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Il cacciatore, Apocalypse Now, Platoon – Visioni di guerra

Michael Cimino (Il cacciatore), Francis Ford Coppola (Apocalypse Now) e Oliver Stone (Platoon). Tre registi epocali. Tre maestri dall’eredità encomiabile, cantori delle pulsioni esistenziali del proprio tempo. Un tempo sconvolto e sconvolgente. Un periodo di grandi speranze e di promesse tradite. Un tempo di guerra.

La guerra è un luogo fisico e mentale, un posto che perseguiterà per sempre chi l’ha visitato, quel ricordo che verrà a far visita nelle zone più remote dei sogni e non lascerà scampo. La fine della guerra l’hanno vista solamente i morti, disse Platone. Forse nemmeno loro. Tutto questo è vero se ci si riferisce a un concetto di guerra più generale. Ma quando si parla, nello specifico, della guerra del Vietnam ecco che i contorni si fanno più sfocati.

Il Vietnam è stata per gli Stati Uniti la più grande catastrofe del XX secolo, più della Seconda Guerra Mondiale, perché laddove quest’ultima poteva essere in qualche modo etichettata come “guerra giusta”, per via del nazismo, del male da estirpare a ogni costo, lo stesso non vale per l’intervento in Vietnam. È stato il primo conflitto in cui gli americani sono venuti a patti con i dilemmi morali: i capolavori dei maestri del Cinema sopracitati non hanno fatto altro che fornire degli specchi attraverso cui filtrare quel terribile smarrimento collettivo che ha investito una nazione intera.  

«Il mio film non è sul Vietnam… il mio film è il Vietnam»

(Francis Ford Coppola)

Il cacciatore: il film sulla guerra

Michael: «Ehi, Nick… pensi che torneremo?».
Nick: «La verità? Non lo so. Però so una cosa: per me questo paese è tutto. Sì, io lo amo questo posto di merda… sì, può sembrare una stronzata, però voglio dire una cosa Mike, che se… se mi succede qualcosa non lasciarmi, non lasciarmi laggiù… t-tu non devi lasciarmi laggiù Mike, me lo devi promettere».
Michael: «Ehi…».
Nick: «No, ascolta, devi… devi prometterlo, solennemente».
Michael: «Ehi, Nick… te lo prometto».

Dopo il reazionario Berretti verdi di e con John Wayne, i film sul Vietnam erano diventati una sorta di tabù per Hollywood. Finché non arrivò, nel 1978, Il cacciatore di Michael Cimino. Le reazioni furono contrastanti, non si sapeva cosa pensare di un film del genere perché nulla di simile si era mai visto: è stata la prima opera ad affrontare di petto i demoni di una tragedia che era appena finita e ben lontana dall’essere dimenticata.

Il cacciatore è un film sulla guerra, più che di guerra. L’azione è ridotta a pochi minuti sparsi lungo l’oceanica durata di tre ore. Il resto è immobile e devastante contemplazione. Michael riesce a tornare a casa sano e salvo, ma qualcosa è cambiato in lui, ha visto cose che gli hanno fatto assumere una nuova prospettiva del mondo: un frammento di lui è rimasto e rimarrà per sempre nelle verdi giungle del Vietnam.

Steven, invece, rimane gravemente ferito, le sue gambe vanno amputate. Ma forse il danno fisico è la cosa meno peggiore, perché quegli arti assenti e quella sedia a rotelle sono un simbolo, un ricordo che mai cesserà di far pesare la propria presenza, immagini e suoni che invadono la mente: corpi martoriati, sangue che sgorga, urla interrotte da proiettili esplosi il cui eco si perde nel silenzio. Steven pensa a questo e lo farà durante il corso di tutta quella vita che, tutto sommato, è ancora fortunato di avere. Perché non è solo.

Diverso è invece il discorso per Nick: lui dal Vietnam non è mai tornato, né fisicamente, né psicologicamente. Mai lo lascerà. Il suo vagare errabondo lo accompagnerà per sempre nelle distese infernali della psiche come un’interminabile meditazione su quel “colpo solo” che aspetta di essere sparato nella sua testa. Questo è il Vietnam, secondo Michael Cimino: nulla di spettacolare, nulla di eroico, solo anime sfigurate che non troveranno mai più sollievo.

Michael nella celebre scena della roulette russa

Apocalypse Now: ritornare nella giungla dell’orrore

«Saigon. Cazzo. Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla».

(Willard)

Se Il cacciatore raffigurava i postumi della guerra e i suoi irreversibili effetti, Francis Ford Coppola con Apocalypse Now decide di imbarcarsi in un’altra direzione. Per far capire cosa la guerra del Vietnam abbia rappresentato non basta più il mostrare un vagabondaggio senza meta una volta ritornati in patria, bisogna fare qualcosa in più, compiere un gesto estremo, quello di ritornare nella giungla, perché da essa oramai si è dipendenti. Questo è quel che fa Willard, ritorna nel luogo delle eterne sofferenze senza alcun ideale o speranza, mosso solamente dal bisogno di perdersi ancora una volta in quel purgatorio senza redenzione.

Per questo motivo accetta un incarico, l’ennesimo della sua carriera militare: uccidere il colonnello Kurtz. Willard ritorna nella selva oscura, risale il fiume con la stessa irreprensibile opacità d’animo del dannato che viene traghettato lungo l’Acheronte affrontando mille peripezie, vedendo morire i compagni di viaggio. Tutto si sussegue con una precisa cadenza, la stessa con la quale Dante incontra i condannati nell’Inferno, fino a quando non si giunge nell’ultimo girone, quello presieduto dal colonnello Kurtz [il parallelo tra Apocalypse Now e la Divina Commedia può essere approfondito qui]. Lui è il sovrano di quell’inferno, perché ne è anche il primo condannato. Il potere è la sua punizione, la consapevolezza è la sua rovina.

Coppola, nel tratteggiare il rapporto tra Willard e Kurtz in Apocalypse Now, prova a fornire una risposta a tutti coloro che si interrogavano sulle ambiguità morali di questa maledetta guerra, specialmente agli appartenenti a quella generazione. E questa risposta è desolante nella sua chiarezza: in realtà non c’è alcuna risposta.

È l’assenza di ogni definizione la definizione stessa, a riprova del fatto che il colonnello Kurtz, incessante predicatore all’altare di una follia senza metodo, ha sempre avuto ragione. Willard arriva esattamente a questa conclusione e la ricerca di quest’ultima rappresenta l’esatto motivo per cui lui è entrato ancora una volta nella giungla dell’orrore, questa volta, per non fare più ritorno.

Willard, in una delle scene finali del film

Platoon: Ogni generazione ha il suo Vietnam

Chris: «Io ora credo, guardandomi dietro, che non abbiamo combattuto contro il nemico; abbiamo combattuto contro noi stessi e il nemico era dentro di noi».

Passarono anni da Il cacciatore e Apocalypse Now e il Vietnam sembrava un argomento superato. Era passato del tempo dalla fine della guerra e, anche da un punto di vista cinematografico, non si sentiva più l’esigenza di ritornare su quel passato così scomodo. Senonché nel 1986 uscì Platoon, diretto da quel concentrato di feroce pulsione creativa che è Oliver Stone che, a differenza dei colleghi Cimino e Coppola, la guerra l’ha vista davvero servendo sotto la 25ª Divisione di Fanteria e la 1ª Divisione di Cavalleria tra il ‘67 e il ‘68. Il regista raccontò di aver visto morire le persone nei modi più atroci e di essere stato ferito egli stesso più volte: come sarebbe stato possibile quindi esimersi dal raccontare ciò che ha vissuto?

Platoon è un film estremamente autobiografico, un’opera pregna di quella stessa confusione morale che, certamente, avrà investito anche il giovane Stone durante il suo periodo di servizio. Il plotone che dà il titolo al film è un microcosmo che si destreggia tra due poli opposti: da una parte quella del crudele sergente maggiore Barnes, che non si trattiene dal massacrare chiunque gli capiti a tiro, dall’altra quella del sergente Elias Grodin, consapevole dell’immoralità di quella guerra, il quale combatte per tentare di salvare ciò che è rimasto del suo spirito e di quello dei suoi uomini.

Al centro di questo conflitto interno vi è il soldato Chris Taylor, il protagonista del film. É proprio il suo personaggio la chiave per decifrare l’intero contesto dell’opera: l’attore che interpreta Chris è infatti Charlie Sheen, figlio proprio di quel Martin Sheen che diversi anni prima, interpretando il capitano Willard, si era imbarcato alla ricerca del metafisico colonnello Kurtz. Attraverso il personaggio di Chris, e in particolare attraverso l’attore che lo interpreta, il profetico avvertimento enunciato dal film diventa chiaro: ogni generazione ha il suo Vietnam.

Da sinistra, Elias Grodin, Chris Kyle e il sergente maggiore Barnes

I padri di coloro che hanno combattuto in Vietnam avevano servito nella Seconda Guerra Mondiale e nella Guerra di Corea. I genitori di quest’ultimi avevano visto invece la Prima Guerra Mondiale. E, andando avanti, i figli di chi ha respirato i gas del Vietnam hanno affrontato la Guerra del Golfo, mentre la loro prole ha visto gli orrori dell’Afghanistan. Ogni generazione ha quindi il suo Vietnam, ognuna perseguitata dalle proprie terribili visioni di guerra. Una profezia suggellata da una verità dal suono di bombe, proiettili, urla e pianti.

Leggi anche: Apocalypse Now sulle onde di “The End” dei Doors

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