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Les Triangles Amoureux – Jules et Jim e l’amour tragique di Truffaut

Attraversando la Nouvelle Vague, esplorando la Rive Gauche, indagando i controversi anni ’90, sarà spesso necessario addentrarsi nel tema dei triangoli amorosi passando da entrate laterali, non immediatamente visibili. Con Jules et Jim di Francois Truffaut, tale scenario non ha da porsi; probabilmente il triangolo amoroso per eccellenza, uno dei più belli della storia del cinema.

Catherine: «M’hai detto: ti amo.
Ti dissi: aspetta.
Stavo per dirti: eccomi.
Tu m’hai detto: vattene».

L’innesco di Jules et Jim

L’incipit, per quanto si tratti di uno dei film centrali della prima Nouvelle Vague, si srotola in modo lineare: siamo nei primi anni del ‘900, e due giovani, l’austriaco Jules (Oskar Werner) e il francese Jim (Henri Serre), stringono un solido rapporto d’amicizia, basato su stima, interessi reciproci e passione per arte e cultura.

jules et jim
Jules (Oskar Werner) e Jim (Henri Serre) in “Jules et Jim” (1962) di Truffaut

In modo altrettanto lineare conoscono Catherine (la meravigliosa Jeanne Moreau, che sta a Truffaut come Anna Karina sta a Godard), che dall’iniziale presentazione è già introdotta come creatura altra, incapace di calcare i sentieri terreni, perennemente fluttuante all’interno della sua bolla di angelica bellezza. I lineamenti classici, lo sguardo distante, ma al tempo stesso provocante riconducono la mente dei due amici a una statua ammirata su un’isola dell’adriatico poco tempo prima.

La loro danza a tre, seppur discreta e silenziosa («cela commençait comme un rêve»), ha inizio in quello stesso momento.

Catherine cattura gli occhi dello spettatore, muovendosi al fianco di Jules, ma rivolgendo lo sguardo a Jim, come una ballerina effettivamente indecisa su quale dei due cavalieri prendere per mano. Inafferrabile, incatturabile: una femme fatale che gioca con l’amore come fosse una bambola snodabile, smontandola e rimontandola come più la diverte.

L’ingenuo Jules è al contrario una figura pacata, affabile, buona; sopravvissuto a una guerra che lo vedeva avversario di Jim, e convinto del legame andato solidificandosi con Catherine, decide di sposarla e di metter su famiglia in Austria, lontano dalla Francia e dall’amico.
Ma gli ingranaggi del triangolo costruito da Truffaut continuano a girare, e Jim appare al cospetto del loro focolare poco tempo dopo.

Primo capitolo della rubrica dedicata ai triangoli amorosi nella storia del cinema francese: l'indimenticabile Jules et Jim di Truffaut
Catherine

Lo scenario al quale Jim viene introdotto è dei più freddi e deprimenti: gli sposi dormono in letti separati, e Catherine, come una farfalla rinchiusa in una bottiglia, ha perso gioia e vitalità. Jules, comprendendo la situazione e consapevole di esser da tempo uscito dalle grazie della donna, favorisce una frequentazione tra lei e l’amico, permettendo così a un’attrazione da sempre taciuta di germogliare.

Ancora una volta non è che un fuoco fatuo, e i tre s’incontreranno nuovamente in quella Parigi dove tutto ebbe inizio. Lì, Catherine, eternamente insoddisfatta e ormai conscia di quanto sia difficile e doloroso giocare con la realtà delle relazioni, prende il volo su un automobile, con Jim al suo fianco e Jules che guarda impotente.

Il quadro di Jules et Jim

Sebbene in minor misura rispetto al collega Godard, l’impatto visivo e formale del lavoro di Truffaut è caratterizzato dalla stessa voglia di abbandonare gli schemi del racconto classico. Ciò che lo rende unico, che lo differenzia dal resto del gruppo originario dei Cahiers du cinéma, è lo slancio spesso autobiografico ed estremamente sincero del filmato.

C’è di fatto un legame autentico tra Truffaut e i suoi personaggi, in Jules et Jim (seppur tratto da un romanzo di Roché) come nel ciclo di Antoine Doinel (senza timor di giudizio il vero alter ego del regista, impersonato da Jean-Pierre Léaud), che consegna verità e intensità alla narrazione.

La ricerca di un amore puro, libero, è uno dei temi centrali della sua produzione: una ricerca che inevitabilmente si scontra con quella che è la realtà dell’amore, che nel suo scontrarsi con l’astrattezza delle illusioni porta a una conseguente e inevitabile tragicità. Come dimostra non solo il finale di Jules et Jim, ma anche quello di un altro lavoro di Truffaut, che ha acquisito negli anni grande considerazione, La signora della porta accanto del 1981, nel quale il volto della femme fatale ha gli occhi della meravigliosa Fanny Ardant.

Rielaborare, sperimentare, osare. È un amore reinventato, quello di Jules et Jim, in perfetto accordo, ma anche in perfetto parallelo alla spinta al cambiamento della Nouvelle Vague degli anni ’60. L’elegante voice-over che introduce e spesso accompagna l’intera scena, una camera curiosa, spesso timida nel cogliere ogni più intimo sguardo lanciato dai tre protagonisti: tutti elementi d’innovazione nel cosa dire e nel come dirlo.

Catherine: «Non bisogna soffrire tutti e due insieme: quando smetterai tu, comincerò io».

La chiave di Jules et Jim

Al di là di ogni analisi e ogni disamina, spesso basta una singola scena a emblematizzare lo scenario artistico che avvolge l’autore e l’opera in questione. La sequenza nella quale Catherine canta Le tourbillon de la vie davanti a Jules e Jim, coccolata dalla camera di Truffaut, è espressione di quell’impossibilità di stabilirsi, di scendere dalla giostra, di amare per più di un istante; di fuggire da quel vortice costellato di sguardi, ognuno di loro prezioso nella sua fugacità.

Leggi anche: Les triangles amoureux nella storia del cinema francese

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