21 grammi – Quando ci si interroga sul valore di una vita

Maura D'Amato

Settembre 14, 2018

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Il titolo della pellicola si riferisce all’ipotetico peso, che chiunque perderebbe al momento della morte, il peso dell’ultimo respiro esalato. 21 grammi appunto, studio effettuato dal dottor Duncan MacDougall, il quale voleva attribuire un peso all’anima. Questo esperimento non ha mai riportato nessun dato scientifico, ha ispirato però, la produzione di uno dei film più riflessivi per la mente umana. “21 grammi – il peso dell’anima”, pellicola diretta da Alejandro González Iñárritu, ha ottenuto 2 canditature a premi oscar ed è stato premiato al festival di Venezia.

Un ex malavitoso, Jack Jordan, alla guida di un furgone, torna a casa per festeggiare il suo compleanno. Nel tragitto investe un padre con le sue due bambine, provocando la morte di tutti e tre. La moglie del mal capitato, Cristina, una ex tossicodipendente,  acconsente alla donazione del cuore di suo marito. Il beneficiario, Paul, un matematico in lista di attesa per il trapianto, inizia la sua nuova vita andando alla ricerca di Cristina, la vedova alla quale lui deve la sua vita. Ecco presentata in maniera lineare, la trama di un film complesso sia dal punto di vista morale che cinematografico.

Il film consta di un montaggio straordinariamente libero e intrecciato, flash-foward, flash-back, si ricomincia continuamente e si torna indietro molto spesso, in montaggio parallelo o alternato, fatto di brevi frames o di lunghe dilatazioni sequenziali. L’unità temporale è continuamente spezzata,come le vite dei protagonisti e la sceneggiatura è complessa quanto le loro anime. Dopo 30 minuti si inizia ad avere il quadro chiaro e completo della situazione: tre drammi umani s’incrociano a partire da un incidente stradale. La vita e la morte che si danno il cambio, come pure la gioia e la sofferenza, tre protagonisti che provano a ritrovare il senso della loro vita.

Il film tratta di molti argomenti: fanatismo religioso, inseminazione artificiale, dono di organi, aborto, vendetta, ingiustizia della sorte, moralità, paura della morte e peso della propria vita.  Ci troviamo di fronte alle esistenze di tre individui, due dei quali diversamente “in attesa”: Paul in attesa della morte o della sua nuova vita; Jack in attesa della rivelazione, una specie di Giobbe testardo destinato a veder messa in crisi la sua fede così semplicistica. C’è poi Cristina, madre e moglie con un passato disordinato, che invece è forse fin troppo sicura del suo presente che presto verrà disintegrato. Una profonda ed ineludibile domanda di significato, propria dell’essere umano.  L’anima è il centro dell’intera discussione, il fine non è certo quello di trovare risposte, quanto di osservare la vita, sperando di rintracciare, nel vortice della perdita, almeno una traccia di se stessi.

Un film forte, potente, riflessivo. Un film nel quale l’unica vera protagonista è la morte, che soffia nei corpi dei vari personaggi facendoli sbattere qua e la per la scena, taluni per vendetta, taluni per rivalsa, taluni per tediosa apatia. 21 grammi è il peso dell’anima. Esso però più che essere la discriminante tra vivi e morti rappresenta soprattutto quel gap che divide lo stato di mera sopravvivenza dallo stato di morte vera e propria. Nel film tutti i protagonisti si ritrovano a dover affrontare proprio questo passaggio, quando, da essere vivi ci si ritrova a galleggiare tra le stanza, per le strade e in mezzo alle persone, con lo sguardo perso e il vuoto dentro.

Assistiamo alla redenzione di Jack, fedele sostenitore della religione (degna di nota la scena in cui obbliga sua figlia a porgere l’altra guancia, in seguito ad uno schiaffo ricevuto dal suo fratellino), che dopo aver provocato una tragedia, si interroga sul perché Dio abbia riservato questo destino per lui, “Dio sa persino se ti si muove un capello sulla testa”, questa la frase che viene ripresa più volte, a sottolineare quanto, secondo Jack, ogni azione è il frutto di un progetto di un essere superiore. Quanto vale la sua vita dopo aver ucciso tre persone?

Assistiamo alla quasi arresa di Paul, il quale ad un passo dalla morte continua a fumare, si da per spacciato, ha perso la battaglia. È forse questa una non curanza della vita propria? Eppure lui non viene punito, lui sarà beneficiario di un nuovo cuore, dichiara di riconoscere la presenza di qualche mistero, così come si riconosce un qualche mistero nelle pieghe dei numeri che disegnano la realtà. Quello che succede al matematico però, è la chiave del film. Paul infatti, presto si ritroverà a fare i conti con le conseguenze brutali dell’intervento, la sua anima è annientata, distrutta. Si ritrova nuovamente in un letto di ospedale, “questa è la sala d’attesa per la morte, chi sarà il primo a dire addio alla vita?”.

Così si da il via ad una serie di riflessioni, lo spettatore osserva il respiratore di Paul che si muove lentamente, ci sembra di respirare insieme a lui, siamo portati a subire quell’angoscia che affligge il protagonista. Qui ci si rende conto di quanto, alla fine di tutto, siamo affezionati alla vita, nonostante essa abbia avuto una grande dose di momenti infelici. Vorremmo che Paul non morisse, ma la morte è il tragico fine dal quale non si può fuggire. Cosa ci rimane dopo la morte di una persona? Quanto si porta via andandosene?

Assistiamo all’egoismo della moglie di Paul, la quale vuole a tutti i costi un figlio e decide di ricorrere all’inseminazione artificiale, pur sapendo che il marito non potrà mai assistere alla nascita di suo figlio. Ci si chiede se sia saggio mettere al mondo un bambino che dovrà crescere senza padre, ma se quel bambino fosse per lei l’ultimo ricordo della persona amata? Quanto vale quell’intervento?

Assistiamo al crollo di Cristina, che dopo aver perso tutto, sceglie la via più facile, tornando alle cattive abitudini di un tempo. Cristina si sgretola, scena dopo scena, straziante l’idea di perdere tutto. Lei però è forse il personaggio più emblematico, il personaggio verso il quale proviamo compassione, eppure l’unico personaggio che ha voglia di ricominciare. Ricominciare ad amare, ricominciare a vivere, uscire. Nelle ultime scene Cristina prepara una stanza per un nascituro, è incinta. Cristina ci fa pensare all’esistenzialismo di Sartre: l’esistenza è nullificazione dell’essere, per cui l’uomo è assolutamente libero. E quindi, quanto vale la pena andare avanti? Quanto valgono quei 21 grami?

E così si chiude il circolo, portandoci alla consapevolezza che forse esiste un grande disegno per tutti noi, quante persone incontriamo nel corso nella nostra esistenza? Ogni persona è un tassello fondamentale del nostro puzzle, ogni persona è in qualche modo legata a noi, ogni persona vive una vita, ogni vita è importante.

La pellicola ci fa percepire lo svuotamento dei personaggi, per illustrare come quelle persone segnate dal dramma abbiano perso quei 21 grammi non direttamente con la morte, ma pian piano, grammo dopo grammo, di scena in scena, poco importa che ordine esse abbiano. Un percorso lacerante nel quale si abbandona ogni speranza, sia essa religiosa (Jack/Dio), sentimentale (Christina/Amore) o logica (Paul/Numeri), mostrando la durezza della vita e l’assenza di qualsivoglia redenzione. Non c’è melodramma, ma semplice realizzazione che le regole della vita sono quelle, e serve a poco sperare, credere, pensare. Una morale asciutta, spietata, dirompente. 21 grammi che schiacciano come un macigno.

“Quante vite viviamo? Quante volte si muore? Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c’è in 21 grammi. Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna? Quanto… sì…guadagna? 21 grammi, il peso di cinque nichelini uno sull’altro. Il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono 21 grammi?

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