“Cosi la coscienza ci rende tutti codardi”…
«Io sono passabilmente onesto, e nulla meno potrei accusarmi di tali cose, che meglio sarebbe stato che mia madre non mi avesse posto in luce;
Io sono superbissimo, vendicativo, ambizioso; e ho più colpe al mio comando, ch’io non abbia pensieri in cui trasfonderle, immaginazione per dar loro una forma, o tempo per metterle in atto.
A che dovrebbero strisciare fra il cielo e la terra esseri come sono io? Noi siamo tutti malandrini; non credere ad alcuno di noi».(Amleto, Atto III, Scena I, versi 121-129)
Amleto si rivolge così a Ofelia, invitandola a lasciare il castello, abbandonare ogni speranza d’amore e recarsi in convento. L’intento è di repellere la povera fanciulla, di allontanarla dal destino orrendo che attende Amleto. Perché legarsi a una persona destinata al dolore e al seminare dolore?
Che atto futile, amare, pensare di riporre in un’altra persona la responsabilità di salvare l’anima di entrambe. Quanto egoista, chiedere un simile impegno. Quanto ingenuo, credere di poter effettivamente portare a termine una simile missione.
Nel contesto di Amleto, si tratta di un’azione crudele ma necessaria, inevitabile. Per lo spettatore, è invece straziante.
Giusto una manciata di versi prima, due pagine indietro, Amleto si stava chiedendo se “essere o non essere?”. La risposta che trova, nell’immediato, è che poche gioie effimere e illusorie non giustificano esistere nel dolore.

Amleto è senza alcun dubbio l’opera più nota di William Shakespeare; un fatto indiscusso ma comunque impressionante, data la gravità dei restanti testi attribuiti al bardo. Una colonna portante della cultura moderna, che ai tempi del Teatro Elisabettiano rappresentava invece una rottura. Nell’era della monarchia, la missione di Amleto è assassinare un monarca. Nell’era dei dogmi, Amleto dubita.
Inevitabilmente, la menta vaga e la domanda diventa spontanea:
cosa poteva provare Shakespeare, per scrivere un’opera simile?
O, ancora meglio, da dove proviene il dolore descritto in quest’opera teatrale?
Hamnet, l’opera diretta dalla regista premio Oscar Chloé Zhao, non inizia da Shakespeare, tuttavia. Inizia da Agnes, interpretata da una magistrale Jessie Buckley. Il film apre ben lontano dalla corte danese dell’Amleto, ma da un bucolico bosco nell’entroterra inglese, da una donna vestita di rosso circondata dal rigoglioso verde.
Agnes ci viene presentata come una donna fortemente connessa alla natura, un legame dimostrato attraverso il ricordo della madre e il rapporto con il proprio falco. Shakespeare incontra Agnes prima di diventare Shakespeare, lo incontriamo come William, un umile insegnante di latino, figlio di un guantaio. Dotto, ma carico di carisma e iniziativa.

L’interesse verso la donna, descritta come una strega dalla severa famiglia di William, diventa innegabile, e il modo migliore per approcciarla, per il futuro bardo, è narrare una storia. Orfeo e Euridice, due figure mitologiche descritte e condannate dal loro amore. Famosamente, Orfeo condannò Euridice perchè non poteva fare a meno di voltarsi indietro. Perchè chi vive con il timore di perdere l’amore, soffre in primis il presentimento del dolore, più reale nella propria mente che nel proprio cuore.
Agnes rimane incinta dopo un incontro con William, e i due si sposano rapidamente e iniziano a costruire la loro famiglia: tre figli, Samantha, Judith e Hamnet.
Agnes è sensitiva, è in grado di percepire impercettibili segnali del destino. Il primo, William e il suo futuro a Londra. “In lui c’è molto più di quanto ci sia in tutti gli uomini che ho conosciuto”, dirà Agnes al fratello. Il secondo terribile presentimento è che insieme avranno tre figli, ma solo due saranno al suo capezzale. Tutto ciò, captato premendo alla base del pollice di WIlliam.
Hamnet sceglie un punto di vista intimo e delicato. L’umiltà del contesto bucolico amplifica le sensazioni dei protagonisti, le gioie genuine germogliano in giardini rigogliosi e le loro paure e insicurezze riverberano nel buio pesto della notte e nelle austere dimore della campagna britannica. La scelta è quindi di togliere ogni solennità dal nome Shakespeare e dagli oltre 400 anni di bardolatria, e mostrare due persone diverse affrontare il peggior dolore possibile per un genitore.

La premonizione di Agnes inevitabilmente si avvera, e Jessie Buckley offre una prova straziante del suo talento. I suoi occhi si svuotano, la sua rabbia contro il marito è giustificata, ma figlia di un cieco senso di frustrazione, di trovare un nemico a cui puntare il dito.
Dove va questo dolore, il peggiore della sua vita? È giusto accettarlo, soffrire e non odiare? No, Agnes porta quel dolore come una granata nel petto, pronta a esplodere.
William invece? Ai suoi occhi, è fuggito, dalla sua famiglia, da lei e dal quel dolore.
L’obbligo da marito e da autore lo allontana da Stratford e da Agnes, vuoi per sedicente senso di responsabilità o codardia. Al pubblico, tuttavia, viene mostrato uno stralcio di William, immerso nel suo lavoro alla ricerca del pathos necessario per la sua penna, qualcosa di reale attorno a cui tracciare l’inchiostro, un boccone troppo amaro da sentire in gola nel momento in cui ci si reca sul palco. Per William, il dolore va messo in scena. E così, il film inizia a ricostruire la figura di Shakespeare, come padre e poi come autore.
L’ultimo atto di Hamnet punta a una costante crescita emotiva e spirituale, un’onda che si abbatte in sala. Agnes viene a sapere della prossima opera del marito, intitolata, apparentemente, per il figlio defunto. Scenario aggravato dal fatto che nell’era elisabettiana, nomi e cognomi erano molto più variabili rispetto all’era moderna. In realtà, sono state rinvenute più firme con ortografie diverse per “Shakespeare”. Quindi, il passaggio da Hamnet a Hamlet è quasi zero.

Irosa, Agnes e il fratello si recano dunque a Londra, per la prima volta, alla ricerca del marito. La sua rabbia viene inizialmente sovrastata dalla confusione: la capitale è troppo affollata e grigia, la dimora del marito è giusto una stanza spoglia, indegna per l’uomo più ricco di Stratford.
Senza altre idee, Agnes si reca quindi alla prima dell’Amleto, ponendo gli occhi per la prima volta sull’impressionante struttura del Globe Theatre. Il pubblico si accalca in massa, spingendo Agnes ai piedi del palcoscenico.
Così tante persone riunite… per cosa? Cosa li porta in questo teatro?
Il palco è scarno, distinto solo da un fondale scuro, alberi frastagliati dipinti. Un lontano richiamo alla foresta da cui proviene.
L’opera inizia, e la confusione di Agnes si intensifica. Le regole del teatro, dopotutto, sono per lei ignote. Chi sono questi uomini, Francisco e Bernardo? Stanno forse parlando al pubblico? Quella figura chiara, era forse un spettro? E…questo giovane principe, è forse mio figlio?

Quest’ultima domanda inizialmente appare come la peggiore offesa. La morte della persona più cara, resa una farsa per il divertimento di estranei?
Tuttavia, prima di poter dare voce al suo oltraggio, lo spettro riappare, interpretato dallo stesso William.
«Io sono lo spirito di tuo padre,
condannato per un dato tempo a vagare
di notte, e di giorno a digiunare tra le fiamme
finchè i turpi delitti compiuti nei miei
giorni terreni non siano bruciati e purgati».
(Amleto, Atto I, Scena V, versi 9-13)
Shakespeare interpreta uno spettro per parlare di spettri e con spettri. La sua è un’ammissione di colpa e di rimorso. Il delitto da punire, l’assenza. Per William, l’unico modo per processare il dolore, come padre e poi come autore, è scrivere di un padre assente, un fantasma, parlare per un’ultima volta con il figlio, cuore a cuore, e chiedere perdono.
Agnes osserva quindi il marito come mai visto prima, volto coperto di vernice spettrale, una figura che trascende l’uomo che ha amato e odiato. Finalmente, riesce a vedere il suo dolore, come da lui interpretato.
Hamnet diventa quindi uno dei migliori argomenti a favore del potere dell’arte, come filtro e cura della realtà. Il dolore di William viene messo in scena, innescando un risveglio empatico nel pubblico. Agnes cade in una trance, completamente assorbita dalla storia, la sua incredulità finalmente sospesa. Quello è uno spettro, che parla al principe della Danimarca, interpretato da suo figlio. Dopotutto, Hamnet voleva crescere e diventare un attore. William ha esaudito il suo desiderio.
«Se mai mi tenesti nel cuore,
rinuncia per un poco alla felicità
e in questo mondo feroce respira con dolore
per dire la mia storia»
(Amleto, Atto V, Scena II, versi 341-343)
Reintrepretare la morte, come una celebrazione della vita, un momento di connessione oltre i limiti inizialmente percepiti. La quarta parete cade, creando un punto di contatto tra attori e spettatori, tra compianti e commossi. Il dolore viene condiviso e processato, l’ultimo stadio del lutto viene raggiunto.
Il dolore esce a destra del palcoscenico. Agnes immagina quindi Hamnet felice, contento di aver calpestato il palcoscenico del padre. E finalmente, Agnes sorride, sapendo che il mondo compiangerà Amleto insieme a lei.





