Nuovi Sguardi: Intervista a Pietro Graffeo, regista de Il Bacio

Guglielmo Brancato

Novembre 13, 2021

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Suolo Italiano: Pietro Graffeo, regista de Il Bacio, si racconta ad ArteSettima.

Pietro Graffeo è un regista palermitano classe ’97. Si è diplomato presso l’Accademia di belle Arti di Palermo. Ha diretto un lungometraggio, Il Bacio, scritto a quattro mani con Noemi Cucinella, e un cortometraggio, Eva, scritto invece con Gabriella Titone. Il suo primo film ha messo in luce una incondizionata voglia di comunicare l’eroticità dell’amore in relazione con lo scorrere del tempo.

Il giorno 17 Novembre sarà presentato, per la prima volta pubblicamente, al Rouge et Noir di Palermo, e ArteSettima desidera farsi raccontare da vicino alcuni dettagli di quest’esordio.

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Pietro, perché hai voluto cimentarti nel cinema? Specialmente, perché così presto?

Pietro Graffeo

Il cinema ha sempre fatto parte di me, nonostante sia stato sullo “sfondo” sino ai miei anni liceali. Tra i primi film visti in sala ci furono Spider-Man di Sam Raimi oppure Dinosauri della Walt Disney. Ero già a contatto con questo mondo ancor prima di saper parlare e scrivere.

Sin dai miei primi anni scrivevo piccoli racconti e ho sentito sempre parte di me quell’aspirazione a creare e vivere creando. Il cinema è però arrivato “consapevolmente” dopo tanti anni passati a leggere fumetti su fumetti, altra forma d’arte che narra per immagini. È stato però non troppi anni fa che mi son detto: “voglio fare questo nella vita, voglio fare cinema”, ed è stato proprio con la visione di Mulholland Drive di Lynch e, poco tempo dopo, anche con quella di film come Antichrist, In the Mood for Love o The Neon Demon.

Dopo la maturità liceale ero semplicemente in crisi: avevo persino provato i test di ingresso delle facoltà di Lettere Moderne e Giurisprudenza, oltre a quello dell’Accademia. Probabilmente, guardandomi indietro penso di avere spesso avvertito la pressione di volere creare e di capire come voler impiegare il mio tempo.

Per dirvi, tra il 2013 e il 2015 scrissi un libro di fantascienza con amici mai pubblicato e tra il 2016 e il 2017 una lunga lista di soggetti e sceneggiature per fumetti. Il “voler fare cinema” è giunto anche perché allora volevo dare un ulteriore peso alla mia presenza nell’Accademia di Belle Arti.

Del cinema ho sempre adorato l’immaginario e l’empatia che mi permettevano di instaurare con tipi diversissimi di personaggi. Da Spider-Man a La guerra dei mondi di Spielberg (che, per un bambino di appena otto anni, potrete ben immaginare come abbia fatto capire che tipo di emozioni potenti potesse regalare quest’arte), arrivando a Jurassic Park, Alien e Blade Runner, mi immergevo pienamente in ognuno di questi mondi. Sicuramente mi ha molto segnato la saga dei Marvel Studios, che ho seguito fin dagli inizi e che già approfondivo tramite recensioni, interviste, commenti sui forum.

Da lì, il passo è stato breve per documentarmi anche sui registi, attori, sceneggiatori, produttori che c’erano dietro, avvicinandomi quindi più consapevolmente alla filmografia di Nolan (quanto mi colpì Interstellar al cinema!), Tarantino, Chazelle, Iñárritu (fiero di aver visto The Revenant in sala) e altri blasonati. Un’altra tappa importante fu alle medie grazie al mio professore Franco Marineo (che poi mi insegnò anche Storia del Cinema in Accademia), che ci fece vedere Philadelphia e Schindler’s List.

Come già detto, il cinema c’è sempre stato nella mia vita. 

Federica Gurrieri, la protagonista, vive il suo Eden

Cosa ti ha spinto a scrivere Il Bacio?

Pietro Graffeo

Spesso si parlava con amici e conoscenti dei nostri “idoli” artistici. Li idealizzavamo – a volte penso che continuiamo a farlo ancora adesso –, finché un giorno non mi ha stancato questa barriera tra “noi” e “loro”. Mi innamoravo di certi film, ma non volevo fermarmi a parlarne, pensavo semmai: “questo voglio farlo anche io!”. Provenivo quindi da molti discorsi sognatori, ma dove difficilmente si giungeva alla concretezza. Una delle prime sfide per me, a livello soprattutto personale, era quindi dare il massimo per finire questo progetto. Era quello l’obiettivo principale durante la produzione, prima ancora di pensare a ipotetici festival e distribuzioni.

Avevo voglia di fare un film, ma sapevo di non disporre di molti soldi. Lì per lì non mi interessava neanche cercare produttori o finanziatori privati proprio perché era prima di tutto una questione personale: volevo veramente farlo? Ne ero in grado? E non volevo neanche rischiare di perdere l’entusiasmo aspettando mesi e mesi prima di avviare concretamente il progetto. Detto ciò, in base ai nostri limiti, fin dagli inizi mi sono prefigurato un film concentrato su due amanti e sul loro rapporto.

In un secondo momento, ho capito il tema imbattendomi ne Il bacio di Edvard Munch (il titolo del film è un omaggio a quest’opera pittorica) e infine è arrivato l’aspetto surreale, etereo, decidendo pure di ambientarlo tutto in una casa e infine in una stanza per trasmettere meglio il tema del film (e perché, certo, era tutto più facilmente controllabile in fase realizzativa). La rottura del cosiddetto, e spesso menzionato, “primo amore” è anche tra i motivi principali. Covavo ancora dentro di me pensieri che desideravo sfogare, riflessioni che volevo esorcizzare.

Federico Μosca, il protagonista, vive la fase “rossa” dell’amore

Come è nato il progetto in termini produttivi? Come hai fatto a mettere insieme una troupe e a girare un film senza budget?

Pietro Graffeo

Il progetto è nato nella maniera più semplice e pura possibile. Mi sono rivolto ad amici e colleghi che poi, a catena, mi hanno presentato loro amici e colleghi per allargare la troupe e ricoprire così i vari ruoli necessari (o almeno strettamente necessari). D’altronde la pre-produzione partì quando avevo poco più di diciannove anni e quasi tutti stavamo ancora studiando, quindi non c’era ancora l’urgenza dei soldi quanto piuttosto quella spontanea emozione data dal coinvolgimento in un progetto che suonava come una “novità”, e anche come una scommessa.

Ricordo ancora la prima riunione del progetto per presentarne la sceneggiatura. Fu il 4 ottobre 2017 e, assieme a Noemi Cucinella e Stefano Scaglione, presentai il film a Federico Mosca e Alessandro Sanfilippo, facendoli accomodare già con una copia della sceneggiatura sotto ai loro occhi. Per quella riunione preparai il discorso da fare loro e, in attesa dell’ora stabilita, persino lo “ripassavo” dinanzi allo specchio, sperando con tutto me stesso che accettassero di farne parte.

Anche se non mi diedero subito risposta affermativa, ricordo ancora l’emozione di quel giorno. Alessandro mi fece bellissimi complimenti e, a riunione conclusa, mi ripetevo: “okay, adesso non posso proprio permettermi di morire”. Era una sensazione nuova. Credo sia qualcosa di simile allo scoprire, tangibilmente, un motivo per cui vivere.

Per il budget, fortunatamente vinsi una borsa di studio in quel periodo. Oltre ciò, molte persone all’interno della troupe hanno deciso di contribuire alle spese, anche persone che poi lasciarono il progetto (penso ad esempio agli amici di tutta una vita, Filippo La Barbera e Riccardo Fici). Comunque, essendo un progetto così indipendente, non volevo pesasse eccessivamente sulla troupe, quindi ricordo che fu deciso quasi subito che i giorni di riprese non sarebbero stati continuativi.

Alla fine la troupe effettiva è composta da un numero esiguo di persone, circa quindici, e ancor meno erano quelle presenti con costanza sul set. Un numero forse assurdo, forse naïf, ma dà modo di riflettere sul fatto che un cinema magari “povero”, ma indipendente, libero, può esistere. E può persino piacere e vincere, come dimostrato a La Spezia o altri festival.  

Come si relaziona la scenografia con la narrazione?

Suolo Italiano: Pietro Graffeo, regista de "Il Bacio", si racconta ad ArteSettima in un'intervista che ripercorre la realizzazione del film.
Il personaggio inizia a vivere il senso del dolore

Pietro Graffeo

La vera magia che ha compiuto il reparto scenografia, secondo me, è stata quella di nascondere il set reale in cui abbiamo girato e dare davvero – nella sua apparente assenza – l’idea di un ambiente onirico, surreale, a volte quotidiano e a volte estraneo. Senza tempo. Fu già una delle primissime idee, quando ancora la sceneggiatura era in corso d’opera, che la scenografia dovesse mutare a seconda del sentimento che provavano tra di loro i due amanti in un dato momento. Nel corso della pre-produzione è cambiato il “come” dovesse cambiare.

L’idea che vedete nel film è quella di rendere appunto la “stanza” di Lui e Lei come un non-luogo, non connotato temporalmente, che giocasse con le luci e i colori in modo espressionista. In tal senso, sicuramente film come Love di Gaspar Noè oppure il già menzionato The Neon Demon mi hanno molto ispirato nel giocare con l’estetica delle varie immagini.

Ci tengo comunque a ringraziare questo reparto, in particolare Chiara Cumignano e Giulia Pagano (che pure hanno curato le scenografie del cortometraggio Eva), perché sono state da subito precise e concrete, aiutandomi a essere pure io stesso molto più pragmatico. Durante le riunioni di pro-produzione erano sempre presenti, puntuali, propositive. Ho apprezzato tanto questo modo di fare, mi faceva sentire quanto le cose si facessero sul serio. Notavo una risposta chiara ai miei stimoli.

Backstage de “Il Bacio” – Pietro Graffeo e Giuseppe Nasca sul set mentre concordano la prossima inquadratura

Cosa significa per te esprimere un punto di vista netto e chiaro in un film? È essenziale?

Pietro Graffeo

Almeno in questo periodo della mia vita, almeno per come io avverto questo periodo storico, sì, è importante essere chiari in ciò che si dice ed evitare possibili fraintendimenti.

Non si intende l’essere limpidi e cristallini tanto da sfiorare il didascalico. È un discorso più stratificato. Innanzitutto, bisogna essere chiari con sé stessi: chiedersi sempre “perché?” ogni volta che scriviamo una scena, un’inquadratura, una singola azione. 

Perché accade? Se togliessi questo momento, il film funzionerebbe comunque? Perché il personaggio adesso si comporta in questo modo?  

È qualcosa che, lo confesso, in realtà penso di avere realmente appreso soltanto negli ultimi mesi. Riguardo la messa in scena dei film, questo non significa che non ci possano essere tratti più ermetici: nei progetti che sto scrivendo attualmente mi prendo sempre delle parentesi grottesche, surreali od oniriche, mi divertono tanto e sento rendano meno statico e prevedibile il tutto.

In breve, mi immagino figurativamente un albero: mi importa che il tronco sia chiaro, solido. I rami, i vari sotto-temi, dipenderà poi dal pubblico coglierli. Il pubblico è sempre variegatissimo e bisogna accettare che arriveranno sempre interpretazioni che non ti aspetti, perché ogni persona leggerà ciò che fai in base al proprio vissuto.

Infine, ritengo che l’arte tutta debba comunque tendere al mistero. Accettarlo. Un po’ come viene detto in A Serious Man dei Coen: «accetta il mistero».

I due amanti si scambiano il primo bacio

Com’è stato dirigere un gruppo di ragazzi alle prime armi, senza avere ancora maturato abbastanza esperienza?

Pietro Graffeo

È stato prima di tutto terapeutico parlare, di colpo, con così tante persone tutt’assieme, tutte diverse tra loro e che fino al giorno prima non conoscevi minimamente.

Comunque, il corso di Audio/Video e Multimedia che ho seguito in Accademia non è appunto un corso specifico di cinema, bensì si occupa genericamente di videomaking, di conseguenza non mi ha insegnato come dialogare con un attore o con i diversi reparti che compongono una troupe. È stato tutto molto improvvisato, ma anche stimolante. In tal senso, anche gli stessi attori protagonisti, Federica Gurrieri e Federico Mosca, mi hanno molto aiutato. 

Da solo ho anche imparato una lezione: tutte quelle persone non sono numeri. Quando ti ritrovi alla guida di un progetto e sei accerchiato da tante persone, purtroppo è facile perdere la bussola e con essa il rispetto. Anzi, per me tra le cose più importanti c’è sempre mantenere una buona atmosfera sui set che dirigo. D’altronde, a scuola mi hanno insegnato che è un regista a dettare l’atmosfera su un set.

Truffaut, in Effetto notte, definisce il regista in modo semplice, ma anche illuminante: «è uno a cui vengono fatte in continuazione domande. Domande su qualsiasi cosa. A volte lui sa la risposta, a volte no». Anche questa citazione mi ha “aiutato”. Probabilmente, avessi visto prima questo film, ai tempi della produzione de Il Bacio, avrebbe contribuito a farmi sentire più sereno se qualche volta non avevo subito la risposta pronta.

Infine, ho anche accettato che un regista non debba necessariamente essere un tuttologo. È giusto fare un passo indietro quando ad esempio si tratta di make-up o fotografia, se non si hanno tutte le conoscenze adatte. Quelle persone sono lì per un motivo e bisogna fidarsi di loro. In tal senso, si è ad esempio instaurata subito una forte fiducia e sinergia con Giuseppe Nasca, sia per quanto concerne la fotografia sia per quanto riguarda il sound design.

Penso pure a Stefano e a quanto si sia divertito sperimentando con la color del film. Per un certo periodo ero ospite fisso a casa sua, ci si vedeva almeno quelle due o tre volte alla settimana per montare. Siamo tutti cresciuti molto nell’arco di due anni, personalmente e professionalmente. Gran parte della troupe, ad esempio, credo abbia mutato, ampliato, i propri gusti, realizzando un film che sicuramente non è propriamente canonico.

Suolo Italiano: Pietro Graffeo, regista de "Il Bacio", si racconta ad ArteSettima in un'intervista che ripercorre la realizzazione del film.
La forma del bacio è ormai mutata, adesso è sofferta e tormentata

Perché hai deciso di raccontare tutto questo con un lungometraggio, e non con un corto?

Pietro Graffeo

Come già detto, desideravo mettermi alla prova e capire se realmente potessi fare cinema e volessi farlo per gli anni a venire, quindi ho scelto di fare ciò che lì per lì ritenevo essere la cosa più complessa in relazione alle mie capacità e possibilità del momento: un lungometraggio. Lungo il 2017 avevo comunque già realizzato un paio di cortometraggi tra amici ed esami accademici, ma ero già alla ricerca di nuovi stimoli.

Non ho comunque abbandonato il cortometraggio, sia tramite Eva grazie alla scuola di cinema Piano Focale sia tramite altri corti che ho già scritto negli ultimi mesi. Produttivamente, è vero, non permettono chissà quali guadagni economici. Ma sono palestre, non solo di regia, ma anche di scrittura, per esempio permettono di non perdere il focus sul tema, di rimanere concentrati.

Un po’ mi dispiace ci sia questa rigida suddivisione ancora oggi. Ritengo non si debba giudicare un’opera dalla sua durata, sembra quasi un discorso sessuale, ma come dice spesso il compositore Alessandro, «la bellezza è un attimo». Provocatoriamente, mi verrebbe quasi da dire che bisogna parlare di film e basta, né di lunghi né di corti. Nella letteratura c’è il distinguo, anche proprio a livello di mercato, tra racconto e romanzo, ma posso comunque acquistare entrambi in una libreria.

Tornando al cinema, sono dunque contento quando i cortometraggi vengono valorizzati, vedasi la Pixar che pone un suo corto prima di ogni lungo, oppure recenti piattaforme streaming dedicate esclusivamente al corto o che, per lo meno, inseriscono entrambi in ingente quantità (vedasi Mubi).

Su Il Bacio, puntavo molto sulla mia costanza oltre che sulla concretezza, quindi un lungometraggio poteva meglio mettermi alla prova. Volevo dimostrarmi di poter essere determinato e iniziare e concludere un progetto a lungo termine. Ironia della sorte, il termine è stato anche più in là del previsto: il film conta infatti poco meno di un mese di riprese, che è più o meno come nella norma penserete voi, ma dipanato nell’arco di due anni! Penso che la mia costanza si sia temprata un po’.

Leggi anche: Guglielmo Brancato: Semaforo Rosso e un giovane dramma esistenziale

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