10 (+1) tra i Migliori Monologhi del Cinema

Redazione Settima Arte

Luglio 8, 2018

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10 (+1) tra i Migliori Monologhi del Cinema.

Quando il cinema si fa incrocio di letteratura, arte attoriale ed estetica d’impatto, ecco fuoriuscire dei monologhi indelebili.

Abbiamo provato ad individuarne alcuni tra i più potenti di sempre.

Questa, nonostante sempre e comunque parziale, è la nostra classifica.

L’Ordine è Casuale

1. Le Ali della Libertà – Brooks Was Here (di Gabriele Fornacetti)

Ogni volta che ho scritto un pezzo ho sempre riflettuto molto. Ho rivisto le scene chiave di una serie, ho preso appunti, ho annotato i dettagli meno noti di un film. Non voglio che un articolo sia monotono o fanatico. Deve esser piacevole ma allo stesso tempo competente. Ma stavolta…stavolta è impossibile. Parlare di questo monologo in modo imparziale, per me, è impensabile. Ho pianto vedendo la storia di Ron Woodroof, ho letto e riletto quella maledetta frase “il vecchio sognava i leoni”, ho fatto maratone di binge-watching per capire Tony Soprano che fine facesse, ma mai niente, e dico niente, è riuscito a solcarmi come quel Brooks was here.

Perchè quei 4 minuti non li ho mai dimenticati, e mai e poi mai li dimenticherò.

Brooks è uno dei detenuti più anziani del carcere di Shawshank. Ha passato tutta la sua vita in quell’ambiente. Le sbarre sono ormai la sua casa e la sua famiglia. Ma arriva il giorno della scarcerazione. Come si dice, in carcere contano solo due giorni: il giorno che entri e il giorno che esci. E così Brooks esce. Ma è cambiato molto, troppo dall’ultima volta che ha visto il mondo. Prima tutte quelle macchine non c’erano, la gente non andava così di fretta, gli anziani venivano rispettati. Mentre all’interno della prigione era un uomo importante, nonché uno dei più istruiti, fuori a Brooks non rimaneva niente, era visto soltanto come un avanzo di galera ormai inutile, vecchio e stanco. Allora Brooks decide. Non sopporta più la paura di dover stare al mondo, non sopporta più le grida del direttore, è stanco degli incubi.

Non credo se la prenderà nessuno, a che serve un avanzo di galera come me.

Brooks va via. Per sempre, dove non avrà più paura. Magari proprio a Shawshank.

Brooks Was Here.

 

Leggi anche: Le Ali della Libertà – La speranza come salvezza

 

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2. Manhattan – Cose per cui vale la pena vivere (di Tommaso Paris)

Ecco, bella domanda. Woody Allen ha provato a risolvere tale insolubile enigma durante tutta la sua lunga vita, durante tutta la sua vasta cinematografia. Tutt’ora non ha trovato una risposta, e mai la troverà. Ma come esso stesso ci dirà, il compito dell’artista non è soccombere alla disperazione, ma cercare una cura alla futilità dell’esistenza.

Ecco che quindi è necessario trovare qualcosa per cui vale la pena vivere. Il nostro Woody manifesta la sua ricerca nel poetico Manhattan, un film che si erge come un’autentica dichiarazione d’amore per New York, sempre generatrice di bellezze e suggestioni perpetue, per la letteratura, per il cinema, per l’arte, ma soprattutto per l’Amore e la vita con tutte le sue sfaccettature ed assurdità.

In questo indimenticabile monologo Woody Allen ci mostra ciò che per lui significa vivere, si passa da Groucho Marx a Frank Sinatra, dalla pittura di Cézanne a Marlon Brando, dal L’educazione sentimentale di Flaubert al cinema svedese.

Per arrivare poi a ciò che vi è di più autentico ed essenziale, il viso di Tracy. Woody Allen ci mostra come alla fine tutto, ma veramente tutto, si chiude, come un ciclo esistenziale, da dove è iniziato. Dall’Amore.  Perché alla fine, come disse qualcuno, le emozioni sono tutto ciò che abbiamo. Manhattan si conclude con un autentico manifesto d’Amore alla vita, esistenzialmente parlando, e a tutto ciò che ne comporta.

Mi sembra più che doveroso, adesso, aggiungere alla lista alleniana quest’indimenticabile opera. Manhattan è decisamente qualcosa per cui vale la pena vivere.

LEGGI ANCHE: Per cosa vale la pena vivere? La parola a Woody Allen

 

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3. Blow – Ma alla fine ne valeva la pena? (di Giacomo Simoncini)

“Blow è un film che si ama… o si ama”, così inizia una nostra recensione su questo film che potete trovare QUI. La pellicola è struggente. L’estasi, il denaro, i rimpianti, la passione e l’odio si mescolano e diventano una cosa sola. Il picco emotivo più alto viene raggiunto proprio nel monologo finale della pellicola che vede protagonista un Johnny Depp in stato di grazia.

Boston George è un uomo cresciuto nella povertà e con un mito, suo padre. Queste due constanti nella sua vita lo porteranno a decidere di non volere un futuro come quello del suo “vecchio”, ma di cercare di vivere nel lusso, di guadagnare soldi in qualsiasi modo, legale e non.

George decide di partire per Miami insieme al suo amico d’infanzia Tonno ed inizia a smerciare Marijuana. Le cose inizialmente vanno alla grande ma qualche problema lo porta in carcere per più di un anno. Citando lo stesso Boston “entrai con un diploma in marijuana, ne uscii con un Dottorato in cocaina. E dopo 16 mesi ero di nuovo un uomo libero.”

Scoperta la nuova sostanza, le porte del narcotraffico si spalancano. Crea una organizzazione, guadagna milioni ogni giorno, conosce Pablo Escobar e sposa Mirtha, da cui avrà una figlia. Proprio la piccolina porterà George a tagliare tutti i ponti con la criminalità e a farle una promessa: la porterà in Florida, il suo sogno. Purtroppo tutto ciò non si realizzerà, George verrà beccato in un colpo organizzato per racimolare i soldi necessari per andare a Miami con la figlia e sarà condannato a 60 anni di reclusione. Il monologo finale è un colpo al cuore. Boston George è in mezzo ad un prato della prigione, immagina di parlare con la figlia (che in realtà dopo la promessa tradita non è mai andato a trovarlo), poi la ragazza scompare, la telecamera si allarga verso l’orizzonte e lui inizia a parlare.

George Jung:  Ma alla fine ne valeva la pena?

Dio santo come è cambiata la mia vita, è sempre l’ultimo giorno d’estate e io sono rimasto fuori al freddo senza una porta per rientrare. Lo ammetto ho avuto una buona dose di momenti intensi, molti fanno grandi progetti ma la vita gli sfugge dalle mani, nel corso della mia vita ho lasciato brandelli di cuore qui e la, e ormai non me ne rimasto abbastanza per tenermi in vita.

Ma mi sforzo di sorridere, sapendo che la mia ambizione ha superato di gran lunga il mio talento, ormai non trovo più cavalli bianchi o belle donne alla mia porta.

I rimorsi, gli errori, le triste presa di coscienza che la sua ambizione ha superato il suo talento, il dolore per aver tradito una promessa fatta alla figlia, il suo cuore. Lo sforzo nel sorridere, nonostante tutto, per aver vissuto momenti intensi, unici. La consapevolezza di aver perso brandelli di cuore, ma di aver vissuto veramente. Tutto questo è Blow, tutto condensato in questo monologo unico, che spezza il cuore e che vuole dirci di vivere appieno la nostra vita, intensamente, senza rincorrere il mito del denaro

 

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4. Bill, la Sposa e la filosofia di Superman (di Andrea Martelli)

Bill, la Sposa e la filosofia di Superman

La Sposa sussulta sul divano. In piedi davanti a lei c’è Bill che le ha appena sparato un dardo nella coscia. La sostanza contenuta in esso, che inizia a farsi largo nelle vene,  è un siero della verità più potente del pentothal. Secondo Bill le donne sono solite mentire su certe questioni personali, specialmente se si rivolgono a persone per loro speciali. Ma “prima di arrivare al punto”, mentre il siero della verità circola nel corpo della Sposa penetrando in ogni angolo, Bill fa una lunga digressione, tirando in ballo persino i fumetti.

Quando si sceglie una storia da seguire si può essere catturati dai disegni e dalla minuziosità con cui sono riportati i particolari, oppure si può rimanere colpiti dalle scene di azione o di comicità spesso presenti nei fumetti contemporanei. Ma ciò che ha catturato Bill e lo ha fatto innamorare della storia di Superman è un’altra cosa: la sua mitologia e la morale che ci vuole insegnare. Negli altri fumetti il protagonista ha più o meno dei superpoteri (li ottiene nel corso della storia) e si crea un alter ego per “mascherarsi” e affrontare i propri nemici: Peter Parker diviene Spiderman e Bruce Wayne diventa Batman. In Superman invece la storia si rovescia. Quando i Kent lo trovano, avvolto nella coperta rossa che poi utilizzerà come mantello, è già in possesso dei suoi superpoteri: è già un supereroe dalla nascita, perchè non appartiene alla razza umana. Quindi per sopravvivere sulla Terra, è costretto a mescolarsi con gli umani confondendosi tra loro. In questo specifico caso quindi avviene la creazione di una maschera umana, Clark Kent. Per amalgamarsi bene, il Clark Kent immaginato da Superman è goffo, insicuro e codardo, a immagine e somiglianza di come ci vede l’uomo di Krypton. Arrivati quindi “al punto”, con questa splendida metafora Bill vuole far capire alla Sposa che la sua fuga da lui e il tentativo di rifarsi una nuova vita lontano, non avrebbe mai soffocato la sua vera natura. In pieno stile Tarantiniano, con uno splendido monologo ricco di pathos e colmo di riferimenti pop, Bill ci insegna che è inutile fuggire di fronte alle difficoltà che la vita ci pone davanti. Così come è inutile fuggire dalle persone scomode. Perchè alla fine i conti vanno sempre fatti con sè stessi, dai quali è impossibile fuggire o nascondersi.

 

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5. Trainspotting – Alla fine cosa scegliamo? (di Carmine Esposito)

Scegli… scegli… scegli… ma perché bisognoa scegliere a tutti i costi? Che senso ha scegliere? Che senso ha scegliere per poi tuffarsi in un mare di aspettative disilluse, di promesse disattese, di futuri deludenti? Per andare incontro al disagio della precarietà di mille e uno lavori, alla corsa lungo la piramide sociale, alle crisi di mezza età, alle ansie da prestazione, ad un matrimonio fallito, a dei marmocchi urlanti e pedanti. Meglio l’eroina. È vero, ti uccide, ma almeno è un elemento talmente totalizzante nella tua vita, da non lasciare spazio a nient’altro. Almeno si può allagare quell’abisso che ci abita dentro con secchiate di limone e polverina bianca. Piuttosto che procedere a tentoni, in un mondo costruito su un volantino pubblicitario, tra telefonini ultima generazione o televisori ultra-piatti o macchine sportive o trapianti di capelli alla ricerca di pace. Alla ricerca di qualcosa che dia un senso a tutto questo sbattersi per nulla. Per smetterla di sembrare tanti piccoli scarafaggi che si agitano sulla schiena, incapaci di andare avanti ma anche indietro, completamente bloccati.

E poi che importa se chi ti vorrebbe costringere a questa scelta suicida sta ancora cercando la propria vita nel fondo di un bicchiere di whisky, nella posa di una ceneriera sporca, nell’inchiostro del pennarello al bingo. Che importa se tua madre, tuo padre, il tuo amico salutista, la tua fidanzatina della scuola, vivono come vacche indiane tra bar, fornelli e videopoker, in attesa che un tir li metta sotto per finirla con questa farsa. Che importa se sperano di chiuderti in una gabbia di noia borghese per sentirsi meno vuoti e meno autolesionisti, per mettere a tacere quella vocina che li spingerebbe sul baratro insieme a te con una vena nel braccio. Per loro devi solo scegliere. Non per te, naturalmente; non quello che vuoi, ovviamente; qualcosa di rassicurante e comprensibile, qualcosa che i tuoi genitori possono raccontare ai vicini sorseggiando thè con un goccio di gin. Oppure scegli la vita, e scegli di diluirla in un cucchiaino e sparartela in vena, un grammo alla volta.

 

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6. La Grande Bellezza – E’ solo un trucco (di Francesco Malgeri)

E’ tutto lì. Nascosto, ma presente: dietro ad ogni chiacchiera superflua, ad ogni musica assordante, ad ogni schiamazzo e ad ogni grido senza significato, c’è un bagliore di vita puro e candido, che sprigiona bellezza alla minima occhiata.
Ma come ricercarlo? In quanta inutilità, quanta falsità e quanto squallore è necessario scavare? Quanto vuoto si frappone tra noi e la bellezza? La ricerca di Jep Gambardella si fonda proprio su queste domande.

Scena che precede il monologo finale de La Grande Bellezza

Scena che precede il monologo finale de La Grande Bellezza

La vita di uno scrittore, di un profondo intellettuale, viene risucchiata nel vortice della mondanità degli attici di una Roma alto borghese. Le sue frequentazioni si limitano ad un insieme di volti disillusi e annoiati, avviliti dalle ipocrisie di un mondo che poggia su feste, alcool, musica e droga le sue uniche prerogative. Un mondo che parla pur non avendo nulla da dire, che vaga senza osservare, che ricerca la bellezza nell’apparenza, nello sfarzo; e che si nasconde, finge, fugge da se stesso, come fosse tutto un palcoscenico personale.

Una circense sfilata di immagini e colori accompagna questa spettacolarizzazione del vuoto da cui Jep sente di dover fuggire, smosso dalla notizia della morte del suo primo amore. La necessità di riempire nuovamente la sua vita, di cogliere di nuovo quel bagliore di bellezza da tempo sepolto sotto l’imbarazzo dello stare al mondo. Fino a trovarla nell’unico modo possibile: smettendo di cercarla, e facendosi travolgere da essa.

Perché d’altronde,

Jep Gambardella: Finisce sempre così. Con la morte.

Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla, bla, bla, bla, bla.      È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura; gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.            Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo, bla, bla, bla, bla.

Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.

https://youtu.be/l0kg1VGRGMg

Leggi anche: La Grande Bellezza (Versione integrale) – L’Esistenza tra sospensione e ricerca

 

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7. La 25 ora (di Francesco Gamberini)

Fuck you. Vaffanculo. Così recita un’innocua scritta sullo specchio di un bagno, ma è proprio questa scritta a scatenare tutta la rabbia di Mongomery Brogan. Da qui inizia un’ invettiva in stile dantesco contro l’intera città di New York e i suoi abitanti: un monologo a metà fra dialogo interiore e flusso di coscienza. Uno sfogo razzista in cui nessuno viene risparmiato: neri, ispanici, italiani, ebrei, gay, cinesi, tutti vengono criticati nei loro peggiori difetti. In modo chirurgico Monty nomina ogni singolo abitante della Grade Mela passando da etnia ad etnia, da strada in strada. Non c’è bontà nelle sue parole, niente politically correct. Solo una sfilza di luoghi comuni e stereotipi, solo una lunga serie di immagini che mostrano un’umanità degradata e senza alcuna speranza di redenzione. Lentamente poi il monologo diventa sempre più personale e colpisce anche amici e parenti. Nessuno si salva. Tutti diventano un bersaglio di odio. Tutti sono colpevoli. Anche New york stessa è colpevole. Ma colpevole di cosa…? Di continuare a vivere.La 25 Ora

Le sue parole sono cariche di disprezzo, ma c’è frustrazione nella sua voce e tanto dolore. Montgomery è un morto che cammina e il suo è un canto tragico. L’ultimo lamento di un condannato a morte, destinato a vivere il resto della sua vita in prigione. Il suo odio nasce unicamente dall’invidia verso chi ha ancora una possibilità: Infatti Monty sa che solo lui è colpevole e solo lui dovrà pagare per i suoi errori. Il monologo coglie alla perfezione il clima amareggiato, teso oltre ogni limite, della città dopo l’11 settembre, quando la paura e la disperazione erano diventate insostenibili. Recitato energicamente da un  Edward Norton in splendida forma, il monologo de “La 25a Ora” di Spike Lee, sia per scrittura che per realizzazione, è un gioiello della storia del cinema.

Leggi anche: la 25 Ora- L’emarginazione di chi non ha scelta

 

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8. Il Signore degli Anelli: le 2 Torri – C’è del buono in questo mondo (di Andrea Vailati)

 

Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono, quello i bambini lo sanno già. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.

L’infinita stratificazione di livelli di lettura di quella magistrale opera che fu Il Signore degli Anelli, in primis poiché derivante da quella magia letteraria che sempre sarà l’Universo di Tolkien, sopraggiunge qui all’essenziale domanda del mondo, così complessa in un soggetto, come in un’intera umanità.

Perché continuare a lottare? Perché, dinnanzi all’ineffabile fallimento costante, alla perpetua risposta dell’oscurità, sempre più forte, continuare a crederci?

Le storie del mondo degli uomini ci mostrano quanto sia più facile dargliela vinta all’Ombra, malleabile forma che inibisce un uomo dal rincorrere la donna della sua vita, un ragazzo a credere di voler essere un artista, così come un eroe dallo sconfiggere un drago. Le storie però hanno sempre una scelta, ben meno diretta e semplice come spesso vogliano far crederci, basate sulla costante riscoperta di una volontà di speranza. 

Le storie, qualunque forma esse prendano, possono divenire grandi storie, quando un uomo decide di combattere allo specchio della sua paura, accettandola, non rinunciando alla sofferenza, perché così rinuncerebbe anche alla gioia più pura, alla bontà più vera, sottesa, primordiale, eternamente nascosta, ma, sempre lì, come unica finale certezza della nostra ricerca.

 

Sam: C’è del buono in questo mondo padron Frodo, è giusto combattere per questo.

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9. La Leggenda del pianista sull’Oceano – C’era tutto, tranne la fine (di Giacomo Taggi)

https://www.youtube.com/watch?v=zf-5XQmQW9c

Nell’ultimo libro de “la Repubblica”, Platone racconta il celebre mito di Er. Er è un soldato morto in battaglia, che appena prima di essere bruciato sulla pira torna in vita e racconta ai suoi commilitoni quello che ha visto: il destino riservato all’anima dopo la morte. Ma quello che avviene dopo la morte, è anche quello che avviene prima della nascita. Er racconta come ogni anima, una volta sceltasi la sorte che la accompagnerà in vita, si presenti al cospetto delle tre Moire, che ratificano il legame indissolubile fra l’uomo e il proprio destino. Nello specifico, Lachesi assegna ad ogni uomo una sorte, che la sorella Cloto lega con il filo; mentre alla più giovane, Atropo, spetta il compito di rendere il legame irreversibile.

Danny Boodman T.D. Lemon, al secolo Novecento, ha scelto al cospetto di Lachesi un destino piuttosto eccentrico: quello di un pianista formidabile che destinato a vivere sul mare per sempre. Lungo l’arco di tutta la sua vita infatti, Novecento non abbandonerà mai il piroscafo Virginian, nella cambusa del quale ha visto per la prima volta la luce. Ma non è tutto. Egli infatti deve aver saltato il passaggio da Atropo, motivo per il quale il suo destino non è stato ratificato.

Nel momento decisivo della sua esistenza, Novecento è con la valigia in mano pronto a scendere dalla scaletta della nave per la prima volta. A terra lo aspetta una ragazza, che si è innamorata di lui durante la navigazione. Ma Novecento rimane a bordo, paralizzato dalla paura. Nel finale del film, in questo splendido monologo, ce ne spiega le ragioni.

Se è vero che diventare uomini significa sacrificare le illimitate possibilità della nostra giovinezza all’unica che vogliamo realizzare, Novecento è un fanciullo eterno, incapace di abbandonare il mondo della possibilità – il mare – e di incarnarsi nei confini di una identità precisa, qualunque essa sia. Cristallizzare tutta la musica possibile nei limiti di una sola canzone.

L’infinito che ognuno di noi porta dentro, e che pure deve assumere una forma finita per fare di noi degli uomini, è per lui qualcosa di non sacrificabile. Preferisce sacrificare se stesso, a quell’infinito. L’immensità di cui ha tanto paura, in fondo, non è quella della mancanza di limiti, bensì proprio quella del finito e della scelta. Scegliere una città, una casa, una donna, e rinunciare così a tutto il resto.

Scegliere una vita, una soltanto.

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10. Pulp Fiction – Il cammino dell’uomo timorato, infine. (di Alessandro Fazio)

Ho scelto come miglior monologo una delle scene più intense e ricche di tensione che mi sia mai capitato di vedere in un film; questa scena, inoltre, appartiene a quello che ritengo uno dei migliori film (se non il migliore) che abbia mai visto, Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994). La scena in questione è quella finale: Jules (Samuel L. Jackson), mentre Vincent (John Travolta) è andato in bagno, è testimone della rapina che una strana coppia vuole commettere nel bar in cui sta consumando la sua colazione.

Ha con sè la valigetta, di cui è ignoto il contenuto, che gli ha procurato non pochi problemi fino a quel momento: quando Ringo (Tim Roth) gli si avvicina minacciandolo di consegnarla, Jules ribalta la situazione, puntandogli una pistola contro e obbligando l’altro a lasciare l’arma, facendolo sedere di fronte a lui e iniziando uno dei monologhi più epici di sempre per intensità, contenuto e significato metaforico: “Analizziamo la situazione. Normalmente le vostre budella si troverebbero sparpagliate nel locale, ma per caso mi avete trovato in un periodo di transizione, perciò non voglio uccidervi, voglio aiutarvi. Ma questa valigetta non ve la posso dare; perchè non appartiene a me. Non solo, ho passato troppi casini per questa valigetta stamattina per poi consegnarla a voi deficienti”.

La scena si interrompe per l’arrivo di Vincent, che scombussola l’equilibrio che Jules era riuscito a creare tra lui, Ringo e Yolanda. Ristabilito l’ordine, Jules prosegue: “Adesso voglio che tu guardi in quel sacco e trovi il mio portafogli. Quello con la scritta ‘brutto figlio di puttana’. Aprilo”. Jules fa contare i 1500 dollari a Ringo e gli dice che sono suoi, scatenando le proteste di Vincent, a cui risponde così: “Non glieli sto regalando Vincent, sto comprando qualcosa con i miei soldi. Vuoi sapere che cosa sto comprando, Ringo? La tua vita. Ti sto dando dei soldi perchè non mi va di farti saltare il culo. Tu la leggi la Bibbia? C’è un passo che conosco a memoria, Ezechiele, 25:17: ‘Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che, nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è, in verità, il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te’. Ora, sono anni che dico questa cazzata, e se la sentivi significava che eri fatto. Non mi sono mai chiesto cosa volesse dire; pensavo fosse una stronzata da dire a sangue freddo ad un figlio di puttana prima di sparargli. Ma stamattina ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere; vedi adesso penso che magari vuol dire che tu sei l’uomo malvagio, e io sono l’uomo timorato, e il signore 9 millimetri qui, lui è il pastore che protegge il mio timorato sedere nella valle delle tenebre. O può voler dire che tu sei l’uomo timorato, ed io sono il pastore, ed è il mondo ad essere malvagio ed egoista forse: questo mi piacerebbe. Ma questa cosa non è la verità. La verità è che tu sei il debole, e io sono la tirannia degli uomini malvagi. Ma ci sto provando Ringo; ci sto provando con grande fatica a diventare il pastore. Vattene”.

 

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Il +1 Ad Honorem si divide in 5 momenti cinematografici imprescindibili:

1) Carlito’s Way –  Il Romanticismo

Tutto ciò che si può dire di questo assoluto culmine del cinema, dalla rarità poetica inestimabile, è che null’altro fu se non il testamento romantico di un uomo che ci ha provato a salvare il suo mondo, ed infine, pensandoci, non è detto che non ce l’abbia fatta.

  Carlito’s Way – La redenzione di un gangster

2) Apocalypse Now – L’Orrore

Il disvelarsi della menzogna umana, la perversa fascinazione per l’unica verità, eternamente distruttiva, anche al culmine della sua consapevolezza. Vi abbiamo dedicato un articolo intero, solo per provare a sussurrarvi cosa l’Orrore sia: Apocalypse Now – Che cos’è l’Orrore

3) Blade Runner – L’Essenza

 

L’essenza della vita, al di fuori dalla vita umana, al di sopra della coscienza dell’uomo, o meglio di quella di cui ha controllo. Il cinema, nella sua possibilità di esagerare il possibile, può accedere a ciò che potenzialmente possibile è, ma impossibile viverne le onde. Lacrime della pioggia.

Leggi anche: Blade Runner – L’essenza della vita

10 (+1) tra i Migliori Monologhi del Cinema

4) Il Grande Dittatore – La Speranza

Ascoltare, sempre di più in questo mondo si è dimenticato il peso delle parole, quanto queste possano essere intrise di emozione, di umanità e di speranza, e quanto queste possano anche distruggere tutto.

5) American Beauty – La Bellezza

LEGGI ANCHE: American Beauty – Sul Significato Esistenziale della Bellezza

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