Diabolik – Il manifesto pop di Mario Bava

Antonio Lamorte

Febbraio 24, 2021

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Il cinecomic è il genere che, forse più di ogni altro, negli ultimi anni ha canonizzato l’interesse del pubblico. Pensiamo alla Marvel, e al suo mastodontico progetto decennale, che ha conquistato le vette del box office mondiale. Oppure si pensi a Joker (2019), che oltre all’ottimo incasso può vantare anche una serie infinita di premi, a cominciare dal Leone d’Oro. Ma quando si parla di cinecomic, ci si riferisce non solo al cinema supereroistico. E qui entrano in ballo anche autori di un certo spessore; solamente per citarne alcuni, David Cronenberg, Abdellatif Kechiche e Bong Joon-ho. Tutti maestri amati e ammirati che hanno prodotto, con le loro sapienti mani, dei film tratti da fumetti. Eppure, nonostante l’esplosione degli ultimi anni, non tutti sanno che il cinecomic ha origini molto lontane. E tra i capisaldi del genere ce n’è uno che è orgogliosamente made in Italy: Diabolik diretto da Mario Bava.

Il contesto storico in cui nasce Diabolik

Siamo nel 1968. Un anno importantissimo praticamente su ogni fronte. Nella produzione cinematografica italiana erano in atto grandi cambiamenti. Avevamo cominciato, negli anni precedenti, a lasciarci alle spalle il glorioso bianco e nero del neorealismo, ed eravamo alla ricerca di una nuova identità che potesse definirci come industria artistica. E quindi ecco che il cinema di genere cominciò ad essere predominante. In particolare, nei primi anni 60, cominciarono a circolare registi che in futuro faranno la fortuna di questo tipo di cinema, come Lucio Fulci, Antonio Margheriti e, ovviamente, Mario Bava.

Il regista Mario Bava

Tra i mille generi che contaminavano le nostre produzioni, c’era anche il cinecomic. Diabolik non è però il primo cinecomic italiano. Già a metà degli anni ’60, infatti, nacque un vero e proprio filone che generò diversi film, il più interessante dei quali è probabilmente Kriminal di Umberto Lenzi. Ma arriviamo al film di Mario Bava. Da cosa nasce questo film? Ovviamente prende come base il celebre fumetto omonimo ideato dalle sorelle Giussani nel 1962. Ma non solo. In quegli anni stava spopolando nelle sale il franchise di James Bond, il quale conteneva in sé elementi molto fumettistici; si pensi ad esempio alle vetture piene di gadget, ai villain macchiettistici, e quella spruzzata di fantascienza così gustosamente naïf. Tutto questo è presente in Diabolik, anche se a quanto pare più per volere della produzione che del regista.

Infatti il tono scanzonato e divertito del film si allontana molto dai primi albi del fumetto, dove in più punti si rasentava addirittura il macabro. Ma tutto questo di cui abbiamo discusso finora non è che la superficie, analizzata solamente per fornire un contesto. Infatti la vera anima dell’opera di Bava si nasconde nella vibrante messa in scena e nell’etica artistica della pop art.

Il colore, gli ambienti e la pop art

È proprio la pop art la dominatrice incontrastata degli anni ’60. E tra queste mille coniugazioni di questo importante movimento artistico, troviamo appunto il fumetto. Per essere precisi, il fumetto esiste già da molto tempo (Superman risale al 1938), ma è negli anni ’60 che questo mezzo trova una dimensione artistica precisa ed esplode nella sua estensione pop.

Ma ritorniamo a Mario Bava. Lui, che ha quasi sempre alzato la proverbiale asticella in ogni genere da lui toccato, non poteva ignorare questi stravolgimenti artistici. Ecco perché nel suo Diabolik succede qualcosa di epocale. Nel film il glaciale bianco e nero del fumetto viene sostituito da colori accesi; si trovano tinte fortissime in contrasto tra di loro, nella più totale abnegazione di una qualsiasi forma di realismo. La percezione dello spettatore è in un primo momento straniante, confusa da quei pattern visivi che raramente si sono visti in un film. Ma in seguito, quasi subito in realtà, ecco che in un modo quasi spontaneo e inconsapevole non possiamo fare altro che accettare le regole del gioco.

Eva Kant, interpretata da Marisa Mell

Proseguendo con la visione, abbiamo l’impressione di assistere a delle vere e proprie serigrafie in movimento. È come se un Andy Warhol più allucinato del solito fosse riuscito ad animare l’installazione dedicata a Marilyn Monroe. E a definire questi colori sono i personaggi e i loro vestiti, ma anche e soprattutto gli ambienti. Come il rifugio di Diabolik ed Eva, a metà tra la caverna di Batman e un museo di optical art; o anche gli interni del locale del villain Valmont, che potremmo definire (erroneamente) come ispirati al Korova Milk Bar di Arancia meccanica, se non fosse che Diabolik uscì nelle sale ben tre anni prima del capolavoro di Kubrick.

Diabolik come manifesto delle pulsioni dell’epoca

Ma l’anarchia visiva dell’opera non è fine a se stessa. È sintomo di un qualcosa situato più in profondità. Se analizziamo il plot del film in sé, non c’è poi molto da dire; l’intera narrazione è un susseguirsi di avvenimenti sopra le righe, col nostro (anti)eroe che fugge dalle grinfie della polizia. Ma siamo sicuri che sia tutto qui?

In una delle scene più famose del film, Diabolik ed Eva stanno consumando un rapporto sotto un’infinita pila di banconote, appena rubate. L’aria che si respira, oltre alla carica erotica dell’atto in sé, è un mix tra psichedelica tranquillità e morbosa ossessione. Quest’atmosfera è praticamente presente in ogni singolo momento del film. Il crimine è inteso quindi come puro piacere fisico, quasi irrazionale, in contrasto con la meticolosa preparazione dei colpi.

Diabolik
Diabolik (John Philip Law) ed Eva (Marisa Mell) in una delle scene più famose del film

Ma non è solo il sesso a rappresentare un filo conduttore. È infatti presente una gran quantità di violenza grafica. Una violenza che potremmo definire addirittura arrabbiata. La morte ha un suo peso specifico. E il tutto è ovviamente condito da quell’asfissiante morbosità di cui si parlava poc’anzi.

Ma perché si è deciso di evidenziare questi elementi? La risposta è semplice. Siamo nel ‘68. Il sesso viene finalmente slegato dalla sfera della procreazione e viene in qualche modo “istituzionalizzato” come atto di piacere. E, sempre in questi anni, assistiamo allo sdoganamento della violenza, grazie anche al cinema. Per quanto riguarda la narrazione, dal ritmo feroce e quasi estenuante, potremmo dire che è in relazione con la frenesia di quegli anni. Anni in cui un cambiamento, anche in Italia, sembrava possibile, e che invece confluirono in un decennio, gli anni ‘70, parecchio difficili per il nostro paese.

L’uscita in sala e la rivalutazione

Il film non ebbe un grande successo all’epoca della sua uscita. Tanto che il sequel annunciato da Dino De Laurentiis venne cancellato. La critica lo accolse abbastanza freddamente, anche se in Francia, paese che lo cop-rodusse, divenne presto un cult.

Le sorelle Giussani non furono molto entusiaste dell’opera e lo stesso Mario Bava fu insoddisfatto del risultato. La sua intenzione originaria era quella di girare un film ancora più violento e morboso, per avvicinarsi ancor di più sia allo spirito del fumetto sia alle sue precedenti opere. Ma così non è stato per volere della produzione, impaurita dal rischio di una censura troppo severa.

Diabolik
Una foto promozionale con John Philip Law (Diabolik) e Marisa Mell (Eva Kant)

E così Mario Bava tornò al suo genere di riferimento, l’horror, rinnegando, con la più totale inconsapevolezza, un film che avrebbe segnato un genere. E ci sono numerosi registi a testimoniare ciò. Guillermo del Toro ha inserito Diabolik nella classifica dei suoi cinecomic preferiti. Tim Burton ha invece affermato di averlo preso più volte come modello nella creazione dei suoi film. E anche Edgar Wright si è espresso a riguardo, definendolo molto importante per lui nel processo realizzativo del suo Scott Pilgrim vs. the World (2010).

Diabolik di Mario Bava è un’opera estrema nel suo essere così anarchica, intelligente nel saper fondere le ossessioni dell’epoca in un contesto così assurdo, e gustosamente post-moderno, in un tempo in cui quella modernità che andava a rielaborare doveva ancora giungere.

Leggi anche: Mario Bava – La maschera del demonio e l’horror gotico

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