Avrei voluto scrivere su Due spicci qualcosa di politico.
Una riflessione sulle contraddizioni valoriali dell’esser antisistema mentre lo si sfrutta a proprio piacimento; o magari sul peso di avere sul groppone la responsabilità di non tradire i propri ideali scrivendo storie sui “cazzi propri”; o piuttosto sulla necessità di costruire narrazioni di speranza in un mondo che annuncia la sua fine un giorno sì e l’altro pure.
Avrei voluto scrivere due parole, proprio di due spicci di valori, di speranza e di responsabilità – che sono rispettivamente i titoli delle puntate 1, 5, 7 della serie. E poi la criminalità organizzata che si divide quartieri, la violenza domestica e quella che Sara definisce nella serie «turba patriarcale», e il precariato, e il debito, e il welfare.
Eppure, da quando ho finito Due spicci, il foglio si è riempito di grandi citazioni, teorie politiche, working class, ma neanche un paio di frasi, poste l’una accanto all’altra, che poste l’una accanto all’altra, che generassero un ragionamento di senso compiuto.
Da quando ho finito Due spicci sono rimasto solo con un pesante groppo alla gola, in mezzo a un groviglio di spine brutte fatte di ansie e paure, in fondo a quella botola in cui, solo lì, l’aria è respirabile e con accanto quella porta da non aprire che nasconde i sentimenti.
E mi rannicchio, ansimando come Zero, in attesa che quel groppo vada giù.
Invece sta là.
Allora mi chiedo se quei due spicci di valori, speranza e responsabilità non siano solo quella «grande narrazione razionale mia. Quella che me so costruito per giustifica i comportamenti miei».
E forse, in fin dei conti, se l’è chiesto anche Zerocalcare.
«Perché a scuola c’hanno insegnato e magari pure quel gobbo de Leopardi, però nessuno te dice come si affrontano le tue paure»
(Zerocalcare, puntata 2)

«per come la intendo io la prima persona singolare, l’io non è un tic narcisista: è un indice di una presa di responsabilità sul racconto. Il rischio è che tanta autofiction non riesca a tenere i livelli, perlomeno alti, di un Carrère, che pure di narcisismo altoborghese ne ha a iosa, e si trasformi presto in uno storytelling dei cazzi propri. La trasposizione narrativa di quelli che sul treno usano il cellulare col vivavoce.»
(Alberto Prunetti, Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class)
C’è un inciso da fare sull’opera di Zerocalcare per capire sia l’universalità delle sue microstorie di quartiere sia, in parte, i motivi delle sue e anche nostre paturnie: ovvero che le storie di Zerocalcare non si sono mai trasformate nello “storytelling dei cazzi propri”.
Considerata l’onnipresenza della prima persona singolare, la personificazione della sua coscienza con cui si confronta per ogni problema e pure l’incessante volontà di dover giustificare a pubblico e giornalisti la veridicità e autobiografia delle sue storie, si dovrebbe pensare il contrario.
Ma la sensazione leggendo o guardando qualcosa di Zero è di immedesimarsi in un punto di vista. In uno sguardo che osserva il mondo esterno, non il proprio, quello interiore, e l’altro, il mondo esterno, per essere soggetto del suo e nostro sguardo, va preservato con le sue complessità e contraddizioni.
«Basta giocare al buon selvaggio con la working class, non se ne può più. Non se ne può più nemmeno dei colti che vengono «a dare voce a (inserisci categoria oppressa random)». Quella voce sanno dove possono mettersela.»
(Alberto Prunetti, Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class)

Zerocalcare non si arroga il diritto di dare parola a chi non ce l’ha o ancor peggio a chi si pensa non possa averla. È superata la stortura di pensiero per cui la letteratura, sia nella lettura che nella scrittura, sia appannaggio della borghesia, di chi è ricco e ha percorso il cursus honorem della legittimazione culturale.
L’idea per cui il povero, o meglio il subalterno, sia senza voce o incapace di leggere o scrivere, di autonarrarsi, è superata, e Zerocalcare con la sua coscienza-armadillo accanto, il tribunale popolare alle spalle, e soprattutto l’immancabile prima persona singolare che determina il suo punto di vista sul mondo, lo sa bene.
Le storie di Zero non danno voce a chi non ce l’ha – dato che la voce è sempre quella sua – ma testimoniano un mondo, quello di Zero, che è fatto di «sta gente qua. Che c’ha 1000 cazzi e 14000 contraddizioni».
«Le parole cambiano proprio tanto a seconda delle bocche da cui escono, e dagli spazi in cui risuonano.»
(Zerocalcare, Kobane Calling)

Zerocalcare non parla dei cazzi propri
Allora Zero mette sempre le mani avanti, non per ignavia – dato che i valori e le sue posizioni sono chiare ed evidenti – ma per rispettare un principio base: esiste il giusto e lo sbagliato, ma la realtà è complessa e tra il rosso e il nero ci passa sempre un po’ di grigio.
Così pure Paturnia, il cattivo di questa nuova serie e che già dal nome impersonifica i mostri che ci portiamo dietro, «c’ha avuto una vita de merda … praticamente non c’ha mai avuto un po’ d’amore nella vita sua». Ma è comunque il cattivo, è dalla parte del torto, e soprattutto, proprio per sottolineare lo schema di valori che deve guidare ogni storia di Zero, c’ha una svastica tatuata sul petto.
E anche il buono, il giusto, anche il suo «faro morale» Sara, ha i suoi mostri e le sue paturnie tra precariato e un rapporto che pare che «campa come se sta co e misure cautelari, che prima d’ogni spostamento glie serve a firma del magistrato»; o Secco che da sempre sta co «sta spada de damcole sopra a capoccia»; o Cinghiale che «s’è fatto magnà dai segreti e dagli impicci. Ha buttato ar cesso tutto quello che aveva costruito». Ognuno combatte con i propri mostri che da un occhio esterno forse sono facili da giudicare, perché tanto, come dice Smeralda a Sara «Pensi che a merda tua puzza meno di quella degli altri».
Ma anche se la realtà è complessa, contraddittoria, grigia, esiste, e deve esistere ancora, il giusto e lo sbagliato. Bisogna prendere posizione. Preservare quei due spicci di valori, speranza e responsabilità.
Perché «l’essenza è sta gente qua. Che c’ha 1000 cazzi e 14000 contraddizioni ma quando serve sta qua perché è il posto dove deve stare».
«Se su queste strade vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai»(Pietro Calamandrei)

Due spicci continua a parlare dei cazzi degli altri
«Questo è coerente con la dottrina sai: i problemi altrui uno se li può accollà. Senti che dice: “è cosa buona e giusta darsi da fare per i cazzi degli altri, poiché essi ci distrarranno dai nostri.”»
(Armadillo a Zero, puntata 3)
Ma di tutto questo inciso giustificazionista e analitico su Zero e le sue storie, è rimasto, ancora una volta, lo storytelling dei cazzi degli altri. Come Zero, ho continuato a parlare di strutture narrative, funzionamenti, valori, speranze, responsabilità, e quel groppo non si è mosso di un centimetro.
Perché penso, come Zero, che questo sia l’unico modo, e l’unico posto, in cui poter respirare. È quel pensiero, quell’idea, quel diktat che accompagna la vita di ogni compagno per cui c’è l’amore e c’è la politica. Ci sono i valori e ci sono i sentimenti.
E nel frattempo, che siano la politica o gli accolli, che siano il lavoro o i cazzi degli altri, la vita ci scivola tra le dita e quella porta inaccessibile che nasconde i sentimenti, rimane chiusa.
Perché forse parliamo di tutto, ma non parliamo dei sentimenti.

Due spicci, che è animata benissimo, è un salto di qualità, è densa, potente, divertente, horror e comica, drammatica e thriller, è, in fin dei conti, una serie che non deve far respirare. Il respiro deve mancare. Deve correre, osservare tutto, raccontare tutto, dire tutto, senza lasciare il tempo né a noi, né a Zero e né a sé stessa, di respirare. Perché forse l’unico modo per respirare sarebbe aprire quella porta, smettendola di pensare che l’aria contenuta in quella botola che sta in mezzo a tutte quelle spine brutte, sia l’unica respirabile.
«Io non lo so se 10 anni fa eravamo felici, forse è tutta na cosmetica della nostalgia e noi stavamo già in una zattera alla deriva. Però stavamo alla deriva insieme. Mo me sembra che pure se stiamo tutto dentro a sta stanza i guai nostri non camminano più umane. Ognuno sta annà pe i cazzi suoi e non ce sta più un’idea di soluzione che può valè pe tutti. Non è più la zattera, stiamo soli su sti pezzi de legno fradicio che se allontanano sempre de più.»
(Zero, puntata 6)

Allora trattiene il respiro il quarantenne Zero travolto da paturnie, sapendo che non può più «fa come i goonies, perché finché ce sta a banda se po fa tutto», perché adesso è solo sulla sua zattera che cerca di tenere a galla, che il mare sia piatto o in tempesta.
Si guarda indietro e pensa, forse, che anche se ha svoltato; anche se due spicci se li è messi da parte; anche se ha viaggiato, lottato, capito cos’è giusto e cos’è sbagliato, sta ancora rintanato dentro sé stesso, a pensare ai cazzi degli altri perché a pensare ai cazzi propri ci perderebbe il fiato.
E seduto sul divano accanto alla sua mamma ancora non sa rispondere alla domanda «ma sei felice?».
Lo devasta e vorrebbe solo dirle:
«Hai fatto tutto quello che serve per rende un ragazzino felice. Quindi non è colpa tua, non hai sbagliato niente, non è colpa di nessuno. Non lo so che è. Forse ci sono delle emozioni a cui qualcuno de noi non c’ha accesso. Lo sai che stanno là, dietro a na porta, però non sai come aprirla. Ma questo non lo puoi dì a chi te vuole bene, se no se danna l’anima.»
(Zero, puntata 7)

E non glielo dice. Trattiene il respiro il quarantenne Zero.
Ma forse lo tratteniamo tutti e tutte noi.
«E le case che abitamo non so de pietra. Ma non so manco de paglia. So di tutta quella monnezza che avemo accumulato negli anni. De legno fracico, de lamiere, de avanzi. Tutto un accrocco che si regge con lo sputo e con lo Xanax. Coi debiti irripagabili e con le promesse fatte e ricevute che nessuno mantiene mai. E dentro ce stamo noi, accattorciati e soli, a pregà che il lupo non venga a soffià proprio alla nostra porta stanotte.»
(Zero, puntata 8)




