L’Insostenibile Autodeterminazione dell’Uomo Moderno

Stefano D'Amico

Settembre 9, 2018

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Ponendo la giusta attenzione, possiamo renderci facilmente conto di quanto il cinema moderno richiami il concetto della scelta: più frequentemente di quanto non sembri ad una prima analisi.
A cominciare da una delle più celebri in cui Neo è chiamato a scegliere tra il risveglio, pillola rossa e la realtà illusoria di Matrix, pillola azzurra. Passando per le scelte ciniche e splatter imposte dall’Enigmista di “Saw”. Terminando con il finale di “Seven” ove il detective Mills, alias Brad Pitt, compie la sua tragica scelta a coronamento del folle piano tessuto da John Doe (Kevin Spacey, superbo cattivo nell’interpretazione di un folle fanatico religioso).


La lista potrebbe dilungarsi ancora e probabilmente a breve così sarà, ma al momento può essere interessante indagare attorno la prolificità del nostro cinema riguardo il tema della scelta.

Certamente alla base possiamo individuare l’esigenza di autodeterminazione dell’Uomo moderno, elemento fondamentale per colui il quale intenda indirizzare il proprio (o l’altrui) destino.
In effetti se osserviamo la nostra società, la realtà in cui viviamo, la nostra epoca può essere definita come il trionfo della Ragione.

Una ragione purtroppo non più intesa meramente come “il lumino che permette all’Uomo di percorrere la via, consapevole delle innumerevoli possibilità e delle insidie”, ma elevata ad unico strumento col quale affrontare e comprendere la realtà di tutti i giorni e probabilmente anche i grandi interrogativi della vita.
In ultima analisi, la ragione usata come strumento per tenere sotto controllo il nostro vissuto ed il destino che ci attende. L’incertezza non è contemplata nel modello.
David Fincher con la sua trasposizione cinematografica del “Fight Club” di Palahniuk ci rende un magistrale esempio di come, nell’intelaiatura sociale in cui viviamo si possa divenire ammorbati dal bisogno di controllo.


Nella pellicola il protagonista interpretato da Edward Norton è schiavo del classico modello di vita piccolo-borghese: l’esigenza compulsiva di controllo, di ordine, si realizza per lui cercando spasmodicamente di conformarsi ai suoi dettami. Essenziale diviene possedere un guardaroba rispettabile o uno stereo hi-tech o, secondo Tyler Durden, un << divanetto a strisce verdi Omar Shab della String >>.
In due parole, la ricerca dell’essere completo, della perfezione…
Facendo quindi un passo indietro al nostro tema, la scelta, anche allorquando sottoposta a Neo per risvegliarsi dalla finzione di Matrix, rileva le sfumature del controllo autodeterministico di cui è affetto l’Uomo. Un essere capace di prendere in mano il proprio destino, capace di contrastare e vincere la corrente.

Nel caso di “Matrix”, dove tutto il film è un’allegoria del modello di vita condotto nelle società occidentali (e occidentalizzate), il controllo subìto dalle persone e l’assoggettamento a meccanismi di vita prescritti vengono ribaltati mediante una scelta perentoria.
Pillola azzurra o pillola rossa, controllo combattuto con un nuovo tentativo di controllo.

Possiamo arrivare ad azzardarci ad accostare ciò all’immagine di un incendio combattuto con altro fuoco.
Nel film il metodo paga: i passeggeri dell’hovercraft “Nabucodonosor”, quelli risvegliati, riescono così a condurre una vita libera sebbene piena di pericoli.
Ma se volessimo approfondire la nostra filosofia di vita probabilmente, a differenza di quanto messo in scena da Keanu Reeves e compagni, il controllo andrebbe combattuto con la rinuncia a controllare!

A riguardo, le parole di Tyler Durden (ancora Brad Pitt) in “Fight Club” sono illuminanti: << Io dico non essere mai completo, io dico smettila di essere perfetto, e io dico evolviamoci, le cose vadano come devono andare… Per me eh, forse potrei sbagliarmi, forse è una terribile tragedia >>. La terribile tragedia dell’incendio divampato nella perfetta casa del protagonista.

Sicuramente non è per noi facile comprendere né tantomeno cercare di mettere in pratica il concetto della “rinuncia al controllo”; tanta è l’assuefazione di cui siamo soggetti.

Ad ogni modo, al fine di comprendere meglio lo sfuggente concetto del “lasciar andare” possiamo invocare in soccorso la produzione cinematografica d’oriente.
Fearless, pellicola del 2006 con Jet Li attore protagonista, ci conferisce la nitida immagine di un Maestro di arti marziali uomo vincente, all’apice delle gerarchie sociali e per di più amante dei piaceri del gioco e dell’alcool.
Huo Yuanjia ha infatti la strenua volontà del vincente, ma è dedito all’affermazione personale e purtroppo sarà proprio questa ad indurlo a commettere atti terribili.
Ritrovatosi infine alla soglia della pazzia, soltanto presso dei “semplici” contadini potrà apprendere il rispetto delle persone (e parallelamente di sè stesso) nonchè la rinuncia a seguire la via dell’ego.

Apprenderà il fermarsi a respirare la particolare brezza che soffia una sola volta al giorno, apprenderà a lasciar andare, la rinuncia a tutto controllare…

Noi oggi smaniamo mantenere il controllo.

Ed è la ragione che ci governa a permetterci di farlo.
Quale migliore strumento del cervello per tenere tutto sotto controllo… il cuore o l’istinto ci rendono ben più imprevedibili e dissennati: meglio imbrigliarli con le redini del raziocinio.
La ragione consiglia giustamente di seguire strade in cui possiamo vivere meglio, percorrendo le quali non saremo costretti ad adoperare grosse rinunce, anzi, saremo disposti a sacrificare molto sull’altare del “non rinunciare”, del “non soffrire”.

“Di più è meglio che di meno”, “stare bene è meglio che stare male” semplicemente questo.
Ed è così che, per esempio, ci capita di lasciare la città natale per seguire studi di cui non siamo appassionati, in contropartita di una migliore posizione economica e sociale.

Così che ci succede di accettare un impiego opprimente, in un contesto lavorativo che detestiamo in cambio di una carta di credito e dell’affermazione personale, cose che fanno sentire migliori e completi.
Ci capita cioè di deprimere, oltraggiare “le parti” di noi stessi che suggeriscono comportamenti non riconosciuti dalla ragione.
Invece curarsi dell’istinto e del cuore rende capaci di percorrere altre strade: quella dell’amore, della compassione e del rispetto di sé stessi per esempio. Strade in cui si soffre e si avverte sin nel profondo ogni colpo infertoci. Percorsi che, d’altro canto, insegnano a liberare dall’egida della ragione i sentimenti e le intime pulsioni.

A riguardo guardare necessariamente un’altra perla d’oriente, “La foresta dei pugnali volanti”.
Dramma cinese del 2004, inizio fuorviante e crediamo di assistere ad un film avventuroso, seppur colorato dalle note armoniose e poetiche della tradizione cinese. Incollati allo schermo, ci ritroviamo infine d’inannzi ad una meravigliosa tragedia romantica.

I protagonisti, incappati in un triangolo d’amore in cui viene mostrata la differenza tra questo e il desiderio morboso, compiono scelte che di razionale hanno ben poco.
Tutti e tre avrebbero potuto portare a casa la pelle sani e salvi ma i sentimenti, sia quelli nobili che quelli oscuri, hanno prevalso nei personaggi e li hanno condotti a mettere (irrimediabilmente) a repentaglio la propria vita.

Tutto questo pur di rendere onore fino all’ultimo respiro al proprio animo e al cuore che pulsa.

Ecco quindi che non di sola ragione può vivere l’Uomo.

Ecco che le scelte dovrebbero tenere conto di tutte le “istanze” che signoreggiano il nostro Io.
Tutte e non esclusivamente una: si chiami essa Ragione, Cuore o Istinto.
Allentare le redini della ragione ci metterà nella condizione di poter abbandonare il morso del controllo e di lasciare che altre forze fluiscano in noi.

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