In una storica puntata di Futurama del 2008 un alieno misterioso “infetta” l’intera umanità con i suoi infiniti tentacoli, trasformandola in una sorta di enorme mente emotiva condivisa: chiunque entra in contatto con il “tentacolo” finisce per innamorarsi perdutamente della creatura, raggiungendo uno status di felicità ed estasi sensoriale mai provato prima.
La condivisione diventa gioia e l’abbattimento di ogni individualità è atto d’amore puro: l’ironia e la satira trasformano “La Bestia da un miliardo di schiene” in una beffarda riflessione su noi stessi, sui culti religiosi e sulla nostra tendenza all’individualismo, ma ciò che resta è l’ennesima variazione sul tema della “mente collettiva”, un concetto affascinante che ha trovato nella fantascienza un terreno quanto mai fertile per proliferare, crescere e generare riflessioni.

Pluribus di Vince Gilligan inserisce pienamente in questo filone. Si aggrappa con forza al nostro presente, raccontando il modo in cui, per pura sete di conoscenza, l’umanità ha coltivato e fatto proliferare il virus alieno che ha trasformato tutti in una cosa sola, annullando i confini dell’individualità e dando alla luce un enorme cervello comune dove l’io non esiste più e tutti diventano parte della medesima soggettività.
La scrittura riflessiva e arguta del creatore di Breaking Bad ci immerge totalmente in questa nuova realtà, abbracciandone la duplice e complicata natura. La scala di grigi che faceva apparire così sfumato il confine tra giusto e sbagliato nella parabola di Walter White, è qui utile per posizionare la mente collettiva di Pluribus in un limbo dove riescono incredibilmente a convivere la distopia più pura e la possibilità concreta che l’abbattimento dei confini individuali abbia dei risvolti profondamente positivi, permettendo all’umano di trascendere i suoi limiti ed evolvere nella “creatura” perfetta.

Sin dai tempi di Émile Durkheim e del suo La divisione del lavoro sociale, il concetto di “coscienza collettiva” è stato al centro di infiniti dibattiti sociologici e filosofici: l’assunto di base è che esista, a prescindere da tutto e ben al di sopra degli individui, un agglomerato di credenze e sentimenti comuni, qualcosa che è parte intrinseca e insondabile dell’umanità, che ci influenza e ci rende quello che siamo. Si tratta di un’intuizione semplice e complessa allo stesso tempo, teorizzata per tutto il Novecento nei modi più disparati, dal concetto di inconscio collettivo di Jung in psicologia, sino ad arrivare all’Intelligenza Collettiva del filosofo Pierre Lévy che, nel 1994, descrisse la rete internet come luogo capace di realizzare finalmente la prima, vera e tangibile intelligenza collettiva dell’umanità.
«Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa, tutta la conoscenza risiede nell’umanità»
(Pierre Lévy, L’intelligence collective)
La fantascienza ha dato spessore concreto a questi concetti, trasformati in veri e propri dilemmi morali per interrogarsi sul significato di individualità, su cosa voglia dire davvero coscienza condivisa e sulle sue conseguenze per la natura dell’ordine sociale e delle libertà individuali.
Nel nostro immaginario fantascientifico, la “mente collettiva” è stata spesso trasformata in minaccia potente e reale. La distopia, capace di cavalcare le endemiche paure umane sull’ignoto e il cambiamento è stato il terreno più battuto nel corso degli anni: da L’Invasione degli Ultra Corpi di Don Siegel in poi abbiamo vissuto nella paura che alieni sconosciuti, quasi sempre pieni di tentacoli, ci trasformassero in duplicati privi di volontà ed emozioni. I mitici Borg di Star Trek sono l’esempio più conosciuto ed estremo di tutto questo: un collettivo alieno che assimila le altre specie, cancellandone ogni identità e individualità per renderle parte integrante della loro enorme coscienza condivisa, una sorta di mente alveare che agisce come un unico grande essere.

Gli Ithillid, la razza tentacolare di Dungeons e Dragons, salita agli onori della cronache grazie al videogioco di Larian Studios Baldur’s Gate 3, sono esempio ancora più duro ed estremo dell’annullamento di se stessi per il “bene superiore”. Il sacrificio che devono compiere è l’asservimento totale alla grande mente che li controlla: il loro solo scopo sembra essere quello di forzare tutti gli esseri viventi a sottomettersi al sistema, con impianti oculari poco rassicuranti e trasformazioni fisiche terribili e rivoltanti. Anche qui i tentacoli la fanno da padrone come simbolo di legame, rete e condivisione, il modo più esplicito e raccapricciante per sottolineare l’apparente orrore di questo forzato annullamento.
Ma è tutto davvero così sbagliato e terribile? Superare i propri limiti, acquisire un sapere infinito e conoscere al di là di ogni immaginazione non è il sogno nascosto di ogni essere umano?
Dietro una patina di terribile pessimismo cosmico si è sempre celata una profonda fascinazione verso questi strani mondi condivisi, quella convinzione che per diventare davvero migliori occorra sacrificarsi nel nome della collettività e di un bene più grande, del fatto che unendo gli sforzi con i nostri simili si riesca a raggiungere obiettivi altrimenti impossibili.
Pluribus, consapevole di questa ambiguità di fondo e di questo insito desiderio umano, alleggerisce volutamente i toni del suo racconto e li scarica da (quasi) ogni componente orrorifica e spaventosa. Tutto nella serie è illuminato dal sole caldo e persistente del New Mexico, tutto è pulito, normale, accogliente e familiare. I tentacoli non esistono e il vero segno di riconoscimento per la nuova umanità è quel sorriso persistente e “normale” che fa capolino su tutte le persone entrate a contatto con il virus.

La nuova umanità è morta e rinata, si è trasformata e, probabilmente, è diventata migliore. La serie riempie i minuti delle sue puntate con una routine esistenziale del tutto inedita, nuovi gesti che parlano di uomini che condividono pensieri, conoscenze, abilità e talenti di ogni genere; si è ancora formalmente divisi ma si è in realtà parte di una sola grande entità che ha come unico scopo quello di preservare se stessa, prendersi cura del proprio pianeta e vivere la vita migliore e più armonica possibile con la natura e le altre specie.
Bender: «L’amore è un’emozione gelosa, difficile da ottenere, che non si condivide col mondo»

Si ritorna, in parte, a quell’amore condiviso tanto caro a Futurama. Ma Pluribus è una serie figlia del 2025, di un presente dove i confini si confondono e la verità non esiste: Gilligan non solo eleva a protagonisti della serie Carol e Manousos, due individualisti convinti e incorruttibili, ma instilla con efficacia il dubbio che dietro quei sorrisi rassicuranti ci sia un lato oscuro e spaventoso, quello che porta inevitabilmente a richiudersi in se stessi e preservare il proprio io prima di ogni altra cosa.
I dubbi originali di Durkheim sono così gli stessi di Pluribus, di Futurama, di Baldur’s Gate e di tutti noi. La mente collettiva limita la libertà individuale? Riesce a migliorarci e valorizzarci o ci annulla totalmente finendo, di fatto, per eliminarci?
Domande senza risposta che risuonano con forza nel nostro presente, tra internet che custodisce memoria e conoscenza, social che racchiudono tutte le nostre vite e intelligenze artificiali che pensano, ragionano e producono per noi, condensando in pochi server tutto ciò che siamo.

Non ci sorride e non ha tentacoli, ma forse la mente collettiva è già in mezzo a noi, nascosta dietro la rassicurante e asettica facciata di una lunga conversazione testuale con un bot inanimato. E che Pluribus, a fine di ogni puntata, debba specificare di non essere stata creata con l’uso di IA, è lo specchio perfetto delle nostre infinite e spaventose contraddizioni.




