Il significato di Coyote vs. Acme e le cose per cui vale la pena continuare a correre

Danilo Petrassi

15.09.2026

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Willy il Coyote potrebbe mangiare letteralmente qualsiasi altra cosa – più o meno – ed è forse questo il pensiero più banale che possiamo fare guardandolo inseguire Beep Beep per l’ennesima volta nel deserto, mentre progetta trappole inutilmente complicate, ordina prodotti ACME destinati a esplodergli in faccia e precipita da dirupi che ormai dovrebbe conoscere centimetro per centimetro.

A un certo punto, però, chiunque si sarà chiesto almeno una volta nella vita:
perché proprio lui?
Perché continuare a rincorrere quell’uccello quando il mondo, presumibilmente, è pieno di prede meno veloci, meno irritanti e soprattutto meno inclini a risponderti con un “beep beep” prima di sparire all’orizzonte?

Coyote vs. Acme parte proprio dalla conseguenza materiale di decenni di fallimenti. Diretto da Dave Green e scritto da Samy Burch, il film porta Willy fuori dalla logica del classico corto dei Looney Tunes e lo mette nel mondo reale, davanti a un tribunale, dove decide di fare causa alla ACME per tutti quei prodotti che, invece di aiutarlo a catturare Beep Beep, hanno sistematicamente contribuito a distruggerlo.

Ad “affiancarlo” c’è Kevin Avery (Will Forte), avvocato in difficoltà che finisce per trasformare quella causa apparentemente ridicola in qualcosa di molto più grande.

Il film ha molto da dire sulle grandi corporation, sul consumatore trasformato in dipendenza e su un sistema che guadagna persino dai nostri fallimenti. Ma (forse) c’è dell’altro. Willy non continua a inseguire Beep Beep semplicemente perché vuole mangiarlo. Continua perché, in qualche modo assurdo, quella rincorsa dà una forma alla sua vita. Ed è da questa premessa che è possibile provare a comprendere come un cartone animato costruito da più di settant’anni sulla stessa gag può dirci qualcosa anche su di noi.

A cosa serve un obiettivo se non riesci mai a raggiungerlo?

Siamo spesso abituati a valutare un obiettivo dal risultato. Se lo raggiungi, ne valeva la pena. Se fallisci, devi cambiare strategia. Se continui a fallire per anni, però, probabilmente qualcuno inizierà a consigliarti di lasciar perdere. È una logica comprensibile, soprattutto perché viviamo in un periodo storico che tende a trasformare qualsiasi percorso in un risultato misurabile.

La persevreanza di Willy il Coyote è illogica rispetto a questo pensiero. Non si avvicina progressivamente alla vittoria. Non esiste, in altre parole, un grafico in cui la distanza tra lui e Beep Beep diminuisce episodio dopo episodio; fallisce, ricomincia, elabora un nuovo piano e fallisce di nuovo. Eppure non appare mai completamente svuotato dal fallimento. Anzi, la cosa quasi paradossale è che Willy sembra più “vivo” preparando l’ennesimo tentativo impossibile piuttosto che smettendola.

Il fallimento, per Willy, non diventa una prova della propria inadeguatezza ma il materiale da cui partire per il tentativo successivo. E allora forse la domanda cambia, e non è più soltanto “perché non smette?”, ma diventa “che cosa perderebbe se smettesse?”

Perché ci sono obiettivi che desideriamo ardentemente raggiungere, e poi ce ne sono altri attorno ai quali, senza accorgercene, abbiamo costruito una parte di noi. Non sempre, però, perseveriamo perché siamo convinti che ce la faremo. A volte perseveriamo perché quella tensione verso un indefinito “qualcosa” ci restituisce (forse) una direzione.

Willy il Coyote e quello strano posto chiamato “flow”

È qui che può aiutarci a comprendere meglio Willy una figura come Mihály Csíkszentmihályi e il suo concetto di “flow”, perché probabilmente pochi personaggi della cultura pop sembrano tanto predisposti a viverlo quanto un coyote disposto a costruire un sistema di carrucole, dinamite, magneti, razzi e via discorrendo pur di guadagnare mezzo secondo su un uccello.

Csíkszentmihályi ha usato il termine “flow” per descrivere quello stato di immersione profonda in cui siamo così coinvolti in ciò che stiamo facendo che azione e consapevolezza sembrano fondersi, la percezione del tempo cambia e persino la coscienza di noi stessi tende temporaneamente ad arretrare. Tra le condizioni che favoriscono questa esperienza ci sono un obiettivo chiaro, un feedback immediato e soprattutto un equilibrio tra la difficoltà della sfida e le nostre capacità.

Se il compito è troppo semplice arriva la noia, se è enormemente superiore alle nostre possibilità arriva l’ansia, mentre nel mezzo esiste quella zona (“flow”) in cui la difficoltà ci costringe a usare davvero ciò che sappiamo fare.

Ma cosa ci azzecca Willy con questa definizione?

Il suo obiettivo, come tutti sappiamo, è prendere “semplicemente” Beep Beep. In questo caso il feedback è brutale e immediato, perché se la trappola funziona, l’uccello è più vicino, se non funziona – come accade in tutti i casi – Willy finisce schiacciato da un masso. Ma soprattutto la difficoltà non sparisce mai per il coyote, perché Beep Beep rimane sempre abbastanza irraggiungibile da costringerlo a inventare qualcosa di nuovo.

Questa tensione non è altro che una macchina perfetta per produrre “flow”. Ma c’è un aspetto ancora più interessante nella teoria di Csíkszentmihályi che vale la pena citare.

L’esperienza di “flow” tende a essere autotelica, ossia gratificante in sé, dove l’attività acquista valore non soltanto in funzione del risultato finale, ma perché compierla diventa già una ricompensa. Ed è probabilmente qui che la caccia cambia significato per il predatore.

Willy vuole catturare disperatamente Beep Beep, ma ciò che riempie veramente le sue giornate è tutto ciò che accade prima. Il progetto. La costruzione. L’errore. Il nuovo progetto. La rincorsa. In realtà Beep Beep è meno importante come traguardo che come possibilità di continuare a tentare. E in questo, per quanto possa sembrare ridicolo dirlo di un coyote che acquista razzi per corrispondenza, c’è qualcosa di tremendamente umano, che riguarda tanto la perseveranza quanto l’ostinazione.

Naturalmente esiste un problema di fondo, e il punto qui non è trasformare Willy in un guru motivazionale. Nel film, infatti, a un certo punto Kevin perde la pazienza e gli dice esattamente quello che probabilmente direbbe qualunque persona razionale dopo aver osservato la sua vita.

«You’re never gonna catch him.»

E’ una frase importante perché sembra avere perfettamente senso. Perché nella vita ci sono momenti in cui smetterla sarebbe la cosa più sana che possiamo fare. Non tutte le battaglie meritano la nostra perseveranza, non tutti i sogni diventano nobili soltanto perché abbiamo sofferto abbastanza per inseguirli. Possiamo investire anni in una relazione che non funziona, in un lavoro che ci distrugge, in un’ambizione che non ci appartiene più e continuare semplicemente perché abbiamo già investito troppo per ammettere che non la vogliamo più.

La perseveranza, presa da sola, non è necessariamente una virtù e a volte rischia di diventare incapacità di immaginarsi senza quel determinato obiettivo.

Ed è proprio per questo che Willy è interessante, perché il confine tra determinazione e ossessione, nel suo caso, è praticamente invisibile.

Il film gioca esplicitamente con l’idea che la ACME abbia alimentato quel ciclo, che ogni nuovo fallimento abbia generato il bisogno di acquistare un altro prodotto e tentare ancora. Kevin arriva persino a dirgli che è diventato un “high-usage user”, qualcuno che l’azienda sa che continuerà a tornare. È una dinamica che tutti conosciamo, che ci invita a porci la seguente domanda: continuiamo perché vogliamo davvero qualcosa oppure perché non sappiamo più chi saremmo senza quella cosa?

La risposta, probabilmente, non sta nella quantità di fatica che siamo disposti a sopportare, ma sta nel modo in cui quella fatica ci trasforma. Un obiettivo che vale la pena inseguire può stancarci, frustrarci e farci anche fallire, ma dovrebbe continuare ad allargare il nostro mondo. Un’ossessione, invece, finisce lentamente per restringerlo.

In altre parole, a volte dovremmo semplicemente chiederci se stiamo ancora correndo verso qualcosa oppure se abbiamo semplicemente dimenticato come fermarci.

Alla ricerca del nostro personale Beep Beep

Coyote vs. Acme ci lascia con una sensazione più tenera di quanto ci si aspetterebbe da un film in cui un coyote passa buona parte del tempo a venire schiacciato, esploso e catapultato nel vuoto senza proferire una parola. Perché ci ricorda, in realtà, che non tutte le cose importanti devono necessariamente essere ragionevoli.

Abbiamo bisogno di qualcosa che ci faccia venire voglia di riprovare. Non per forza il grande sogno della vita, non necessariamente una missione capace di giustificare ogni sacrificio. Può essere anche qualcosa di più piccolo e apparentemente inutile, purché ci metta nella condizione di sentirci vivi.

Il nostro Beep Beep personale è forse quella cosa abbastanza difficile da non lasciarci dormire del tutto, ma abbastanza nostra da farci desiderare di alzarci e riprovare. La parte difficile consiste nel capire se la stiamo ancora inseguendo perché ci fa sentire vivi o perché abbiamo paura del silenzio che arriverebbe smettendo.

Willy non ci offre una risposta – e sarebbe poco sensato pretenderla da qualcuno che dipinge tunnel sulle pareti delle montagne – però continua a fare una cosa che, crescendo, rischiamo di perdere: si concentra completamente su qualcosa. Non pensa a quanto sia presentabile il suo obiettivo, a quanto renda bene raccontato agli altri, a quanto tempo sarebbe stato più produttivo investire altrove. Costruisce la trappola. La prova. Fallisce. Si rialza. Riprova il giorno dopo.

Ovviamente il punto non è imitarlo nella sua incapacità di arrendersi, ma recuperare una parte di quella disponibilità a desiderare qualcosa senza chiedere immediatamente quale sarà il ritorno sull’investimento. Perché in un presente che ci spinge – e a volte costringe – continuamente a ottimizzare il tempo, a scegliere obiettivi realistici, misurabili e possibilmente monetizzabili, avere qualcosa che facciamo anche per il semplice bisogno di farlo può essere una piccola forma di libertà.

E allora forse trovare il nostro Beep Beep non significa trovare qualcosa che riusciremo sicuramente a prendere. Significa trovare qualcosa (o qualcuno) che renda interessante la corsa.

Qualcosa che, anche dopo l’ennesima caduta, ci faccia guardare il deserto, tirare fuori un altro progetto assurdo e pensare che, tutto sommato, vale ancora la pena provarci.

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Autore

  • Danilo Petrassi

    Autore di “Shrekologia. La fiaba antifiaba” (Mimesis, 2025) e - per ora - dottorando.

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