Midnight in Paris – La ricerca dell’Epoca d’Oro

Sante Di Giannantonio

Giugno 13, 2018

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“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” disse una volta Joseph Conrad. È lo stesso problema in cui si ritrova il protagonista di questo film, Gil, interpretato da Owen Wilson, sceneggiatore hollywoodiano con ambizioni da scrittore, in vacanza con la futura consorte e i genitori di lei, borghesi, repubblicani e superficiali.

In vacanza a Parigi. La Villette, Montmartre, Père Lachaise, la torre Eiffel, Bastille, l’Opera e gli Champs Elysèes: Allen piazza le immagini immediatamente sullo schermo, quasi come volesse togliersi il peso della cartolina, prima ancora di vedere il titolo del film, un montaggio di tre minuti composto da cliché della capitale francese. Perché in questa pellicola, forse la migliore del suo tour europeo, Woody Allen non vuole giocare particolarmente con la città, ma con una epoca della stessa, con una generazione che ci ha vissuto. Un po’ come con “La rosa purpurea de Il Cairo”, egli non gioca con la cinematografia, ma con la letteratura, non vuole animare la città stessa ma vuole vederla animata dai suoi ospiti. E che ospiti.

Tornando a Gil, egli è incagliato in una frustante situazione ha attanagliato tutte le persone che hanno provato a cimentarsi con la scrittura. L’ambizione di diventare uno scrittore è affogata dalle richieste degli studios di partorite sempre commedie demenziali o film vuoti ma di sicuro successo al botteghino, mentre il giovane vorrebbe lanciarsi in un romanzo come i suoi miti Hemingway e Fitzgerarld. Lei, Inez, la bellissima Rachel McAdams, non lo capisce, non comprende questi dilemmi, come sceneggiatore l’uomo ha successo, davvero gli sfugge il senso di voler scrivere un libro, che dalle premesse a lei neanche piace. Non solo Inez, ma anche altri famigliari e amici sminuiscono le sue aspirazioni letterarie e ritengono, pragmaticamente, che la carriera di sceneggiatore sia più remunerativa e preferibile a quella di scrittore.

Ma Gil è un sognatore. Il libro ha iniziato a scriverlo ma tuttavia è fermo. È successo a tutti, nelle epoche precedenti si fissava il foglio vuoto e la penna, oggi una tastiera qwerty e il ticchettare di una barretta nera. A volte si presenta come un vuoto totale dove non si riesce a buttar giù neanche una parola. Altre volte, invece, il blocco si manifesta come un continuo partire e tornare indietro: non c’è inizio ma solo indecisione, di conseguenza non si crea nulla. Rabbia, frustrazione, ma soprattutto disincanto. Forse hanno ragione tutti i detrattori, quelli che ti dicono di lasciar perdere, che la letteratura non fa per te, di concentrarsi sul tuo lavoro, di smettere di guardare fuori le finestre. Tentano di spezzare l’incantesimo e tu inizi a darli retta. Ma Gil si sente scrittore da romanzo e allora in un tentativo estremo di defibrillare il suo talento cerca il giusto ambiente, quello che con la sua aria pregnante di storia e le sue luci ha ispirato altri prima di te. Non la Los Angeles intrisa di sceneggiature e ancora da svezzare dal punto di vista letterario, ma Parigi. Perfetta, terra di cinema, di arte, di letteratura: c’è forse un posto migliore per ritrovare quindi l’ispirazione?

Ma oltre alla città viene incontro a Gil un miracolo: una sera, da solo, a mezzanotte, un antico taxi si accosta per farlo salire e lo trasporta direttamente nella sua epoca preferita e idolatrata, ovvero nella Parigi degli anni 20. Qui incontrerà ogni notte i suoi idoli di sempre, da Francis Scott Fitzgerald a Hemingway (impagabili i suoi discorsi). Fa anche leggere il suo romanzo a Gertrude Stein, mentre Picasso tenta di fare il ritratto ad una certa Adriana. Rimarrà talmente folgorato dalla bellezza della donna che inizia a frequentarla nelle sue scorribande nel passato, mentre i rapporti con Inez iniziano ad incrinarsi. Gil si innamora cosi di Adriana, di Parigi e della sua atmosfera.

A Owen Wilson il sempre più ingrato compito di “fare” Woody Allen, difatti incarna nella pellicola l’ideale alleniano all’ennesima potenza, quello dell’intellettuale insofferente, lontano dagli stilemi dei suoi compatrioti, che vede il presente come una tortura e il passato come l’Epoca d’Oro da cui attingere ispirazione.

Allen rischia a creare una trama che gira attorno praticamente solo agli incontri del suo protagonista con figure illustri. Ma, con una grazia che il regista non ritrovava davvero da anni ed una capacità di gestire il materiale da vero maestro, scrive e gira un film delizioso, divertente e coltissimo, con attimi di puro genio. I surrealisti, che ovviamente dicono che il fatto che Gil abbia viaggiato nel tempo è normale, vedrebbero la sua storia come soggetto perfetto per un loro progetto: Man Ray per una fotografia, Buñuel per un film. Gil tra l’altro suggerisce praticamente al regista il soggetto per il suo futuro L’angelo sterminatore, lasciandolo pensieroso sul fatto che dei borghesi non riescano ad uscire dalla casa in cui sono “intrappolati”!

A fare da collante alla serie di incontri, vero perno della sceneggiatura, c’è ovviamente Parigi e il sentimento tra Gil e Adriana (la splendida Marion Cotillard).  Come è suo solito, Woody parla di amori che nascono improvvisamente e cessano senza sceneggiate o drammi perché è così che pensa che dovrebbe andare. La passione si spegne, le persone cambiano, e nuove scintille sono sempre pronte ad accendersi ma tutto ciò è reso con tale leggerezza che alla fine esci dalla sala con il buono umore. Sia che tu sia in amore con la persona che pensi sia quella giusta, sia che tu abbia dei dubbi o tu sia ancora in cerca, dopo il film acquisti la consapevolezza che ci sarà sempre tempo per te di cambiare e trovare comunque la felicità. E se un regista riesce a dirti tutto questo con un solo film, interrogandoti oltretutto sull’arte, i modelli del passato, l’importanza dello ieri e quella del presente inteso come attimo dopo attimo, beh, allora non si può che ringraziarlo.

Allen però non si limita a questo, in Midnight in Paris, prende di petto i cliché dei suoi stessi film e li sfrutta per mettere in scena una pochade magari inessenziale ma indubbiamente graziosa. Il viaggio nel tempo di Gil, che lo porta a confrontarsi con i suoi idoli è il sogno dello stesso Allen, la dimostrazione finale di un’immortalità corporea e allo stesso tempo ideale che si nasconde dietro ogni suo film. Il gioco sulla presunta Epoca d’Oro, vissuta da ogni personaggio in maniera completamente diversa (se Gil se ne torna alla Parigi gaudente e artistoide degli anni Venti, la sua amata Adriana retrocede fino alla Belle Epoque, Gaugin agogna il Rinascimento e l’investigatore privato messo sulle piste di Gil dal suocero si ritrova nella reggia di Versailles ai tempi di Louis XIV), è l’escamotage che Allen utilizza per portare ancora una volta in scena il suo personale e riconoscibile spleen poetico, qui assai più ispirato che nelle pellicole dello stesso periodo, si respira un’aria d’altri tempi, tenera e dolente, adatta all’umore uggioso di Parigi.

Guardando Owen Wilson aggirarsi con occhi adoranti tra alcuni dei maggiori artisti del Ventesimo Secolo, parlare con loro e osservarli vivi e non rinchiusi in un museo, viene in mente che fu proprio Allen ad affermare, in tempi non sospetti, “non voglio raggiungere l’immortalità con i miei film. Voglio raggiungerla non morendo”.

Il malessere di Allen, o di Gil, o di chiunque altro, è tipico dell’essere umano. Chi scrive accetterebbe di vivere nella londra holmsiana, ma le epoche paradisiache sono tali proprio perchè non ci abbiamo vissuto. L’insoddisfazione è sintomo di sensibilità e noi, gli inadeguati ai tempi che vivono, probabilmente ammiriamo momenti diversi dell’umanità. Gil è certo che la sua Ville Lumiere a spasso su taxi con artisti maledetti sia il Nirvana ma ripeto tutti noi ci siamo persi in un luogo, in qualcosa che non tornerà mai o che non abbiamo potuto vivere.

Unica consolazione è che il cuore dell’uomo resta sempre lo stesso. Non conta viverle le epoche se quello che portiamo dentro è il loro messaggio, è come se le vivessimo ancora. A costo di essere anacronistici, inadeguati appunto. E voi? Di quale “epoca mai vissuta” avete una infinita nostalgia?

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