«Mi interessano solo gli scrittori che hanno uno stile; se non hanno uno stile, non mi interessano. Ed è raro, lo stile, è raro. Di storie ne è piena la strada: tutto è pieno di storie, ne sono pieni i commissariati, pieni i tribunali, piena la vostra vita. Tutti hanno una storia, anche mille storie.»
(Louis-Ferdinand Céline in Intervista di Louis Pauwels e André Brissaud a Louis-Ferdinand Céline)
Ho conosciuto Edgardo Pistone la scorsa primavera. Ero a Napoli al cinema Modernissimo, in pieno centro storico. Lui era lì per presentare il suo film d’esordio: Ciao Bambino.
Il film di Edgardo in realtà l’avevo già visto un paio di mesi prima, in anteprima. Quella sera di metà marzo l’ho riguardato. In sala, insieme a me e al pubblico, c’erano anche la mamma, il padre- che recita nel film- e il fratello di Edgardo. All’uscita della proiezione ho capito che la famiglia di Edgardo lo sostiene molto nel suo mestiere di regista, ho capito anche che questa cosa lo rende felice.
Nella visione al cinema Modernissimo era tutto più bello rispetto alla prima volta, quando il film me l’ero visto tutta sola in casa, azzeccata al mio televisore. In sala il cinema è un’altra cosa, eccetera eccetera eccetera. Questo lo si sa e non serve che lo ripeta anche io.
Edgardo Pistone quella sera mi fece intuire due cose di lui: la prima è che ci tiene ad accompagnare e a parlare del suo film, si sente grato e onorato nel farlo. La seconda è che ha stile. Uno stile tutto suo, distinguibile, frutto della sua idea di mondo. Lo accompagna nei gesti e nel linguaggio che ha quando parla e nelle scene che dirige quando fa un film.

Ciao Bambino è la storia di un ragazzo di diciannove anni e della sua ultima estate da adolescente. È la storia delle colpe dei padri che si riversano sui destini dei figli, costringendoli a diventare adulti.
Qualche mese dopo la proiezione al cinema Modernissimo di Napoli, abbiamo incontrato di nuovo Edgardo Pistone.
Gli abbiamo fatto un po’ di domande su Ciao Bambino, sulla situazione produttiva in Italia e sul complicato rapporto fra padri e figli quando si diventa adulti.
Una piccola premessa: con Edgardo ci siamo incontrati a Bologna, in un locale molto piccolo frequentato da studenti e giocatori di biliardino. Siamo stati un paio d’ore a chiacchierare. Se quest’intervista può sembrare iniziare in medias res è perché è realmente andata così.
Come sei arrivato a scrivere Ciao Bambino? Qual è la storia creativa e produttiva del film?
EDGARDO PISTONE
Prima di Ciao Bambino ho passato quattro anni a cercare i fondi per produrre un altro film, un’altra storia. Questo film precedente non trovava soldi, mi sono sentito dire più volte che la storia non convinceva fino in fondo. E poi, un po’ all’improvviso e molto velocemente ho scritto “Ciao Bambino”. Era agosto, a dicembre il film aveva già trovato i primi finanziamenti.
Oggi i film si fanno se si possono codificare, se quando ne parli puoi trovare gli elementi analizzabili. Per l’idea che mi sono fatto però, alla fine, codificare diventa la croce dei film, perché le persone si identificano ancor prima di guardarli. “Ciao Bambino” se ne parli sembra un film che si è già visto: la periferia, l’accento napoletano, il rapporto padre figlio. Poi io credo anche che il film abbia una sua anima che si distacca completamente da quello che si può pensare inizialmente.
La periferia di Ciao Bambino, per esempio, è una periferia finta. Non è una periferia vera. È tutto volutamente finto. È una rappresentazione del mondo intima e interiore. Non è neorealismo. Quando parlavo con la scenografa e con la casting director sul set io insistevo sulla distanza fra l’individuo e gli altri che si doveva esplicitare. Quella distanza è un vuoto esistenziale, non è un vuoto sociale. È molto diverso.

Mediterraneo, Capri 1936
Quali sono state le difficoltà più grandi che hai incontrato nel passaggio dall’idea alla realizzazione concreta del tuo primo film?
EDGARDO PISTONE
Produrre un film in Italia è veramente complicato. Ti trovi a dover legittimare quello che stai facendo. E la forma più alta di legittimazione è legata al contenuto, della forma non se ne fotte più nessuno. Infatti, se ci pensi oggi i contenuti delle serie televisive- solo i contenuti eh- sono più performanti di quelli del cinema. Il cinema si occupa del tempo e la televisione si occupa della durata. Il cinema si occupa della forma e la televisione dei contenuti. E visto e considerato che noi stiamo andando verso un consumo sempre più estremo di contenuti, della forma non interessa più a nessuno. Per me però la forma è tutto, al cinema. Come diceva Celine, il mondo e le enciclopedie sono piene di storie, a me interessa lo stile. E lo stile al cinema si fa con la forma.

«Soltanto chi sa guardare il deserto può dare così tante forme al niente. Mistero, buio, caos, assenza non appartengono a nessun posto.»
(Asli Erdoğan, Tutte le ore e nessuna)
In Ciao Bambino si percepisce un tempo sospeso, fuori dal reale, che porta lo spettatore nelle viscere della storia ma lo tiene ad una debita distanza dalla realtà. Come hai affrontato la regia di questo mondo “a parte” che c’è nel film?
EDGARDO PISTONE
È tutto sospeso quello che c’è in “Ciao Bambino”. “Ciao Bambino” non vuole parlare di Napoli, non vuole parlare della periferia. Il film prova a parlare, vorrebbe parlare, dell’umanità. Per esempio, la scena iniziale, quella degli scogli, è l’idillio. Sono gli ultimi scampoli di spensieratezza prima di diventare uomini. Io quella scena l’ho affrontata da un punto di vista poetico, ideale ed esistenziale. Non mi sono riferito ai ragazzini che si tuffano a Marechiaro. Quei ragazzi ce li ho sotto agli occhi praticamente tutti i giorni, come ce li hanno sotto agli occhi tutti e si portano dietro un significato che non è il punto del film. Per quella scena mi sono riferito ad Herbert List, un fotografo straordinario tedesco che ha fatto un lavoro meraviglioso sul Mediterraneo.

«Non fotografo ciò che vedo, ma ciò che sogno.»
(Herbert List)
In Ciao Bambino la violenza non è mai esibita in modo crudo. Eppure, c’è un altissimo grado di sofferenza in quello che racconti. Uno strazio fisico e psicologico che però non si traduce mai in un esibizionismo di corpi sofferenti per mani feroci. Come pensi che il cinema possa raccontare la violenza senza cadere nel voyeurismo?
EDGARDO PISTONE
Noi di base siamo dei pornografi, dei voyeur. Se io avessi voluto raccontare una storia di violenza vera, in modo serio, avrei dovuto fare delle scene action. E a me le scene action non piacciono.
Se la violenza, come fa Scorsese, diventa qualcos’altro come in Casinò quando Joe Pesci è violento in maniera estrema e arriva al suo apice con una penna, allora serve a qualcosa mostrare la violenza. Con il montaggio Scorsese manipola il tempo e lo spazio, e questo è il cinema. Non è violenza esposta tanto per. È cinema. Prende la violenza e ne fa un’altra cosa. A me questo non serviva. Dare allo spettatore un ennesimo sguardo morboso sulla violenza mi pare inutile.
l rapporto padre-figlio è centrale in Ciao Bambino, e nel film tuo padre ha un ruolo principale. È stato difficile mettere in scena una relazione così intima e familiare? Che tipo di confronto c’è stato tra voi sul set?
EDGARDO PISTONE
Su questo io ho dovuto fare molti ragionamenti. Il primo partiva da una sorta perversione ludica del bambino che ancora abita in me, quella di dire a mio padre: sei un essere umano che mi è sfuggire per sempre, non sono mai riuscito ad afferrarti. Io ora nel film ti gestisco, devi dire queste parole, devi stare zitto, devi stare qua e devi stare con me quando e come lo dico io.
Il secondo ragionamento era un desiderio. Io stavo perdendo mio padre, avevo paura. Lo stavo perdendo in maniera fisiologica per il suo stile di vita, pieno di eccessi. Questo era l’unico modo per provare a tenerlo con me nei momenti importanti, come quello di un primo film, doveva esserne parte attiva. Gli ho chiesto di fare un patto. Per il film doveva essere giovane, perché interpreta il padre di un diciannovenne e lui sarebbe stato troppo adulto per essere credibile. Quindi doveva essere rinvigorito. Questo processo salvava mio padre, salvava una vita. E questo concetto dei film che salvano le persone io l’ho appreso da Agostino Ferrente, mentre lavoravo al suo film Selfie.

2019
In questo senso, quanto vivi il cinema come una responsabilità politica e sociale, oltre che artistica?
EDGARDO PISTONE
Sempre sul set di Selfie, Agostino Ferrente durante le riprese diceva che i film hanno la missione di migliorare le vite degli esseri umani. Ma non solo di quelli che li guardano i film, anche di quelli che li fanno. Io sono pienamente d’accordo. I registi non possono solo mettere la giacchetta elegante e andare ai festival, a riempirsi la bocca di parole lasciando i protagonisti e i personaggi che hanno creato più scamazzati di prima. Ferrente ne faceva un discorso di classe: noi non dobbiamo essere registi borghesi che vanno in un luogo, lo vivono, lo usano e poi se ne vanno senza lasciare niente. Noi dobbiamo lasciare qualcosa. È sicuramente una nostra responsabilità.

Tu hai messo in scena un dramma per affrontare il non detto. Quanto c’è di teatrale, di rituale, nel tuo modo di fare cinema? Si possono espiare le colpe dei padri attraverso l’arte?
EDGARDO PISTONE
Parlare è parte di una cura importante. Noi cerchiamo di curarci attraverso la parola quando andiamo in psicoanalisi, in terapia o quel che sia. Io con mio padre avevo difficoltà di dialogo. Quindi ho usato un vecchio metodo: quello di Amleto. Amleto mette in scena il proprio dramma a corte per smascherare le colpe dei padri. Però, rispetto all’espiazione che dici tu, il mio esercizio morale è stato imparare a non puntare il dito contro mio padre. Il mio desiderio era la sua assoluzione.
Alla fine del film mio padre doveva essere assolto dalle colpe che gli ho sempre addossato. Volevo smettere di puntare il mio dito contro di lui e iniziare a vederlo come un essere umano che sta lottando contro i suoi demoni. Noi figli, e per figli intendo noi umanità, tendiamo a giudicare. Alla fine del film, infatti, vediamo una versione diversa del padre che sta iniziando a muovere i suoi primi passi in un mondo diverso.
Poi, tutte queste belle parole che vi sto raccontando, lasciano il tempo che trovano. Io dopo il film sono stato malissimo, e ho ancora dei residui frutto di tutto questo processo psicologico.

John Everett Millais
Tu nel film hai cercato una periferia finta, non realista. È anche una reazione contro gli stereotipi che il mercato e l’industria impongono su Napoli? Cosa pensi del modello economico e culturale che si sta costruendo attorno e dentro la tua città?
EDGARDO PISTONE
Questo è un discorso economico più che artistico, secondo me. Sempre i famosi contenuti di cui parlavamo prima, di cui siamo schiavi e fruitori, cannibalizzano la realtà. Napoli, per esempio, non ha niente di meno a Palermo. Però Palermo è troppo lontana da Roma. Napoli-Roma è un’ora di treno, e questo la fa diventare una perfetta succursale economica. Napoli ha degli scenari e un patrimonio culturale enorme e prezioso che nel mondo capitalistico, che è ormai ben delineato a Roma, crea un fascino esotico. La discussione è molto delicata.
Quello che è stato creato come mondo economico dietro Napoli è un vero e proprio mostro. Questo ha generato un meccanismo per il quale se un’anima innocente – che non sono assolutamente io – vuole fare un film su Napoli viene immediatamente associato ad una serie di stereotipi e standard soffocanti. Tutto ciò che vuole essere al di fuori di quella forma e che quindi è prezioso perché è un’alterità viene visto male, come se fosse un’occasione mancata, uno spreco di soldi e successo facili.

Qual è stato il film che ti ha cambiato lo sguardo sul cinema e ti ha fatto dire “voglio fare questo mestiere”?
EDGARDO PISTONE
Il mio film preferito in assoluto si chiama Suzhou River e il regista si chiama Lu-Ye, il titolo in italiano è La ragazza del fiume. I registi orientali mi hanno formato parecchio. E poi ci sono i registi italiani, Germi e Pietrangeli mi piacciono tantissimo.

Frame da Suzhou River, Lou Ye, 2000
E invece come vicinanza? A chi ti senti più legato come ispirazione e stile?
EDGARDO PISTONE
‘Uagliù, Antonio Capuano è il regista a cui sento di essere più legato. E anche Paolo Sorrentino. Sorrentino perché quando io avevo poco più di vent’anni lui faceva “Il divo”, “This must be the place”, “La grande bellezza”, “L’amico di famiglia”, “L’uomo in più”. Sono film enormi. Sorrentino è fra i più grandi cineasti, e non dovremmo avere paura nel dirlo.
Poi, il regista che io sento più come padre, fratello, zio è Capuano.
Anche Franco Maresco è una mia altra grande ossessione.

Per te è più importante arrivare a un riconoscimento industriale, come un premio, o conservare una coerenza artistica anche se costa sacrifici?
EDGARDO PISTONE
Io quando vado a parlare col produttore non mi ricordo come si chiami l’attrice protagonista di Suzhou River. Non mi ricordo come si chiamino gli attori che sceglieva Maresco. Quando io vado a parlare col produttore e il produttore mi dice “ci serve il talent” io l’unica cosa alla quale voglio far fede è tutta questa gente che mi ha commosso da quando ne ho memoria. Non riesco a non vederla così.
Non mi posso permettere la casa di proprietà? Vivo in un basso a Rione Traiano.
Non mi posso permettere la barca a mare? Nun fa nient’.
Però faccio i film che mi piacciono. E questo vale più di tutto. Pure più di un David di Donatello.
Mo, per esempio, stiamo qua con un gruppo di giovani ragazzi e ragazze cinefili che vogliono sentire io che cosa ho da dire. E io sono un ragazzo che a stento parla l’italiano. Per me questo è un riconoscimento. La mia non è umilità o esaltazione dell’umiltà, è la cosa più vitale che io possa fare. Il contrario, cioè la strada dei talent e delle regolette di mercato, sarebbe mortificante.
Questo è vitale. E mi state pure facendo morire di fame perché è ora di cena già da un bel po’, ma va bene così.

Foto di Glauco Canalis




