Los Angeles e il protagonista sconosciuto
Alcuni film hanno più in comune di quanto non si pensi. Ci sono infiniti criteri per associare autori e opere di tempi e spazi diversi, la strada più percorsa è quella del parallelismo tra le poetiche degli autori, che disconnette il discorso da coordinate spazio-temporali per entrare nel complesso mondo delle idee. In altri casi, invece, è più utile accantonare le complesse e articolate ragioni della poetica autoriale a favore di un ancoraggio spazio-temporale preciso.
Tuttavia, non si parla di un legame con il luogo e il tempo in cui il film è stato concepito e girato, ma quello con le coordinate interne alla trama, perché spesso lo spazio filmico è foriero di una critica alla società, oppure vuole spiegarci la psicologia profonda del protagonista, fungendo da chiave di lettura per tutto il testo filmico. In questo caso, la selezione della località e la sua organizzazione diventano degli snodi centrali attorno ai quali, spesso implicitamente, può ruotare l’intera opera.
Tra le metropoli più presenti nel cinema occidentale c’è sicuramente Los Angeles.
Non è particolarmente rilevante, ai fini di un’analisi, occuparsi della splendida patinata città degli angeli che molte volte ha fatto da sfondo a banali storie d’amore o a un certo tipo di cinema di genere. La maggior parte delle volte in cui in un film contemporaneo Los Angeles, così come New York, viene mostrata come un’invitante e perfetta cartolina, probabilmente si sta assistendo a una trama dal modesto contenuto.
Anche in un’opera come La La Land (2016), che vuole omaggiare senza vergogna il musical classico, Los Angeles è una meraviglia quando si canta o si balla, ovvero quando sopraggiunge la magia, ma già l’incipit del film è sotto il sole cocente in un’autostrada immobilizzata dal traffico: non esattamente il migliore dei biglietti da visita.

Los Angeles
Ci sono alcuni casi in cui Los Angeles si traveste da incubo, e nel farlo trascina nei suoi infami meandri un protagonista che, anche dopo i titoli di coda, continuerà a sembrarci quasi uno sconosciuto, un uomo misterioso e talvolta innominato, che si è trovato nella posizione di soggetto delle proprie azioni quasi per sbaglio.
Allora non possiamo fare a meno di fiondarci nel 2019 di Ridley Scott, in una Los Angeles piovosa, scura, triste e saturata dall’avanzamento tecnologico, insomma, nell’universo di Blade Runner (1982). In una metropoli così opprimente, Deckard (Harrison Ford), un antieroe oscuro, taciturno e introverso, insegue al contempo una banda di replicanti ribelli e il suo passato.
È proprio questa autoanalisi quasi muta, allora, ciò a cui Los Angeles sembra mirare. La scenografia di Blade Runner sembra essere sia espressionista, poiché esagerata, surreale e chiaramente ispirata a quelle di alcuni sci-fi storici come Metropolis (1931) di Fritz Lang, ma anche impressionista, perché ritratto costante della psicologia confusa, oscura e inaccessibile del protagonista.

Blade Runner (1982) di Ridley Scott
Proprio grazie al primo grande esempio di scenografia postmoderna contenuto nel capolavoro di Scott, abbiamo potuto assistere a un moltiplicarsi di tentativi simili, in cui la città viene mostrata sia come riflesso del protagonista, e fin qui nulla di strano, ma anche come discorso totalmente a sé stante, come critica sociale, nel caso di Blade Runner, rivolta alla deriva tecnologica, al deterioramento dei rapporti sociali, e alle devastanti conseguenze urbane e sociali portate dal capitalismo.
In un contesto simile, l’inserimento di una vicenda nella quale una persona non conosce la propria natura e le proprie origini si include allora in un discorso più ampio, che riguarda lo smarrimento del proprio io in una società travolta dall’avanzamento delle tecnologie, che stimolano la percezione sensoriale, sgretolando, al contempo, quella di se stessi.
Sempre negli anni ottanta, ma nella loro parte finale, fu girato l’illuminante Essi Vivono (They Live, 1988) di John Carpenter. Nulla a che vedere con Blade Runner, né per il genere né per l’immagine della città di Los Angeles. Eppure, i due film hanno più in comune di quanto non sembri a una prima occhiata.
Se, da una parte, Deckard cerca di risalire alla sua vera natura per capire se sia umana o meno, dall’altra, il protagonista di They Live scopre la natura di alcuni abitanti di Los Angeles, ovvero coloro che sono nei posti di comando della società, i quali in realtà sono alieni che hanno portato a noi un male devastante: guarda caso, proprio il capitalismo.
John Nada (Roddy Piper), nomen omen, è un uomo sconosciuto che arriva a Los Angeles da un posto lontano, senza soldi e senza pretese. Nel tentativo di tirare a campare, tra un lavoro al minimo salariale e un alloggio in una piccola baraccopoli, si imbatte in una setta religiosa che dice di vederci chiaro; il motivo sono degli occhiali che riescono a svelare cosa si nasconde dietro alla superficie che vediamo: un sistema che vuole solo che le persone umili obbediscano, consumino e, metaforicamente, dormano.

Essi Vivono (1988) di John Carpenter
La Los Angeles di Essi Vivono sembra una chimera.
Per una buona fetta di film, i grattacieli del centro città restano sullo sfondo, come un sogno irraggiungibile che veglia severamente sui meno abbienti. Man mano che John si inoltra nei meandri della città, ne scopre il marciume e conosce coloro che manovrano i destini del resto della popolazione: i capitalisti, allegoricamente associati a degli alieni.
La straordinaria portata concettuale dell’opera di Carpenter è data dal fatto che senza l’ausilio degli occhiali, l’universo di John è esattamente identico al nostro, come a voler suggerire che gli alieni sono sempre accanto a noi.
Il protagonista, il cui nome non viene quasi mai fatto, taciturno e disorientato, scopre così la vera essenza di Los Angeles. Nel mostrarcela, il maestro Carpenter ricorre a uno sbalzo netto: nel momento in cui il protagonista non indossa gli occhiali, vediamo la Los Angeles più oggettiva, senza filtri emotivi, una scenografia realistica.
Una volta indossati gli occhiali, però, le soggettive di John Nada ci mostrano una scenografia puramente espressionista, spaventosamente irreale. Questa continua transizione segna un nuovo passo, un ambiente mutevole e sdoppiato che circonda le azioni dei personaggi, invisibile ai più, ma determinante per l’umanità.
Una città realistica, ma in cui il personaggio si interfaccia, la ritroviamo anche in Un giorno di ordinaria follia (Falling Down, 1993), indubbiamente il miglior film diretto da Joel Schumacher. Bill Foster (Michael Douglas) è un lavoratore qualsiasi, incattivito dalla sua routine, dalla perdita del lavoro e da un’instabile situazione familiare. Un giorno, intrappolato nel traffico (ancora una volta un immobile ingorgo stradale, perché in ogni linguaggio nulla nasce dal nulla), Bill decide di scendere dalla propria auto e di abbandonarla lì.
Questo è il presagio di una follia che il protagonista decide deliberatamente di sfogare poco dopo in un market, che apre ufficialmente la sua personale escalation.

Un giorno di ordinaria follia (1993) di Joel Schumacher
Bill non vaga nel lusso della Los Angeles più decorata, ma vaga soprattutto nelle zone suburbane. La sua è l’odissea di un uomo medio che prova a essere artefice della propria pazzia, dopo una vita passata a essere un inconsapevole prodotto del sistema, una semplice tessera.
Questa incontrollata evoluzione porta inevitabilmente alla cattiveria, alla simpatia per le armi, all’automatico appoggiarsi a ideali estremisti e populisti. Così assistiamo al degrado di un uomo nel degrado del contesto in cui è calato, ovvero i bassifondi losangelini, quelli sistematicamente celati dallo sfarzo dei quartieri più ricchi, così come il frenetico contesto urbano tende a nascondere la frustrazione di una semplice pedina come Bill.
In Un giorno di ordinaria follia c’è un uso sapiente, anche se accennato, della scenografia impressionista, che quindi rappresenta lo stato d’animo e la psicologia del protagonista. Questa va a completare la componente di realismo più evidente di tutti gli ambienti, accostando però la confusione e la trascuratezza di alcuni luoghi a quello che il protagonista vive.
Nella contemporaneità, Los Angeles è ancora al centro della lente di grandi autori del panorama americano e occidentale. Oltre al già citato La La Land, potremmo parlare di come il contesto della metropoli diventi un sistema di scatole concentriche dentro le quali vagano Jeff Lebowski e Doc Sportello in The Big Lebowski (fratelli Coen, 1998) e Vizio di Forma (Inherent Vice, Paul Thomas Anderson, 2014), ma in questi casi la città si pone in aperto contrasto con i protagonisti e non in continuità, come in quelli che abbiamo analizzato.
Se avessimo preso in considerazione un caso simile, saremmo partiti sicuramente dalla Los Angeles di David Lynch piuttosto che da quella di Ridley Scott.

Collateral (2004) di Michael Mann
Nel ventunesimo secolo, più di un film è riuscito a proseguire la scia della Los Angeles attraverso cui criticare la società e intuire la psicologia di un protagonista tenebroso.
È di grande impatto la Los Angeles notturna mostrata da Michael Mann in Collateral (2004), la semplice, ma non banale storia di un serial killer che usa un tassista come proprio autista. Il personaggio di Vincent, splendidamente interpretato da Tom Cruise, soddisfa ancora una volta l’archetipo dell’uomo taciturno, misterioso e senza passato, mentre il tassista Max (Jamie Foxx) è perfettamente complementare a lui.
Ancor più celebre è certamente Drive (2011) di Nicolas Winding Refn, in cui l’innominato protagonista sfreccia tra le strade della città in una meravigliosa vicenda in cui, come nella favola della rana e lo scorpione, ognuno sembra agire unicamente secondo natura e non secondo ragione.
Avvolto nel silenzio dell’antieroe del quale già abbiamo parlato, il personaggio di Ryan Gosling si misura con una Los Angeles insanguinata, criminale, simile a quella che Dan Gilroy mostra in Nightcralwer (2014), in cui il protagonista Lou Bloom (Jake Gyllenhaal) si specializza nel riprendere per primo gli incidenti stradali o le scene dei delitti appena avvenuti in città, per poi venderli ai telegiornali.
Anche in questo caso, due film dalle trame così diverse hanno invero più in comune di quanto non si creda, soprattutto se analizziamo il modo in cui viene mostrata Los Angeles: sempre irradiata dalle luci della notte, magica, sì, ma tremendamente violenta, come un fiore meravigliosamente scuro che al suo interno contiene il più letale dei veleni.
E con la metropoli di nuovo buia ci troviamo fiondati indietro a Blade Runner, di cui Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (2017) è il degno erede, con la sua Los Angeles sempre più irriconoscibile e il nuovo protagonista, l’agente K, che non possiamo che associare a Deckard.

Nightcrawler (2014) di Dan Gilroy
L’oscurità della città, quindi, per simboleggiare quella dei protagonisti; la metropoli come arma per la critica sociale, il silenzio come spazio per riflettere, interiorizzare, navigare nell’ambiguità dei non-detti.
Ma Los Angeles non è solo il luogo dei freddi silenzi di Deckard, di John Nada, di Vincent, o del pilota di Drive, ma è anche il teatro della loquace nevrosi di Bill Foster e di Lou Bloom, anch’essi prodotti difettosi di una società alla deriva. In tutti e sei i film che abbiamo nominato compare sempre almeno una sfumatura noir e un discorso che faccia interfacciare lo spettatore con gli orrori del capitalismo, della tecnologizzazione spinta, dei media, della metropoli con ogni suo limite e difetto.




