Nuovi Sguardi – Domenico de Feudis: su Il legame, il cinema horror e il sud Italia

Eugenio Grenna

Dicembre 22, 2020

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Intervista a Domenico de Feudis: su Il legame, il cinema horror e il sud Italia

Come molti appassionati, critici e cinefili sanno bene l’horror è un genere cinematografico estremamente utilizzato, visitato e rivisitato, che gode di una miriade di sottotracce o declinazioni come lo splatter, il folk, il gore, il torture porn, lo sci-fi horror, lo slasher, il found-footage, il mockumentary, l’home-invasion e via dicendo.

Tutte declinazioni di uno stesso canone che gli permettono di farsi sempre differente, nonché di ottenere letture e narrazioni atipiche, curiose, opposte eppure così vicine, garantendo inoltre l’esplorazione di scenari molto distanti l’uno dall’altro.

Scenari accomunati in ogni caso dalla paura che regna sovrana, dettando legge e logica.

Nonostante però l’esistenza di queste tracce narrative, l’horror negli ultimi anni in Italia sembra essersi sempre più uniformato a standard medio/bassi.

DOMENICO DE FEUDIS - RIFLESSIONI SUL CINEMA HORROR, IL SUD ITALIA E LE ATTUALI CONDIZIONI DEL PANORAMA CINEMATOGRAFICO ITALIANO.

L’ora del buio – Trucco e prostetica

I film si somigliano sempre più (in Italia come all’estero). La tensione e la paura vengono veicolate spesso e volentieri con le stesse modalità: dall’utilizzo sconsiderato di jumpscares, alla falsa convinzione che essere espliciti il più possibile equivalga a una maggiore angoscia o paura, fino all’effettistica talvolta esagerata e scadente, o a una scarsa scrittura.

L’horror è un genere che in Italia è riuscito a evolversi in una fascia temporale circoscritta (dagli anni ’70 alla fine dei ’90) con risultati e autori di importanza considerevole, spesso bistrattati in patria.

Autori che però hanno ottenuto (seppur a distanza di qualche tempo) il giusto riconoscimento soltanto una volta esportati all’estero, dove sono stati, quasi imprevedibilmente, apprezzati e amati non soltanto da un’ampia fetta di pubblico, ma anche e soprattutto da numerosi addetti ai lavori. Dai registi agli sceneggiatori, fino ai montatori e via dicendo.

Così come si è voluto, il cinema horror italiano si è anche ridotto, scontrandosi con sé stesso e poi andando quasi totalmente perduto, fatta eccezione per alcuni (e davvero rari) recenti casi e autori.

Uno di questi è proprio Domenico de Feudis, giovane e promettente regista classe 1986, assistente alla regia nei film La grande bellezza, Loro 1 e Loro 2 di Paolo Sorrentino, oltre che nei cortometraggi dello stesso Sorrentino Killer in Red e The Dream.

Paolo Sorrentino e Toni Servillo sul set – La grande bellezza

Ha lavorato sempre come assistente alla regia, anche in Miele di Valeria Golino; Io e Lei di Maria Sole Tognazzi; Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini; Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini.

Nel 2017 con il cortometraggio L’ora del buio partecipa a importanti festival di settore, come il Sitges Intl Fantastic Film Festival, il Trieste Sciece+Fiction Fest, Zubroffka Short Festival e Cambodia Horrific Film Festival.

Da quello stesso cortometraggio giunge nel 2020 al suo esordio (disponibile su Netflix): Il legame. Un folk horror di grande atmosfera che gode di una cura davvero rara non soltanto rispetto alla regia, ma anche e soprattutto alla sceneggiatura, [di cui abbiamo scritto recentemente in questo articolo Il legame – Il folk horror di Domenico de Feudis] e che approfondiamo ora intervistando il suo autore: Domenico de Feudis.

Buongiorno Domenico, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Come già hai avuto modo di vedere dalla recensione pubblicata per la redazione della Settima Arte, ho trovato il tuo film molto bello. Prima di arrivare a parlare de Il legame però, partirei da ciò che accade nell’immediato. Dunque come stai? Come hai vissuto e come stai vivendo tu, da regista (con dei progetti nuovi e delle idee), questa fase così particolare delle nostre vite?

Domenico de Feudis

Sto abbastanza bene. La quarantena per me, come del resto per chiunque altro, ha rappresentato un momento particolare. Considera che il mio film (Il legame) era in sospeso da marzo 2018 e che per un anno e mezzo mi sono dedicato quasi esclusivamente a quello. Ero molto concentrato sul film e quindi non appena è stato possibile tornare a lavorarci, ci siamo dedicati alla postproduzione (mix, color correction, effetti speciali).

Nel frattempo ho cercato di scrivere altri soggetti e idee il più possibile lontani dalla situazione che stavamo e che stiamo vivendo tutt’ora. Michael Bay all’opposto ha lavorato a un film che racconta proprio queste tematiche, cosa per me angosciante. Io ho scritto altro, allontanandomi da questo periodo. L’uscita del mio film poi è stata chiaramente molto strana e particolare. Sono rimasto a casa, non ho preso parte ad alcuna presentazione e ho sostenuto diverse interviste senza però incontrare fisicamente i giornalisti.

È stato tutto molto strano. Considera poi che Il legame è il mio primo film, quindi non ho potuto nemmeno conoscere qualcosa di molto importante come le emozioni delle proiezioni stampa. Insomma una fase particolare, in seguito alla quale sono fuggito in Puglia per una decina di giorni non appena ho potuto, per festeggiare con la famiglia e gli amici.

Domenico de Feudis

Domenico de Feudis sul set de Il legame

Credi che questa condizione di isolamento in qualche modo forzato, e quindi di confinamento nelle nostre abitazioni, possa in futuro rappresentare una buona base per il cinema horror? Penso per esempio a un sottogenere dell’horror e del thriller particolarmente florido e talvolta abusato come quello dell’home invasion.

Domenico de Feudis

Questo evento, considerando la pandemia e quindi un coinvolgimento globale nella sofferenza e nella paura, è stato, ed è tutt’ora, talmente anomalo che credo servirà un po’ di tempo prima di metabolizzarlo a tal punto da riuscire a scriverne un film, una serie o qualsiasi altra cosa. Un po’ come pensare di scrivere e dirigere un film di guerra nel momento stesso in cui la guerra è in atto oppure è appena giunta a conclusione.

C’è bisogno di metabolizzare quanto accaduto. Certo è che questo scenario fatto di reclusioni forzate e improvvise nelle proprie abitazioni (con tutto ciò che poi la situazione comporta), così come l’uso obbligato di mascherine e poi ancora l’ansia e la gestione di un quotidiano ormai molto distante da ciò che in precedenza è stato, sarà molto probabilmente scenario di numerosi spunti. Tutto ciò che dobbiamo fare è aspettare un po’ di tempo.

Songbird – Cinema americano e pandemia Covid-19 – Michael Bay

Ti faccio questa domanda perché, se c’è qualcosa di estremamente forte nel tuo esordio al lungometraggio con Il legame, è proprio il modo in cui lavori sugli ambienti interni e sull’orrore che vi si muove. Questa villa antica per esempio, quasi sempre immersa nell’oscurità, dove tu collochi incubi e deliri dei tuoi personaggi, appartiene a una tua conoscenza precedente, ci sei arrivato attraverso dei sopralluoghi o hai cercato qualcosa che corrispondesse a ciò che la sceneggiatura richiedeva? E poi, come hai lavorato sul contrasto paura e orrore in esterni e paura ed errore in interni?

Domenico de Feudis

Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a tutto questo. Partendo dal principio, io sono cresciuto in periferia, a duecento metri dal mare e dalla campagna perché il mio palazzo era proprio al limitare della città, appena prima delle campagne. Un insieme così vario e differente di abitazioni e palazzi, tanto che gli edifici del mio film, e, più nello specifico, quello a cui tu fai riferimento, cioè l’antica villa in cui Francesco (Riccardo Scamarcio) è cresciuto e in cui fa ritorno, sono un richiamo alle ville liberty tinteggiate rosso-porpora molto diffuse in Puglia e nella zona in cui io sono nato e cresciuto.

Nella mia città per esempio era nota “la casa del diavolo”, una antica villa diroccata molto simile a quella del mio film. Ricordo che tutti avevamo paura a visitarla sia di giorno che di notte e questo mi ha spinto a costruire sequenze più diurne, perché era in quelle ore che potevo affrontare la paura di quella villa nel modo probabilmente più semplice.

Io quei momenti di paura li avevo vissuti esclusivamente durante le ore del giorno e volevo provare quindi a immaginarli anche nell’oscurità della notte, attraverso un gioco di luci e ombre che ho pensato essere particolarmente interessante. In più questa riflessione sulla mia paura vissuta di giorno tra gli esterni e gli interni della “casa del diavolo” l’ho voluta portare anche nel film. Generalmente la paura viene mostrata e raccontata per intero nell’oscurità e molto poco invece quando è illuminata dalla luce del sole, in qualche modo è stato un azzardo. Ho trovato rassicurazione in un film come Midsommar che ho avuto modo di vedere nel corso delle ultime settimane di preparazione del mio film (mancava una settimana all’inizio delle riprese).

Midsommar non mi ha fatto impazzire, ma attraverso alcune sequenze è riuscito sicuramente a turbarmi e inquietarmi.

DOMENICO DE FEUDIS - RIFLESSIONI SUL CINEMA HORROR, IL SUD ITALIA E LE ATTUALI CONDIZIONI DEL PANORAMA CINEMATOGRAFICO ITALIANO.

Il legame – Locandina Netflix

Guardando il tuo film più volte ho trovato incredibile quanto la villa in cui Francesco (Riccardo Scamarcio) è cresciuto e in cui fa ritorno nei primi minuti del film sembri vivere, e allo stesso tempo morire, di un male sotterraneo, che da un lato la sorregge e dall’altro vorrebbe invece farla sparire nel buio dell’oscurità. Come hai lavorato su questo?

Domenico de Feudis

Ci ho lavorato a partire dalla scrittura. A noi piaceva l’idea di rendere la casa viva così come tutto ciò che le stava attorno circondandola di fatto di materiali artificiali e non. Quindi abbiamo giocato tanto con la contaminazione dell’elemento naturale all’interno delle stanze e delle pareti della villa. Penso alla muffa, all’acqua torbida e molti altri aspetti tra cui gli ulivi, le radici, gli intrugli e le piante, e poi ancora gli animali. Tutto era centrato sul rendere la casa e quei luoghi profondamente vivi e per questo minacciosi. Un’idea di narrazione e di impronta importante e di cui tenere conto già a partire dalla sceneggiatura.

Il legame – La villa del film

Chiaramente la villa occupa soltanto una piccolissima parte di ciò che nel tuo film veicola la paura e l’orrore. Penso al pranzo in esterna o al campo degli ulivi malati in cui la piccola Sofia corre sola in un momento totale del film. Come regista, dovendo lavorare su queste sensazioni e su questi spazi, hai una preferenza chiara e netta o sei interessato all’unione di queste due forme di paura? Quella confinata nelle abitazioni e quella invece per certi versi invisibile, ma eterna, che c’è e non c’è negli spazi aperti.

Domenico de Feudis

Fin dall’inizio ho lavorato sull’idea dello spaesamento che i miei personaggi potevano percepire e vivere all’interno di una realtà che non conoscevano, quindi un concetto con cui era bello e interessante giocare, servendomi prima dei personaggi e poi dei luoghi. Io mi sono rifatto a quelli che erano i miei ricordi e studi, e ovviamente a tutto ciò che si è poi raggiunto in fase di scrittura, dove abbiamo ragionato su questi due elementi e più nello specifico su quello che io ritenevo essere davvero importante.

Cioè capire che cosa potesse provare una bambina (oltretutto estranea a luoghi e fatti), all’interno di una struttura come quella capace allo stesso tempo di incuriosire e spaventare. Per quanto mi riguarda il film riflette su due punti: da un lato la bambina dall’animo innocente e non ancora contaminato dal male che è giustamente incuriosita dalla conoscenza di Teresa, della villa e degli altri individui che la frequentano. Dall’altro la madre che, come sua figlia, è estranea a luoghi e fatti, ma che fin dal principio non riesce a percepire altro che oscurità, ambiguità e insicurezza, dunque non tanto un’anima incuriosita, piuttosto un’anima turbata. Da questi due punti siamo partiti per sviluppare la storia e la scrittura del film.

Domenico de Feudis ed il cast del film sul set de Il Legame

Penso per esempio a un film piuttosto recente che hai già citato come Midsommar di Ari Aster, in cui l’orrore, l’angoscia e la paura vengono illuminate da una luce del sole potentissima e dove quindi si fa un uso limitatissimo dell’oscurità. Che cosa pensi di questa scelta rispetto al cinema horror e al tuo film nello specifico?

Domenico de Feudis

Midsommar come dicevo mi ha dato una maggior sicurezza rispetto alla mia volontà di raccontare e mostrare la paura e l’angoscia anche nelle sequenze diurne e illuminate, non soltanto in quelle più cupe e oscure. Però credo che la mia scelta sia stata più direttamente legata alle mie origini, al mio vissuto. Sono stato spinto infatti dalle caratteristiche del paese in cui sono nato e cresciuto, che è appunto la Puglia. Un luogo caldo e soleggiato per quasi tutto l’anno, quindi la paura che volevo raccontare era propria di quei luoghi e di ciò che io lì negli anni ho visto e vissuto. Non soltanto l’uso di quei colori, ma anche e soprattutto dei volti e delle tradizioni. Ho cercato poi di lavorare sul contrasto tra tutti questi aspetti ed elementi giustamente piacevoli e rassicuranti e altri invece decisamente più oscuri e perturbanti.

Midsommar di Ari Aster

Io la scelta della paura illuminata dalla luce del sole l’ho trovata molto spesso all’interno del tuo film e credo di esserne rimasto ancora più inquietato rispetto a quella che possiamo identificare con la parte finale che tu collochi giustamente nell’oscurità. A partire dalle già citate scene della camminata nel campo di Sofia, del pranzo e poi di quelle perlustrazioni attorno al parco della villa. Senza dimenticare quel momento così particolare e simbolico in cui Sofia chiede spiegazioni sulla cura dell’albero malato a Teresa (Mariella Lo Sardo).

Tutte scene queste cariche di inquietudine velata, ma molto presente, su cui aleggia l’ombra e la portata orrorifica del personaggio di Teresa e quindi la figura della madre che tu rendi in qualche modo mitologica. Che cos’è per te Teresa oltre che madre di Francesco? Tutto sembra nascere e finire con lei in un primo momento, quasi come fosse una strega o un’entità di altro genere.

Domenico de Feudis

Per quanto mi riguarda, Teresa, oltre che essere la madre di Francesco è anzitutto una curatrice. Ovvero la figura centrale che gravita attorno al libro di Ernesto de Martino Sud e Magia, ma anche attorno alla realtà di molti paesi della Puglia, almeno, così era fino a qualche anno fa. Ci si rivolgeva infatti a queste donne in grado di debellare i vermi dallo stomaco, il malocchio e il male da ogni genere di individuo, bambino o anziano che fosse. Figure chiaramente ambivalenti, in grado di fare del bene o del male a seconda delle volontà e degli interessi in gioco. Teresa è senza dubbio il perno centrale del film, perché Il legame parla di protezione e invidia.

Dunque chi se non Teresa sarebbe stata capace di sostenere il peso e l’importanza di questi due nodi emotivi? 

Teresa può (e deve) proteggere suo figlio Francesco curando la figliastra di quest’ultimo. Allo stesso tempo può però essere invidiosa di ciò che il figlio le ha presentato a distanza di anni: una nuova vita, una nuova famiglia lontana da lei e da quei luoghi. Si scontrano istinto materno e istinto malvagio, mosso dall’invidia e probabilmente dalla gelosia. Penso al finale, momento in cui i due istinti convivono nella decisione di Teresa di sacrificare la bambina pur di ritrovare e riconnettersi al figlio Francesco. Quella di Teresa è una figura fortemente ambivalente e centrale, propria dell’Italia e più nello specifico del sud Italia.

Ernesto de Martino autore di Sud e Magia

Evitando spoiler per un eventuale pubblico a cui la visione è consigliatissima, c’è qualcosa che differenzia e allontana in modo decisivo il tuo film da molti altri del suo stesso genere (l’horror). Non soltanto rispetto al panorama cinematografico italiano, ma anche quello internazionale, ossia l’epica e la mitologia che vengono a crearsi attorno alle vicende del film. La tua conclusione infatti sembra essere modellata per qualcosa di più ampio, ma fortemente motivato. Il legame troverà un’evoluzione sotto forma di sequel o prequel o è qualcosa a cui non hai ancora pensato?

Domenico de Feudis

Considerati gli studi che ho fatto per il film, e quindi i saggi che ho letto e i casi di cronaca a cui mi sono ispirato, credo che il territorio d’azione e di narrazione per un sequel sia vastissimo. C’è così tanto da raccontare che potrei scrivere ancora molto su questa storia. Quello del mio film, e di quella Puglia un po’ rassicurante e un po’ oscura, è un mondo molto interessante da esplorare che mi appartiene e da cui ho preso un’ispirazione profonda e totale. L’ho fatto per questo film e lo farò per i prossimi progetti. Probabilmente per parlare di sequel è presto. Chiaramente c’è da aspettare la richiesta e l’interesse da parte di produttori e distributori. Per quanto riguarda invece il mio di interesse è sicuramente mosso in questa direzione.

Il body horror del tuo film è molto interessante, perché si serve di quel sound design d’accompagnamento tipico di molto cinema horror anni ’70/’80/’90. A partire da quel ragno che ricollega a oggi il cinema di Fulci, così poco ricordato, quali sono state le influenze cinematografiche e non del tuo film e nello specifico del lavoro compiuto sul body horror?

Domenico de Feudis

Sicuramente molte delle sequenze a cui tu fai riferimento si collegano direttamente a quelle che sono le mie paure. A partire dal soffocamento. L’influenza di De Martino è poi molto forte anche rispetto a questo. Un esempio può essere quello della bambina che vomita i capelli. Spesso in Puglia, e quindi nei miei luoghi, veniva detto che questa cosa poteva accadere a chiunque avesse subito una fascinazione, che è poi uno dei nodi centrali del mio film, ossia una vera e propria maledizione, un malocchio.

Quindi qualcosa di fortemente simbolico. In più ho cercato di ispirarmi anche a tutto ciò che ho visto nel corso di questi anni, facendo riferimento a quello che è il mio bagaglio, immagazzinato e riemerso improvvisamente e inevitabilmente in fase di scrittura e regia (scelta delle protesi, l’uso degli effetti speciali ecc.). Influenze cinematografiche che appartengono al cinema horror giapponese, sud-coreano e italiano, come quello appunto di Fulci.

…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà – 1981 – Lucio Fulci

Il legame non è soltanto un ottimo horror, poiché è anche, e soprattutto, un dramma e un’indagine sul male che spesso nasce, o che è comunque legato, alla famiglia. Quanto per te è stato importante muoverti tra questi due registri (se c’è stata questa scelta)?

Domenico de Feudis

Sì, quello che dici è vero. Per quanto mi riguarda Il legame è fondamentalmente un dramma ancor prima di essere un horror. Perché, come già detto, l’horror appartiene a tutti quei saggi e studi che io ho fatto e che in me hanno mosso e provocato sentimenti fortemente contrastanti, turbandomi profondamente. Quindi la direzione non avrebbe potuto che essere quella. Sicuramente scorre parallela la riflessione sul dramma e la famiglia. Considera comunque che da quando ho cominciato a scrivere cortometraggi e storie mi sono sempre più appassionato all’horror, veicolando tutto ciò che scrivevo verso quel tipo di registro narrativo.

Mi interessavano la tensione, la paura e l’ansia, spinte emozionali che volevo appartenessero al mio film e su cui mi sono concentrato particolarmente nel corso del processo creativo. Tutto questo emerge molto naturalmente in me e nella mia personalità. C’è poi da stabilire la direzione definitiva di ciò che fai attraverso il dialogo con il produttore che da un lato può arrestare queste spinte e dall’altro può lasciarti lavorare senza freni.

Domenico de Feudis

Mía Maestro e Domenico de Feudis sul set de Il Legame

Aspettando di vedere presto qualcosa di tuo legato ancora a questo specifico genere cinematografico, hai in cantiere qualche progetto differente?

Domenico de Feudis

Ho in mente diversi progetti e idee, sto scrivendo molto. Sono però, da buon uomo del sud, scaramantico di natura e quindi preferisco non aggiungere niente più di questo. La mia speranza è quella di lavorare presto ad altri film e che i produttori spingano sempre più verso questa direzione dell’horror, ma anche del thriller e più in generale del cinema di genere. Ne abbiamo bisogno e dobbiamo essere consapevoli che per creare un nuovo gruppo di registi e nuove leve, c’è bisogno di investire e rischiare. I film chiaramente in prima battuta non saranno perfetti, ma miglioreranno proseguendo nel tempo, nell’impegno e nella passione condivisa. È necessario però darci tutti quanti questa possibilità che ritengo personalmente necessaria.

Domenico de Feudis

Il legame – Locandina Netflix

A conclusione di questa intervista, per cui ti ringrazio molto e che spero possa portare gli affezionati a vedere o rivedere il tuo film, disponibile su Netflix, ti chiedo: che cosa consiglieresti a giovani appassionati e studenti di cinema che hanno il sogno della regia?

Domenico de Feudis

Io, come sai, sono stato assistente alla regia per diversi anni, ho fatto la gavetta di cui molti parlano. Lavorare in quel ruolo mi è servito per comprendere le dinamiche e le regole del set e della realtà cinematografica italiana. Ancor prima delle molte questioni pratiche e teoriche, quello del regista è chiaramente un lavoro molto più grosso e complicato che prevede stress e ansie anche piuttosto pericolose da gestire. Puoi però trovare rassicurazione nel sostegno di un’ottima troupe che riesca a tranquillizzarti sempre e poi a spingerti per raggiungere il tuo meglio. La troupe è davvero fondamentale e il film è tanto del regista quanto della troupe. Anzi, forse è ancor più della troupe. Ai giovani invece io non posso che consigliare di continuare a scrivere e provare a produrre cortometraggi anche a costo zero o con il sostegno di budget pressoché inesistenti.

Io sono partito proprio da questo, trovando poi la fortuna di convincere un produttore capace di sostenere le mie idee e proposte. Ogni storia chiaramente è differente, sottolineerei, per fortuna. Comunque nonostante tutto mi sento di appartenere ancora a questa categoria giovane, considerato che sono giunto proprio ora al mio esordio e da qui in avanti si vedrà. Per questo mestiere, come d’altronde per qualunque altro, non si smette mai di imparare e di studiare. È necessario certo essere tenaci e capire che quello del cinema è un mondo molto molto complicato in cui è assolutamente necessario comprendere la particolare logica di dinamiche e ruoli. Una logica che, se non compresa, può condurre anche all’abbandono del proprio sogno e io questo lo eviterei.  

Leggi anche: Il legame- Il folk horror di Domenico de Feudis

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