Intervista a Fatih Akin regista de L’isola dei ricordi – Un nazista può essere innocente?

Lorenzo Scotto di Carlo

10.03.2026

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Nel corso della sua carriera, Fatih Akin ha costruito un percorso di cinema in cui i luoghi non sono mai semplice contesto, ma veri e propri organismi viventi, capaci di rappresentare tensioni storiche, identità culturali e conflitti sia interiori che sociali.

Da La sposa turca a In the fade, il suo cinema ha attraversato confini geografici e morali, evidenziando costantemente il rapporto tra individuo e comunità, vivisezionando il presente e la memoria. L’esempio più eclatante è Amburgo, sua città natale, spesso metafora della complessità di una Germania stratificata e contraddittoria, sospesa tra una nuova dimensione di apertura cosmopolita e cicatrici storiche a tratti insanabili.

Con L’isola dei ricordi (che in lingua originale prende il nome dell’isola in cui è ambientato, Amrum), Akin aggiunge un tassello al mosaico della sua cinematografia.

Abbandona il paesaggio urbano per approdare su un’isola imponente e solitaria, l’ultimo lembo di terra tedesca prima della traversata per l’America, un luogo fisico e metaforico.

Amrum è uno spazio mistico e ambivalente, dove le tragedie umane sembrano sovrapporsi alla stoicità della natura: la vista della morte al chiaro di luna di fronte all’indifferente Mare del Nord, stormi di uccelli che richiamano flotte di aerei, la danza che funge da esca per le foche, api e conigli che soddisfano la fame degli isolani.

L’eco costante delle balene, dalla storia familiare alla letteratura.

L’isola diventa uno spazio-tempo simbolico dove la violenza dell’uomo si intreccia con la ciclicità del mondo naturale. Amrum è un punto di intersezione tra la fine della seconda Guerra Mondiale e il mondo che risorgerà dalle sue macerie.

Lo sguardo è quello di un bambino, né vittima né carnefice, semplicemente ultimo figlio di un’ideologia in declino, che neanche comprende fino in fondo, e che così lascia alla propria umanità la possibilità di emergere nei gesti più semplici e nei rapporti quotidiani.

È in questa frattura che il film trova uno dei punti nevralgici di tensione etica: mostrare umanità ed empatia senza mai concedere l’assoluzione.

L’isola dei ricordi è una piccola perla dove si intrecciano natura e cultura, storia e cambiamento.

Ciao, piacere di conoscerti!

FATIH AKIN

Piacere di conoscerti, ciao!

Mi chiamo Lorenzo e lavoro per ArteSettima, un collettivo artistico che si dedica al cinema. Grazie a te e a BIM Distribuzione per questa opportunità.
Se per te va bene, vorrei farti alcune domande, partendo da alcune riflessioni che ho fatto sul tuo ultimo lavoro, L’isola dei ricordi, che uscirà in Italia il 12 marzo grazie a BIM.

Nel tuo cinema, i luoghi non sono mai marginali. Amburgo, per esempio, è qualcosa che abbiamo spesso visto nei tuoi film, come riflesso del contesto, delle contraddizioni e delle persone della Germania.
 L’isola, Amrum, rappresenta una sorta di ponte tra il Vecchio Continente e il Nuovo Mondo, è l’ultimo porto tedesco collegato a New York, dove vivono molti abitanti dell’isola.
 Sembra l’ultima isola prima dell’America, e il film è come l’ultima storia di guerra prima della pace.
Da dove nasce il tuo desiderio di raccontare questa storia, e cosa rivela Amrum sulla Germania e sulla sua memoria?

FATIH AKIN

Innanzitutto, all’inizio non era un mio progetto, era un progetto del mio insegnante, ex insegnante e amico, Hark Bohm, che è l’uomo anziano alla fine del film. 
Quando si è ammalato troppo mi ha chiesto di realizzare il film, e mi sono sentito rispondere “sì”, ma non sapevo perché l’avessi fatto, forse sono una persona educata.


Per me è stata una sfida difficile, lasciare l’ambiente della grande città, di Amburgo, e non era nemmeno l’ambiente della Turchia dove avevo già girato in precedenza.
 Era qualcosa di completamente nuovo. Quest’isola ventosa, piatta, solitaria, piccola, e io lì, un regista di città, alle prese con la natura.

Ma tutti gli aspetti che hai menzionato, di come questo sia il ritratto perfetto della Germania nell’ultima settimana della Seconda Guerra Mondiale, che sia il modo perfetto di fare un “film di guerra” senza fare un “film di guerra”, e fare un “film di guerra” senza combattere, sono tutte cose che ho scoperto una volta arrivato sull’isola. 
Il film mostra una famiglia nazista sull’isola, a loro volta rifugiati, perché si sono trasferiti lì per cercare riparo dopo il bombardamento di Amburgo.

Sarebbe stato molto cinematografico mostrare il bombardamento di Amburgo, ma non era questo l’intento, siamo su quest’isola silenziosa.

La forza di questo silenzio, la complessità e la semplicità, questo è ciò che ho scoperto una volta arrivato sull’isola. Ed era diverso dai miei altri film, il che è sempre positivo, perché impari da queste esperienze. È stata una lezione, una buona lezione, una lezione importante.

Molto bello, grazie. Un altro aspetto di cui vorrei parlare con te è questo: se nel tuo film precedente con Diane Kruger, In the Fade, hai esplorato le conseguenze del terrorismo neonazista dal punto di vista delle vittime, ne L’isola dei ricordi racconti la fine del Terzo Reich, come hai detto, attraverso gli occhi di un bambino cresciuto dentro quell’ideologia, che però a volte è guidato dalla propria umanità, per esempio verso la madre, in quella sua ricerca di pane, miele e burro.
 Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra l’umanità e la responsabilità storica di quel periodo?

FATIH AKIN

Ciò che era interessante è che, adottando il punto di vista del bambino, puoi essere, non innocente anche se si parla di innocenza, ma in un certo senso neutrale.

Mostrare i nazisti come neutrali non è possibile, a causa della nostra educazione.

Ma la sfida era mostrarli per ciò che erano, alla fine i nazisti erano esseri umani, non venivano da un altro pianeta né erano animali. Erano umani.
 Ma che tipo di esseri umani erano? Qual è il legame tra noi e loro? Quando hanno sbagliato strada? Amavano i loro figli? I figli amavano le loro madri o i loro genitori?

Per me questo è stato un modo nuovo di affrontare la guerra, un modo nuovo di mostrare il nazismo.
Il modo in cui ho mostrato il nazismo in “In the Fade” è molto anonimo: nel film non parlano mai, sono giovani. Era un film politico, io ero dalla parte del personaggio di Diane, lei era la mia identificazione, lei era me, e i nazisti erano i cattivi.

Qui è diverso. Non volevo mostrare “nazisti buoni”, non era questo il mio scopo, ma dovevo far credere al pubblico che questa madre ama suo figlio.
 Il modo in cui esprime l’amore è molto diverso da come forse lo esprimiamo noi, ad esempio non prendendo in braccio il bambino quando piange, ma è il suo modo di amare, e il bambino si sente amato, ed è per questo che fa di tutto per sua madre.

È stato un modo, direi, più complesso rispetto all’approccio radicale e unilaterale di “In the Fade”, che è un film di quel tempo, mentre questo è un film di questo tempo.

È davvero bellissimo, grazie. Un’ultima domanda, nel film le balene emergono spesso come motivo ricorrente: è il mestiere di famiglia di Nanning; c’è il coltellino fatto con un dente di balena; ci sono diversi riferimenti a “Moby Dick” e quel bellissimo dialogo tra i due bambini che si chiedono chi sia Moby Dick, se Hitler e la sua ossessione sono il capitano Achab. 
Qual è il tuo rapporto con quel romanzo e cosa rappresenta questa presenza ricorrente nel film?

FATIH AKIN

Ci sono alcuni romanzi che ho letto da bambino. O che volevo leggere, capisci. Perché senti parlare di questi libri importanti e pensi di doverli leggere.
 Sono tornato alla mia infanzia anche in termini letterari, quindi alcuni libri che avevo letto da bambino, soprattutto sulle isole, li ho riletti.

Robinson Crusoe” è stato uno di questi, ed è stato molto utile, perché parla praticamente solo di sopravvivenza: «oggi ho pescato un pesce», «oggi ho trovato tre uova in un nido».
 Anche “Il Signore delle Mosche” di Golding.

Ma “Moby Dick” è stato, in un certo senso, il libro più importante. Per un bambino, “Moby Dick” era come “Lo Squalo”, era un mostro. È stato un libro molto importante per me da bambino. 
Anche se devo dire che credo di non averlo mai finito allora, perché è troppo complicato.

È un libro molto lungo, con capitoli enormi dedicati solo alla scienza, a come si caccia una balena. Più tardi ho letto la graphic novel, ho visto il film di John Huston in televisione quando ero bambino. Forse nello stesso periodo in cui ho visto “Ladri di biciclette”, credo. Ho visto entrambi i film più o meno alla stessa età.

In questo film, a causa del dialogo su “Moby Dick”, non esattamente nella forma finale ma “Moby Dick” era già citato nelle prime versioni della sceneggiatura, come preparazione ho riletto l’intero romanzo, dall’inizio alla fine. L’ho finalmente finito. È stata per me la preparazione perfetta per il film.

Ho visto molti film come preparazione, ma in questo caso ho sentito che la letteratura, soprattutto questo libro di Herman Melville, fosse una forma d’arte più ispiratrice del cinema.

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