Crazy for Football – L’opportunità di stare meglio

Francesco Saturno

Novembre 29, 2021

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Crazy for Football: Matti per il calcio (2021) è un film che ripercorre la storia, già raccontata nell’omonimo documentario del 2016, di uno psichiatra che decide di far partecipare dei pazienti al campionato mondiale di calcio per malati psichiatrici.

È una storia vera – fatto che rende la circostanza raccontata ancor più densa di significato – ed è registicamente rappresentata in maniera discreta e veritiera da Volfango De Biasi.

Il gruppo di pazienti psichiatrici, provenienti da diversi dipartimenti di salute mentale (DSM) dell’Italia, ha così – grazie alla prospettiva all’avanguardia dello psichiatra Saverio Lulli – l’opportunità di stare meglio attraverso la realizzazione di un sogno comune, quello di poter partecipare ai mondiali per vincerli.

L’obiettivo dell’esperimento sociale del dottor Saverio Lulli e dei suoi collaboratori (insieme a lui ci sono un allenatore di calcio, sua figlia Alba, e un’infermiera) è in fondo quello di dimostrare in che modo si possano portare avanti le conquiste socio-politiche della legge Basaglia. Se, difatti, tra gli scopi della legge basagliana c’era la possibilità di lavorare coi pazienti psichiatrici per consentire loro il reinserimento sociale, questa storia dimostra proprio una possibilità in cui questo può avvenire.

Compito non facile, che si scontra – ancora una volta – contro l’apparato burocratico-istituzionale in cui ancora oggi la psichiatria è a volte imbrigliata. Lo psichiatra si trova ad andare contro il parere accademico dei suoi colleghi pur di portare avanti la propria idea.

Compito non facile che, però, presuppone un pensiero molto elementare: il calcio – per prendere proprio l’esempio proposto dal film e dalla vera storia dello psichiatra Santo Rullo – può assumere una duplice funzione per i pazienti: da un lato può rappresentare una forma di riavvicinamento all’ambiente, un modo per inserirsi in un contesto di socializzazione, una maniera per dare respiro alle aspirazioni di ogni singolo, dall’altro rappresenta anche un luogo in cui, attraverso l’osservanza e il rispetto delle regole e dell’altro, si può aprire la strada a un effettivo recupero sociale. In sovrappiù c’è l’opportunità di fare stare meglio questi ragazzi.

Crazy for Football racconta di un gruppo di pazienti psichiatrici che inizia a stare meglio grazie al sogno dei mondiali di calcio.
Lo psichiatra Santo Rullo

Il protagonista principale di Crazy for Football: Matti per il calcio è quindi il tema della malattia mentale; la questione verte sulla questione di come ci si possa posizionare nel modo migliore nei confronti di quest’ultima e, così facendo, aiutare chi soffre. Lo sport, qui il pallone, è in questo contesto vissuto in maniera diversa rispetto a quanto accade di solito: non si ha la classica situazione in cui il giocatore scende in campo per giocare la partita, ma un gruppo di cinque malati psichiatrici convocati per formare una squadra di calcio che andrà a disputare i mondiali in questa categoria. Il calcio diventa così, nelle mente dello psichiatra e tra i piedi di queste persone, un’occasione di riscatto personale e collettivo.

In Crazy for Football la possibilità di correre dietro a una palla non diventa solo un gioco come un altro, ricreativo, da fare insieme, ma assume soprattutto un vero e proprio valore terapeutico; rappresenta un atto di psichiatria sociale che ha il potere di mettere tutti sullo stesso piano e riportarli al medesimo livello, facendo sentire i pazienti uguali agli altri e facenti parte di qualcosa: un progetto, una sfida, uno scopo.

Il film poi è piacevole non solo grazie alla bravura degli attori (Castellitto riesce a recitare molto bene il ruolo di psichiatra che ha come scopo il benessere dei suoi pazienti, così come la verve comico-tragica di Max Tortora, l’entusiasmo di Antonia Truppo e l’ingenuità ben interpretata dagli occhi di Angela Fontana donano al film un bel tocco), ma anche perché sa alternare bene i momenti.

Da quelli di più forte intensità (emblematica la scena nella quale Fabione, uno dei partecipanti al mondiale, dopo una partita persa, vive uno scompenso psichico che lo porterà a subire un trattamento sanitario obbligatorio, TSO) a momenti di più palpabile leggerezza (si pensi, per esempio, alla scena in cui i ragazzi vincono per la prima volta una partita del mondiale ed esultano in spogliatoio tutti insieme).

Si segue la storia a partire dalla loro preparazione: dai provini fino alla disputa della partita sul campo, dove i giocatori mostrano di essere capaci di superare alcuni loro limiti e di trovare nella competizione sportiva un modo per curare la loro sofferenza e combattere il pregiudizio legato alla malattia mentale.

Crazy for Football racconta di un gruppo di pazienti psichiatrici che inizia a stare meglio grazie al sogno dei mondiali di calcio.
La squadra dei giocatori insieme all’allenatore (Max Tortora)

Esempio bruciante – vivente – di una realtà che ancora oggi chiede di essere vista e ascoltata, questa storia è bella e importante perché getta nuova luce su un tema che, purtroppo, continua per certi versi a essere ancora un tabù nella nostra società. L’opportunità di rappresentare tutto ciò attraverso l’arte, sia essa il cinema o la letteratura (si pensi ad altri esempi letterari recenti come gli splendidi romanzi Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli del 2020 e Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino del 2019), è quanto di più prezioso abbiamo per continuare a non tacere su quei temi che una certa psichiatria e una certa psicologia – e finanche una certa filosofia – non hanno mai smesso di portare avanti.

L’abbattimento dello stigma – se ci si vuole esprimere così – verso la malattia e i disturbi mentali passa anche attraverso questo lavoro continuo di riproposizione di qualcosa che non dovrebbe mai essere dimenticato: l’essere umano soffre – qualcuno un po’ di più.

Quando Franco Basaglia negli anni ’70 diceva «noi non dobbiamo vincere, dobbiamo convincere» si riferiva non solo al fatto di diffondere una cultura psichiatrica e psicologica in cui fosse possibile riportare al centro della discussione questi temi, ma anche all’idea secondo cui un altro modo di curare e di prendersi cura di queste persone è effettivamente realizzabile.

Se l’essere umano – come ha insegnato la fenomenologia partendo da Husserl fino ad arrivare a Heidegger e Jaspers – è In-der-Welt-sein, un essere nel mondo, questa possibilità di coestensione tra lui e il mondo può essere data solo nella misura in cui a un’esistenza venga affiancata la possibilità della sua espressione e del suo dispiegamento.

Questo vale in massima misura anche per i pazienti psichiatrici, i quali, se non viene applicata anche a loro quest’evidenza di base dell’essere umano, finiscono per ritrovarsi smarriti nella loro solitudine e nel loro senso di inutilità percepito. Se il tema è delicato e non può essere liquidato con il semplice richiamo al reinserimento sociale (che molto spesso si rivela contraddittorio e complesso), questa è solo una ragione in più per continuare a rifletterci.

Allora che ben vengano film come Crazy for Football, che ben vengano libri che raccontano di questo – e grazie all’arte che ancora una volta ci mette di fronte alle innumerevoli fragilità dell’essere umano e alle sue infinite risorse (a saperle scorgere).

Crazy for Football racconta di un gruppo di pazienti psichiatrici che inizia a stare meglio grazie al sogno dei mondiali di calcio.
Angela Fontana (Alba), Sergio Castellitto (Saverio), Max Tortora (l’allenatore) e Antonia Truppo (l’infermiera)

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