TUC: Giants being lonely – The Glory of Love

Roberto Valente

Ottobre 4, 2021

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Opera prima di Grear Patterson, classe 1988, Giants being lonely è un film del 2019 in concorso quest’anno nella sezione lungometraggi del Torino Underground Cinefest. La giovane età del regista è certamente sorprendente data l’elevata caratura tecnica che il film propone, caratteristica questa che fa pensare di trovarsi davanti all’opera di un cineasta già esperto e a suo agio con la macchina da presa.

Adam, uno dei giovani protagonisti, nonché figlio del coach

Basato su un gioco di ruoli, il film affonda il suo contesto narrativo nel cuore della cultura americana simboleggiata in questo caso dal baseball. I Giants sono i giocatori della squadra del paese, ossia degli adolescenti che stanno scoprendo, o hanno già conosciuto troppo presto, il peso di stare al mondo. Il tema della solitudine, assieme ad altri che presto saranno approfonditi, giocano un ruolo chiave nell’impatto volutamente emotivo che il film vuole generare.

L’ambientazione della vicenda è vaga, o meglio, non è importante. Parliamo di quell’America lontana dai riflettori e rimasta quasi indifferente al passare degli anni, che ha conosciuto diverse generazioni di uomini i quali hanno dovuto confrontarsi con i loro padri, e soprattutto a una precisa eredità culturale. In Giants being lonely non abbiamo un vero e proprio protagonista, piuttosto un gruppo di possibili protagonisti mancati, che la macchina da presa segue in maniera ravvicinata nelle vicende quotidiane che ne segnano l’incomunicabilità col mondo. Due di loro, volutamente molto simili, sono il filo conduttore o il doppio che permette alla pellicola di proseguire il suo discorso.

Ciò che accomuna questi ragazzi è proprio il baseball, la squadra di cui tutti fanno parte, gestita da un coach figlio di una generazione che sbandiera i sacrifici fatti nella vita e la durezza del proprio carattere come unica possibilità di rapportarsi al mondo.

Tra i protagonisti c’è Adam, membro della squadra e figlio del coach. Adam è un ragazzo difficile, la cui vita è segnata dal tossico rapporto col padre e con una madre che sembra nello sguardo subire passivamente il clima teso all’interno della famiglia. Da contraltare a questa figura troviamo invece Bobby, leader e asso della squadra che come tanti si trascina alle spalle un particolare rapporto con un padre molto dolce, ma anche distrutto dall’alcol. D’altra parte le figure femminili facenti parte del film sembrano rappresentare l’unico vero possibile legame che i ragazzi possono trovare con la realtà.

Il coach a tavola con la sua famiglia.

Impegnati dalla squadra e da un coach martellante, dalla difficoltà di rapportarsi con l’universo femminile, dalle relative difficili situazioni in famiglia e in società, i protagonisti si muovono quasi in un’atmosfera sospesa e a volte onirica. Appaiono dispersi e isolati in una terra generosa, ma allo stesso tempo ostile con i propri figli. Proprio su questo punto il film comincia a presentare la sua forma essenziale, sciogliendo ogni possibile legame con il mondo e le modalità rappresentative del teen drama, ampliando i suoi orizzonti nel tentativo di raccontare non una generazione, bensì come ogni generazione si sia trovata dinnanzi alla storia. I giovani personaggi sembrano darsi forza a vicenda, tutti in qualche modo accomunati dalla sofferenza.

Il peso di stare al mondo viene avvertito da tutti quanti e il baseball non basta a distrarsi, può essere successo con i propri padri, ma non con loro.

Prima di un match il coach rivolge un discorso motivante alla squadra in cui intima ai suoi ragazzi di staccare metaforicamente a morsi la testa degli avversari. Poco più tardi, con un discorso a suo figlio in una delle rare situazioni di apertura, racconta come sia stato a sua volta cresciuto con l’attitudine alla durezza d’animo e tutti quei valori che la generazione ancora precedente alla sua propagandava. Sacrificio, rispetto, e tante altre belle parole che poi riconducono allo stesso vicolo cieco, ossia quello dell’incomunicabilità, della soppressione di ogni emotività.

Solo sua moglie sembra essere cosciente di ciò. Proprio la donna che crea un legame affettivo con uno dei giovani protagonisti (non a caso Bobby, quasi identico a suo figlio, ma che nella vita riesce a reagire con prontezza alle situazioni) e che proprio a lui confessa di essere stata innamorata di suo marito. Non ora però, adesso il suo sguardo fissa il vuoto e suo figlio, nel quale percepisce la sofferenza data dalla gabbia emotiva che suo padre gli ha costruito su misura.

In Giants being lonely un ruolo chiave è giocato  senza dubbio dal baseball, metafora che, come in The great Lebowski, racchiude nella sua pratica il tratto preponderante di una cultura.

Se il coach ha annegato la sua insoddisfazione emotiva in quello che è uno degli sport nazionali per antonomasia, ecco allora che suo figlio, o meglio tutti i figli rappresentanti in società della nuova generazione, non riescono a fare lo stesso. I giovani protagonisti reclamano comunicazione, affettività, complicità. Di questo urlo sordo contro il mondo non rimane che la consapevolezza di sentirsi soli.

Come affermato dallo stesso regista, nel film confluiscono diverse influenze provenienti dal cinema di Terrence Malick, del quale viene ripresa la natura intima ed emotivamente vicina ai personaggi della regia. Altra importante influenza è Gus Van Sant che si rivede nel rapporto esplorativo della condizione di scontro tra le giovani vite degli adolescenti statunitensi e il mondo che li circonda.

Ciò che salta all’occhio è una particolare capacità in Giants being lonely di essere allo stesso tempo vicino e distaccato rispetto ai protagonisti e alle situazioni che ne connotano l’esistenza. Il distacco sta precisamente nel riuscire a non prendere posizioni. L’impersonalità della macchina da presa risulta preponderante e nessuna azione viene giudicata o interpretata in maniera profonda. Il risultato è un’impersonalità della macchina da presa che decide cosa e chi mostrare.

Molto interessante è il gioco di doppi che il regista crea tra la figura di Adam e quella di Bobby. Passivo alla vita ed emotivamente instabile il primo, e problematico ma allo stesso tempo quasi più maturo, il secondo. Egli è costretto a prendersi cura di un padre il cui rapporto è suggellato da una grande dolcezza, ma caratterizzato dall’assenza di quest’ultimo. Bobby alla fine riuscirà a trovare un senso di comunione col mondo nella figura, prima di Mrs S, ossia la madre di Adam, e poi di Caroline, la ragazza di cui Adam è innamorato. Quest’ultimo invece dopo l’ennesimo scontro con suo padre e l’ennesimo non scontro con sua madre andrà in contro a un finale lapidario, ma quasi avvertito e sancito dal suo sguardo totalmente disilluso.

giants being lonely

Bobby (a sinistra) e Adam in un’emblematica scena del film

E dunque i Giants being lonely. Sono soli contro un mondo che cerca, attraverso dei retaggi ormai inautentici, di inchiodarli a un sistema di valori e paradigmi comportamentali che non vogliono più accettare.

Anche il coach è un Giants e ha perso, con la sua giovinezza, anche la capacità di prendersi cura delle altre sensibilità; da sua moglie a suo figlio. Reso duro dal mondo attraverso gli insegnamenti di un padre insensibile. Ciò che viene fuori è una catena o un effetto domino che pone il film all’interno di una tradizione cara alla cultura artistica statunitense fin dalle origini della sua stessa letteratura più di centocinquant’anni fa: il rapporto con i propri padri.

Così questo squarcio di vita, o di non vita, americana si chiude sulle note della meravigliosa Coney Island baby di Lou Reed. Con la sua voce sporca e cupa Reed illumina, partendo dal singolo, le vite di tanti ragazzi, inneggiando e reclamando come i Giants un momento di sospensione dal dolore.

«When you’re all alone and lonely
in your midnight hour
And you find that your soul it’s been up for sale
And you begin to think ’bout
all the things that you’ve done
And begin to hate just ’bout everything
But remember the princess
who lived on the hill
Who loved you even though
she knew you was wrong
And right now she just might
come shining through
and the Glory of love
just might come through».

(Lou Reed, “Coney Island Baby“)

Leggi anche: The Fairest of the Season e Gli Amori Candidi di Gus Van Sant

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