Nel 1967, Fabrizio De André cantava il suo storico brano Via del Campo. Esattamente cinquant’anni dopo, usciva nelle sale l’acclamato film Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) del regista e sceneggiatore Martin McDonagh. Due opere che apparentemente non hanno nulla in comune. Eppure, le splendide parole di De André sembrano descrivere il viaggio interiore di Jason Dixon, personaggio chiave del film di McDonagh.
L’agente Jason Dixon, interpretato da un immenso Sam Rockwell, aveva tutte le caratteristiche per essere il villain dell’appassionante storia di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Eppure inaspettatamente McDonagh, una delle penne più abili del cinema contemporaneo (lo conferma il suo recente Gli spiriti dell’isola), ci mostra una realtà molto più complessa. Chi è dunque Jason Dixon?
Dixon ha circa quarant’anni ed è un agente della polizia di Ebbing, lavoro che svolge sotto l’autorevole guida dello sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson). Nonostante la sua età, dalla morte del padre vive solo con sua madre (Sandy Martin), una donna petulante e autoritaria. Fin dall’inizio, è chiaro che Dixon cova una forte rabbia, che sfoga nei modi più sbagliati. Innanzitutto, Jason ha seri problemi con l’alcol, tanto da presentarsi più volte in centrale ubriaco, ma soprattutto ha forti tendenze razziste, che lo hanno persino portato a torturare un sospettato afroamericano.
Nonostante le sue azioni violente, per la maggior parte del film Dixon non subisce alcuna conseguenza. «Se dovessimo licenziare ogni agente perché razzista, ne rimarrebbero solo tre. E questi tre probabilmente odierebbero i froci», afferma sarcastico lo sceriffo. Dixon dunque, consapevole del proprio potere, ne abusa per sfogare le proprie frustrazioni, accanendosi sui più deboli.

È proprio la rabbia, tema centrale del film, ad accomunare Dixon a Mildred Hayes (una grandiosa Frances McDormand), la protagonista della storia.
Mildred si accanisce duramente contro la polizia locale perché, in sette mesi, non è riuscita a trovare lo stupratore e assassino della figlia Angela. Affitta così tre manifesti, facendo scrivere parole di dura accusa nei confronti dello sceriffo Willoughby. Lo scontro tra Dixon, membro della polizia, ma soprattutto profondamente devoto allo sceriffo, e la protagonista è inevitabile. Nonostante la donna utilizzi mezzi violenti e moralmente discutibili, allo spettatore viene spontaneo provare empatia per Mildred soprattutto quando, allo scopo di intimidirla, Dixon fa arrestare una sua amica afroamericana per possesso di droga.
Tutto quanto descritto finora ci porta a pensare che Jason Dixon sia il villain indiscusso della vicenda, in quanto incarnazione dell’abuso delle istituzioni e del razzismo americano. In realtà, in Dixon si cela molto più di questo. Prima di giungere a quello che è il vero e proprio punto di svolta del personaggio, può essere interessante evidenziare alcune peculiarità, chiare soprattutto dopo una seconda visione, che già ci suggerivano la vera natura di Dixon.
Nonostante i soprusi che commette, non si può certo dire che l’agente incuti timore. Anzi, in più occasioni il personaggio appare quasi naïf. Per esempio, significativa la scena in cui Mildred, dopo l’arresto della sua amica, irrompe violentemente nella stazione di polizia:
Mildred: «Hey, testa di cazzo!»
Jason: «Cosa?»
Sergente Connelly: «Dixon, non devi rispondere “cosa” quando quella ti chiama “testa di cazzo”!»
Si pensi poi alla divertente sequenza in cui l’agente ascolta in centrale Chiquitita degli ABBA. O ancora, un dettaglio apparentemente insignificante: Dixon sembra molto affezionato alla sua tartaruga, tanto che possiede anche una statuetta con le sue sembianze nella scrivania. Infine, si nota come il suo tono, spesso arrogante e strafottente, cambi radicalmente quando si parla di sua madre. La sua voce si fa più bassa, incerta come se, in quei momenti, venisse mostrato il suo lato infantile.

Per la prima parte del film, Dixon rimane però un personaggio negativo. In particolare, le sue tendenze violente trovano il loro apice quando, dopo il suicidio dello sceriffo, scaraventa da una finestra il pubblicitario Red (Caleb Landry Jones) perché il giovane aveva affittato i manifesti a Mildred.
Un’azione terribile, che avrà come conseguenza il suo licenziamento da parte del nuovo sceriffo afroamericano.
Il vero punto di svolta del personaggio avviene quando Dixon riceve una lettera che Willoughby gli aveva scritto prima di morire. In centrale, l’uomo inizia a leggere la lettera:
Willoughby: « Jason, c’è qualcosa che non ti ho mai detto quando ero vivo. Credo che tu abbia le capacità per essere un buon poliziotto e sai perché? Perché, nel profondo, sei un brav’uomo. Lo so che tu non lo pensi, ma io sì. Penso che tu sia molto arrabbiato, da quando tuo padre è morto e ti sei dovuto occupare di tua madre. Ma, finché continuerai a covare questa rabbia, non riuscirai mai a diventare ciò che vuoi: un detective. Perché sai cosa ti serve per diventare un detective? So che sussulterai a leggere quanto sto per dirti, ma ciò che occorre è l’amore. Perché attraverso l’amore nasce la calma, e attraverso la calma la capacità di riflettere».
Mentre Jason legge queste parole, la centrale è in fiamme. Mildred infatti, acciecata dalla rabbia, sta lanciando delle bottiglie molotov contro il luogo, ignara che dentro ci sia qualcuno. Appena Dixon si accorge dell’incendio, si lancia contro le fiamme, non prima di aver preso il fascicolo dedicato al caso Angela Hays. L’uomo verrà soccorso da un passante. La scelta di questa sequenza non è casuale: il fuoco è da sempre simbolo di trasformazione e purificazione.

Quando viene ricoverato in ospedale a causa delle ustioni riportate, Dixon trova casualmente prova tangibile e concreta delle parole del suo mentore. Incontra infatti Red e si scusa per quello che gli ha fatto. Il ragazzo, anziché arrabbiarsi o vendicarsi, ricambia le sue scuse con un piccolo ma significativo gesto di gentilezza e umanità.
«Ama e ridi se amor risponde»
(Fabrizio De André)
Il momento che però ci fa percepire Dixon come un personaggio differente avviene alcune scene dopo. L’ex agente, mentre si trova in un pub a bere, sente un uomo vantarsi di aver violentato e ucciso una ragazza. Con una scusa, Jason gli graffia la faccia in modo da ricavarne il DNA e viene per questo brutalmente picchiato.
Jason, che fino a pochi giorni prima era stato l’aggressore, lo spietato carnefice, sacrifica la propria incolumità fisica per risolvere un caso di cui non si occupa nemmeno più.
Purtroppo, il DNA non corrisponderà a quello trovato sul corpo di Angela. Ma, nelle storie portate sullo schermo da Martin McDonagh, non è questo che importa. Ciò che conta davvero è l’evoluzione dei personaggi. Dixon comunica a Mildred che il DNA non combacia ma, convinto che sia comunque uno stupratore, le propone di ucciderlo insieme. Durante il viaggio in auto, Mildred confessa a Dixon di essere stata lei a dar fuoco alla centrale, causandogli inavvertitamente le ustioni. Sorprendentemente, l’uomo risponde, con sarcasmo: «E chi altro avrebbe dovuto essere stato?». Nonostante Mildred gli abbia fatto del male, l’uomo ha fatto propria la filosofia dello sceriffo e di Red, rifiutandosi di cedere alla rabbia.
Ecco, l’ultimo breve, ma significativo scambio di battute tra i due personaggi:
Mildred: « Dixon, sei sicuro di questo? »
Jason: « Di uccidere quell’uomo? Non proprio. E tu? »
Mildred: « Nemmeno io… Decideremo strada facendo».
Uno splendido finale aperto, che da una parte abbraccia il cambiamento dei due personaggi, ma rifiuta anche facili moralismi.
Quando il film uscì, una parte del pubblico non apprezzò molto la caratterizzazione di Dixon. Secondo alcuni infatti, a causa della sua indole violenta e razzista, il personaggio non meritava quella che è stata definita come una vera e propria redenzione. Ma si tratta davvero di una redenzione?
È vero che Jason, dopo aver letto la lettera dello sceriffo, inizia a compiere azioni buone, come se volesse riparare al male causato. Se però si presta davvero attenzione alle parole di Willoughby, si comprende che l’uomo, in realtà, non è mai stato realmente cattivo. Lo confermano inoltre tutte le citate peculiarità che hanno contraddistinto il personaggio nel corso del film, inserite dal regista ben prima del suo cambiamento. Infine, è lo stesso epilogo, incompiuto eppure così soddisfacente, a confermarci come non si possa parlare di vera e propria redenzione. Nonostante Dixon abbia cercato di aiutare Mildred, non è assolutamente certo che rinneghi per sempre la sua indole violenta, che è stata parte di lui per tutta la sua vita.

Più che una redenzione, quella di Dixon è una presa di coscienza di sé. Attraverso le sagge parole dello sceriffo, l’unica persona che abbia mai creduto in lui che assume il ruolo archetipico del mentore vogleriano, l’uomo comprende l’insensatezza di nascondere la propria umanità dietro continue manifestazioni di rabbia e violenza. Facendosi picchiare dal sospettato nel pub, Dixon compie un atto quasi eroico, che mai lo spettatore si sarebbe aspettato da un personaggio del genere. Forse è proprio questo che Martin McDonagh ci vuole comunicare: spesso l’uomo apparentemente più cinico, arrogante o violento può compiere azioni inaspettate. Azioni che forse quelli che siamo soliti identificare come “buoni” non si sognerebbero mai di compiere.
Con questo, il regista non vuole certo giustificare le violenze e il razzismo di Jason Dixon: il male che l’uomo ha compiuto resta, escludendo il licenziamento, impunito, ma non viene dimenticato dallo spettatore. Al contempo però, McDonagh rifiuta completamente ogni stereotipo, mostrandoci come il bene sia in grado di emergere in chiunque, anche nelle anime che ci appaiono marce e corrotte.
«Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior»
(Fabrizio De André)
De André ha sempre incarnato la voce degli ultimi e Jason Dixon, uomo bianco in una posizione di potere, non è certo tra questi. Via del Campo d’altronde parla di una prostituta, contrapponendo la sua autentica e umana bellezza a quella artefatta della borghesia del tempo. Al contempo però, il “letame” di cui parla De André può non significare solo la povertà, ma anche ciò che di marcio risiede in noi. Un marcio che, pur rimanendo tale, non è mai innato o fine a se stesso. Difatti, lungi da ogni giustificazione, i comportamenti violenti di Jason Dixon sono frutto di profonda sofferenza e frustrazione.
Paradossalmente è proprio da questo marcio che spesso può nascere qualcosa di autenticamente umano. Jason Dixon riconosce il “letame” che risiede in lui e decide di provare a farci crescere un bellissimo fiore. Qualcosa sboccia quando si sacrifica in nome della giustizia, ma non ci è dato sapere se continuerà a prendersi cura di questo inaspettato lato di sé.
Grazie alla scrittura di McDonagh e alla memorabile performance di Sam Rockwell, Jason Dixon è certamente uno degli antieroi più sorprendenti e umani che il cinema americano ci abbia regalato negli ultimi anni.




