Martin Eden – L’artista alienato nell’industria culturale

Francesco Saturno

Novembre 13, 2021

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«Passato, presente e futuro si fondevano mentre lui fluttuava attraverso quel mondo vasto e caldo, attraverso grandi avventure e gesta nobili compiute per lei, sì, proprio per lei e per conquistarla, abbracciandola e portandola con sé in volo attraverso l’empireo regno della sua mente».

(Jack London, Martin Eden)

Martin Eden (2019) è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Jack London. Lì, come qui, si racconta la storia di un giovane uomo che crede solo nel proprio essere un individuo in conflitto con una società falsa e ingrata. Martin è un uomo tra gli uomini, qualcuno che spera di salvarsi grazie all’amore e alla cultura.

Se finirà per naufragare nelle proprie idealizzazioni (la donna che ama, la scrittura, il mondo culturale, la realtà stessa), questo sarà dovuto in massima parte alla difficoltà di andare oltre il proprio stesso Io, ormai afflitto da un mal de vivre che si sorregge su una spietata disillusione, quella data dalla consapevolezza di essere in un mondo che per lui sembra insolvibile.

Il Martin Eden di Jack London, e quello riproposto dal Pietro Marcello, è in fondo questo e anche altro: certamente è condivisibile che rappresenta un dramma esistenziale costruito sul bisogno di conoscenza del protagonista, ma è anche una storia patentemente anti-borghese che celebra «la colossale mediocrità senza amore della borghesia», come scrisse Jack London.

Martin Eden interpretato da Luca Marinelli

La trasposizione, per come è stata pensata da Pietro Marcello, crea un film intervallato da immagini e ricostruzioni di un secolo, il Novecento, attraversato in piena libertà espressiva. Non è difficile ricevere, data la sua struttura, l’impressione che la pellicola non ci stia raccontando soltanto di un uomo e delle sue sofferenze, dei suoi drammi e della sua crescita, ma lo stesso Zeitgeist, lo “spirito di un secolo”, e tutto ciò che in esso vi è contenuto. La sua angoscia di riscatto e le sue nevrosi, la lotta di classe e i suoi paradossi (si pensi a quelle masse di operai che lottavano per la loro emancipazione e che poi si trovavano costretti a passare semplicemente da un padrone all’altro), il miraggio della competizione e dell’ambizione personale, la cultura come strumento di emancipazione e il gap tra la conoscenza di certe dinamiche e la loro applicazione ne sono forti indicatori.

Pietro Marcello sposta la vicenda narrata da Jack London dalla San Francisco degli anni ’10 alla Napoli di un tempo sostanzialmente indefinito, veicolata attraverso impressioni da fine Ottocento e da campagne che hanno il gusto e lo stile dei dipinti di Renoir, da lotte operaie di inizio Novecento, echi della seconda guerra mondiale, e infine da televisori a colori e automobili.

La libertà che il regista si prende sul tempo, che è così un’assenza cronologica piuttosto che un punto di aggancio narrativo, è il tentativo di rappresentare insieme, mescolandole, praticamente tutte le epoche del Novecento italiano, con il fine de-strutturante di costruire una dimensione atemporale.

È come se Marcello ci stesse raccontando la storia sempre uguale del nostro paese, caratterizzato dagli stessi comportamenti e dagli stessi risvolti, allora come oggi. In fondo, il tentativo di questo film è quello di operare un vertiginoso ri-annodamento di quell’eredità socioculturale che ha portato alle derive dell’attuale capitalismo.

Per andare un po’ sulla trama, la storia è questa: Martin, per puro caso, salva la vita al giovane Arturo Orsini che, colto in una colluttazione al porto, stava per morire; Arturo, per ringraziarlo, lo invita a casa sua e gli presenta i genitori. È lì che Martin farà un incontro che si rivelerà decisivo per la sua vita: conoscerà difatti la sorella di Arturo, Elena, la quale farà emergere in lui un forte sentimento amoroso. La inizierà dunque a frequentare, a seguire, ne apprezzerà le qualità personali e le competenze culturali (fino al punto di arrivare a dire di voler diventare istruito come lei) e tra i due inizierà una storia.

In qualche modo, però, un rapporto d’amore e un’istruzione culturale sembrano entrambe condizioni molto difficili da raggiungere per lui: la prima per la differenza di ceto sociale fra i due (Martin è uno spiantato marinaio che non si fa troppe domande sul suo essere schiavo fino a quando, istruendosi, non inizierà a essere un intellettuale ribelle; Elena è invece una facoltosa donna di società, immersa nello spirito borghese – fatto anche di apparenza e pudore – che la contraddistingue).

La seconda a causa delle sue scarse possibilità economiche. Il ragazzo, però, non si scoraggerà e farà di tutto (perfino entrare in conflitto con quel padre che vorrebbe relegarlo al ruolo di manovale) per raggiungere la cultura e l’istruzione. E, successivamente – con l’aiuto di un amico mentore –, inizierà anche a scrivere poesie e racconti. Svilupperà un pensiero sociopolitico che si muoverà tra gli insegnamenti di Karl Marx e Herbert Spencer, tra un socialismo critico e un individualismo anarchico, nella condizione di “artista alienato nell’industria culturale” che era tanto cara allo stesso Jack London.

martin eden
Martin ed Elena

Martin cresce in questo film attraverso un progressivo sapere culturale e filosofico, ma resta praticamente immobilizzato: quando ormai diventa uno scrittore noto, infatti, vuole disperatamente fare qualcosa per cambiare quel mondo malato che lo circonda, ma si sente gradualmente sempre più lontano da sé stesso e dalla propria illusione d’amore.

Il film tocca allora la storia di un giovane che, innamoratosi di una donna di famiglia benpensante, si fa da lei educare alla lettura, allo studio, alla scrittura e alla poesia; è la storia di un ragazzo che da autodidatta (come era stato lo stesso Jack London) si trasforma in un intellettuale impegnato a opporsi – senza nessuna reale dottrina politica alle spalle – alle mille difficoltà e falsità che abitano la società che vive. Se il successo alla fine lo raggiunge, il “mendace” riconoscimento di chi prima lo disprezzava lo farà impazzire di rabbia.

Martin Eden: «Il quadro è bello, ma da lontano… da vicino si vedono solo le macchie».

Lo sussurra Martin mentre, entrando a casa dell’amata Elena Orsini, scopre l’Arte che lì vi regna. È questa, in fondo, una frase simbolo di ciò che vive nella sua esperienza il giovane: un avvicinamento, dettato da curiosità, che produrrà alla fine un’amara e progressiva disillusione.

In un piuttosto abile intreccio tra letteratura e cinema, tra storia ed eterno presente dei dilemmi propri all’esistenza umana, in un dialogo serrato e conflittuale tra soggetto e mondo, tra desideri personali e istanze collettive il regista Pietro Marcello, in questo film, che probabilmente proprio perfetto non è, conferma però la bellezza di un modo di fare cinema che insegue e cerca il livello della realtà in quanto tale e che conserva anche una vocazione lirica.

C’è difatti una fertile comunicazione, nel film, tra certe retoriche di matrice hollywoodiana (si pensi al primo bacio tra Martin e Elena che viene sottolineato da una colonna sonora) e il cinema moderno degli anni Sessanta (con soluzioni formali e narrative che ricordano François Truffaut – per i temi esistenziali – e Jean-Luc Godard – per i temi sociali).

Anche grazie alla bravura di Luca Marinelli, Martin Eden sembra incatenato in quel contraddittorio ruolo di intellettuale che è nel sistema, ma che cerca costantemente di combatterlo per abbatterne le gerarchie sociali.

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Martin mentre recita una sua poesia durante un evento mondano

Si capisce così che Martin Eden deve trovare il suo sbocco, la sua via d’uscita. Alle volte vediamo il mondo attraverso i suoi occhi, altre volte ci sono degli stacchi cinematografici che rappresentano paesaggi in lontananza, navi che affondano o bambini che danzano nelle strade di una Napoli immersa in un non-tempo. Sono in fondo gli stessi pensieri di Martin, le sue ambizioni o il suo stesso mondo, che fanno da contrappunto a un avvicinamento alla cultura borghese che, quanto più viene da lui conosciuta, tanto più lo disgusterà.

Con le difficoltà proprie al condividere la propria solitudine con qualcuno, Martin Eden incarna un personaggio che è insieme figlio di un’epoca ed eterno. La sua giovanile intuizione intellettuale, la sua spinta artistica, la sua inquietudine sentimentale e relazionale, la sua sofferenza metafisica e il suo impegno sociopolitico rappresentano l’afflato esistenziale di un’anima che non si accontenta di lasciare il mondo così come l’ha trovato. E i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue paure, così come le sue lotte, fanno da contrappeso a una rabbia che lo accompagnerà probabilmente per sempre.

Martin Eden: «Il mondo è dunque più forte di me: al suo potere non ho altro da opporre che me stesso, il che d’altra parte non è poco; finché, infatti, non mi lascio sopraffare sarò anch’io una potenza, e la mia potenza è temibile finché avrò il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo. Perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà».

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