre che l’ultima ruota del carro, il clone di riserva, Mickey 18, preferisce sparire nel vento cosmico piuttosto che perpetuare la violenza del sistema.

Forse è proprio questo che Bong Joon-ho suggerisce con il suo film: il vero cambiamento non arriva dall’alto, ma dal sacrificabile che decide di sacrificarsi per non farsi più sacrificare.

Leggi anche: Kubrick, o come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba

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