Frances Ha – Ritratto dell’inconcludenza e ode alla semplicità

Sabrina Pate

Febbraio 19, 2021

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Frances: «Mi piacciono le cose che sembrano errori».

Una sbavatura a piè di pagina, una nota stonata in una sinfonia armoniosa, un passo sbagliato in una coreografia: Frances Ha (2012) si configura sullo schermo come un elogio dell’errore, della caoticità e imprevedibilità del vivere quotidiano, un invito a prendere la vita con leggerezza, ad apprezzare ciò che spesso passa più inosservato e che più diamo per scontato e, proprio per questo, è straordinario e meraviglioso.

Noah Baumbach e Greta Gerwig, musa indiscussa del regista e co-autrice della sceneggiatura, modellano insieme il personaggio di Frances facendo rivivere in lei un vissuto della stessa attrice – e forse è proprio questo a renderla così autentica – fornendo un ritratto dalle punte ironiche, ma che svela un’anima malinconica, dell’inconcludenza e dello spaesamento di fronte all’orizzonte ricco di possibilità che ci è messo dinnanzi agli occhi dalla vita.

Frances Ha è il capolavoro del cinema mumblecore, un movimento di cinema americano indipendente il cui nome trae origine dal termine inglese “mumble”, che significa borbottare.

I personaggi portati sulla scena in questo filone cinematografico – che guarda come modello a John Cassavetes, ma anche a Woody Allen e François Truffaut -, sono caratterizzati proprio per il loro borbottare, lamentarsi continuo.

Noah Baumbach con Frances Ha realizza un sarcastico e malinconico ritratto dell'inconcludenza tessendo un elogio all'errore e alla semplicità

Frances Ha

Frances Ha parla infatti di inadeguatezza e insoddisfazione, ma non in modo compiaciuto attraverso un personaggio che si crogiola in se stesso e, con fare rammaricato, accetta la propria incapacità di ottenere ciò che agogna; quanto piuttosto presentando sullo schermo una giovane donna che non si dà mai per vinta che, pur divenendo conscia delle inesorabili difficoltà cui la mette innanzi la vita, mantiene viva la speranza di realizzare i propri obiettivi.

Disattenta, disordinata, svampita, goffa, «troppo alta per sposarsi», Frances non si prende mai troppo sul serio. Percorre le strade di New York sempre di corsa, erede della Annie Hall alleniana. Corre, così, sgraziatamente da una parte all’altra della città, saltellando gioiosamente sulle note di Modern Love di David Bowie, scandendo in questa sua frenetica corsa il susseguirsi delle vicende narrate.

L’omaggio a Truffaut: il valore dell’amicizia e l’infantilità dei personaggi

Frances corre nella sgargiante e caotica realtà newyorkese, facendo riaffiorare tanto i ricordi di Antoine Doinel nel finale de I 400 colpi, che corre senza sapere cosa gli riserverà la vita, quanto di Jules e Jim e la corsa giocosa dei tre amici, richiamata dalle note di Camille di George Delerue che percorrono la pellicola.

Nel personaggio di Frances riecheggia Antoine per questo spasmodico desiderio di libertà. Frances è uno spirito libero: le cui uniche costanti che vorrebbe trattenere a sé in una vita imprevedibile e caotica sono il suo amore per New York, per la danza e per la sua amica Sophie.

Frances Ha è infatti un’ode alla passione, alla perseveranza, alla speranza di realizzare, malgrado tutte le difficoltà, i propri sogni nel cassetto.

Ciò che accomuna i due personaggi è dunque la ferrea volontà di essere indipendenti, autonomi, padroni del proprio destino. Tuttavia, questa brama di affermazione, di trovare il proprio posto nel mondo, spesso non si traduce in azioni concrete e mirate, ma spinge piuttosto i due a rifugiarsi in sogni e fantasie evanescenti.

Si verifica spesso un’inconsistenza tra intenzione e azione, c’è un rimandare costante di responsabilità, quasi come se i personaggi fossero imprigionati in quell’ingenuità infantile che si configura inesorabilmente come uno stadio che deve essere superato, altrimenti diviene impossibile crescere e vivere.

Noah Baumbach con Frances Ha realizza un sarcastico e malinconico ritratto dell'inconcludenza tessendo un elogio all'errore e alla semplicità

Frances e Sophie

In un orizzonte in cui tutto ciò a cui si aspira sono libertà e indipendenza, i rapporti amorosi si configurano perlopiù come vincoli da recidere, mentre le uniche relazioni che sembrano avere davvero importanza per i due sono quelle amicali.

Frances Ha è, infatti, anche una celebrazione dell’amicizia, un’amicizia che viene quasi descritta come un rapporto amoroso – e questo è forse l’aspetto che più di ogni altro avvicina la pellicola a Jules e Jim -, tanto è l’affetto che lega la protagonista alla sua amica del cuore, nonché coinquilina, Sophie.

Le due sono come «una vecchia coppia lesbica che non fa più sesso», due opposti che si attraggono e si completano, due facce della stessa medaglia.

Sophie lavora in una casa editrice, Frances sogna di diventare una ballerina, ma per il momento è ancora un’apprendista in una compagnia. La prima rappresenta per certi versi la coscienza morale della seconda: razionale e pragmatica, ordinata e pulita, è consapevole di dover scendere a patti con la realtà. Frances incarna piuttosto un’intelligenza intuitiva e creativa, possiede quel lampo di genialità, di brillantezza che fa sì che tutte le persone che la circondano restino folgorate dalla sua presenza.

La protagonista trasognata trascorre le sue giornate bighellonando qua e là, per quanto le è permesso dal misero stipendio che percepisce, viaggiando con la fantasia e rimandando il più possibile lo scontro con la realtà dei fatti che inesorabilmente costringe a ridimensionare i propri sogni, le proprie aspettative.

Frances vive in una bolla di vetro, coccolata dalla storia che le racconta prima di andare a dormire l’amorevole coinquilina, immaginando, in futuro, di essere la prima un pezzo grosso dell’editoria e la seconda un’acclamata ballerina moderna.

Un’eroina sui generis

La realtà sembra, tuttavia, richiamarla a sé, come il canto di una sirena. Non sono poche le difficoltà con cui Frances deve fare i conti. Originaria di Sacramento, come la stessa Gerwig, riesce a malapena a permettersi l’appartamento che condivide con Sophie e quando l’amica la abbandona per trasferirsi nel quartiere che ha sempre sognato, Tribeca, deve cercare una soluzione alternativa.

La narrazione si costruisce così attraverso contingenze e scontri fortuiti, al punto che si ha l’impressione di avere dinnanzi agli occhi una vita che prende forma, che si libra sullo schermo, e a noi spettatori non resta che seguirla estasiati, senza sapere dove ci porterà.

Frances vola, ma non come una rondine che migra e segue un percorso già ben delineato, ma piuttosto come una foglia in autunno che deve abbandonare il suo albero. E così Frances abbandona le sue certezze quando lascia l’appartamento che condivideva con Sophie e questo le permette di crescere, di maturare, senza mai perdere però quel pizzico di immaturità e di infantilità che la contraddistingue.

Noah Baumbach con Frances Ha realizza un sarcastico e malinconico ritratto dell'inconcludenza tessendo un elogio all'errore e alla semplicità

Frances Ha

La protagonista porta, così, sulla scena l’arco narrativo dell’eroe. Certo, è un’eroina un po’ sui generis, sgangherata e lunatica, ma pur sempre un’eroina e forse proprio per la semplicità, la banalità, la schiettezza con cui si presenta il suo personaggio, quotidiano in un modo imbarazzante – ritratto mentre si schiaccia i brufoli e mentre inciampa correndo a un appuntamento -, è ancora più contemporanea, portavoce dell’inconcludenza, dell’indecisione caratteristica di quella fase di crisi e di transizione tra i venti e i trent’anni.

A partire da un universo a lei noto, che la rassicura e la conforta, tra le braccia di Sophie che immagina il loro futuro insieme, Frances è costretta, così, a fare una doccia fredda quando l’amica del cuore la abbandona a se stessa.

Abituata a non prendere mai nulla sul serio, come si evince dalla facilità disarmante con cui lascia il fidanzato che le aveva chiesto di andare a convivere, è giunta l’ora, all’età di ventisette anni, per la goffa e stralunata bambinona di crescere, di farsi carico di responsabilità costantemente rimandate.

Noah Baumbach con Frances Ha realizza un sarcastico e malinconico ritratto dell'inconcludenza tessendo un elogio all'errore e alla semplicità

Frances a Parigi

Le impervietà con cui si scontra nel suo caotico percorso verso l’affermazione, la realizzazione dei suoi sogni più sinceri, non riusciranno mai fino in fondo a ledere l’ottimismo e la gioia incontrastabile che la caratterizzano; tuttavia, queste vengono sottoposte a duri colpi.

Il suo sogno di diventare una ballerina moderna acclamata sembra più volte sgretolarsi dinnanzi ai suoi occhi. La frustrazione di non poter partecipare allo spettacolo di Natale che le avrebbe garantito non solo di ottenere maggiore visibilità come ballerina, ma anche, pragmaticamente, di pagare un affitto che non si può permettere, è spiazzante nella sua autenticità.

La malinconia, la solitudine e lo spaesamento raggiungono il culmine nell’istintivo, impulsivo, apparentemente insensato viaggio a Parigi che rappresenta un po’ il climax della vicenda narrata, spingendo poi l’eroina a rialzarsi dopo essere caduta. Non si ha neppure il tempo di arrivare che già si deve ripartire, ma quando ritorna prende coscienza che così non può più continuare: è giunto il momento di farsi carico delle responsabilità incombenti, di percorrere strade alternative.

L’inconcludenza

Ciò di cui prende consapevolezza la nostra eroina nel suo percorso di crescita è che l’ostacolo più impervio da superare per realizzarsi è rappresentato precisamente dalla sua inconcludenza, dalla sua incapacità di agire concretamente per ottenere ciò che desidera.

Sebbene, infatti, Frances sia certa di volere diventare una ballerina e cerchi di affermarsi, non sembra, tuttavia, impegnarsi mai concretamente per realizzare i propri obiettivi. È pigra e svogliata, per nulla produttiva, al contrario di Sophie, ben più determinata e concreta.

Non le resta, allora, che prendere audacemente consapevolezza dei suoi limiti, guardare finalmente in faccia le difficoltà che non possono essere più ignorate.

Decide così, coraggiosamente, di fare un passo indietro, tornare alle sue radici, al college che ha frequentato da ragazza e svolgere un lavoretto estivo per mettere insieme un po’ di denaro, e forse proprio in quei corridoi, in quelle aule in cui rivive una sé ancora giovane e piena di speranze, pronta a mordere la vita, trova la motivazione per rimettersi in sesto e impegnarsi concretamente per migliorare la sua condizione lavorativa ed esistenziale.

Noah Baumbach con Frances Ha realizza un sarcastico e malinconico ritratto dell'inconcludenza tessendo un elogio all'errore e alla semplicità

Frances danza

Frances non si dà mai davvero per vinta: comprende che nella vita si devono fare dei sacrifici a volte, e percorrere strade che non si erano prese in considerazione, come si evince dal fatto che sebbene inizialmente avesse rifiutato il posto da segretaria nella compagnia finisce alla fine per accettarlo, per racimolare un po’ di soldi e continuare a esercitarsi nella sala prove.

Ciò che sembrano allora suggerire i due autori della vicenda è che la vita è un caos apparentemente privo di senso, una danza di contingenze e coincidenze che ci sballottolano da una parte e dall’altra, come Frances per le strade di New York, ma la perseveranza, la dedizione, l’impegno, alla fine ripagano.

Elogio dell’errore e della semplicità

La pellicola mette così in scena un’ode alla semplicità, alle piccole cose della vita, fa rivivere un vissuto quotidiano, quasi banale, ma proprio per questo straordinario, per la semplicità con cui lo spettatore è portato a immedesimarsi con la protagonista svampita e sognatrice.

Ciò che c’è di davvero eccezionale in questo film è proprio il fatto che metta in scena le difficoltà, gli imprevisti che prima o poi sbarrano la strada della vita di ognuno e costringono a vagliare strade più impervie, ma lo fa attraverso il personaggio di una ragazza che nonostante tutto non si lascia mai scoraggiare, non perde mai quella purezza e quella ingenuità che la contraddistinguono.

La coreografia ideata da Frances

Non ogni sconfitta è un fallimento perché l’errore costituisce la più grande opportunità di crescita che ci è offerta dalla vita. Questo reputo che sia, in fondo, il grande messaggio che i due autori vogliono trasmettere, tessendo così un grande elogio dell’errore, degli imprevisti, degli scontri fortuiti che fan parte della vita.

Un elogio messo emblematicamente in scena dalla splendida coreografia ideata da Frances che riscontrerà finalmente l’approvazione delle persone che la circondano, quasi commosse di fronte a un simile spettacolo.

I ballerini mettono in scena una coreografia di gesti mancati, scoordinati, rappresentando precisamente la caoticità che contrassegna la nostra quotidianità imbarazzante e che proprio per questo commuove, emoziona, perché non c’è niente di più bello di questa amalgama confusa di azioni, desideri, parole che è la vita.

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