Vertigo e la cinefilia al tempo dello streaming – Intervista a Roy Menarini

Lorenzo Sascor

Maggio 16, 2023

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A più di sessant’anni dalla sua uscita, La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (1958), in originale Vertigo, è ancora un punto di riferimento per la cinefilia di tutto il mondo. Quello che oggi è riconosciuto all’unanimità come uno dei film più importanti della storia del cinema fu accolto con tutt’altro entusiasmo alla sua uscita e rivalutato solo nel corso degli anni, grazie anche agli interventi dei critici dei “Cahiers du cinéma”.

La sua fama si deve sicuramente anche all’effetto Vertigo, introdotto da Hitchcock proprio in questa pellicola e ripreso poi innumerevoli volte in tutto il cinema successivo: si tratta di un movimento combinato di zoom in avanti e carrellata indietro, che ha come risultato una deformazione straniante delle proporzioni sullo schermo (abbiamo parlato ampiamento dell’effetto Vertigo in questo articolo). Chi conosce il film sa bene che proprio l’elemento straniante, legato anche al ruolo decisivo della vertigine, è una delle caratteristiche principale di questa storia.

Di recente Carocci ha pubblicato un saggio su "La donna che visse due volte": abbiamo intervistato l'autore Roy Menarini, docente e critico.
La donna che visse due volte (1958)

Tratto da un romanzo noir francese del 1954, scritto da Pierre Boileau e Thomas Narcejac e intitolato D’entre les morts, La donna che visse due volte vide la luce dopo una produzione alquanto travagliata: non solo la sceneggiatura venne rimaneggiata dopo una prima versione insoddisfacente, ma l’attrice che Hitchcock aveva scelto per interpretare Judy/Madeleine, cioè Vera Miles, si dichiarò non disponibile e così Hitchcock fu costretto a ripiegare su Kim Novak. Con le sue atmosfere sospese tra il reale e l’onirico e i suoi numerosi livelli di lettura, La donna che visse due volte ha attraversato una lunga fortuna critica nel corso della sua storia ed è ancora oggi uno dei film più studiati dagli appassionati e dagli esperti.

Di recente Carocci ha pubblicato un saggio sul film scritto da Roy Menarini, docente di cinema all’Università di Bologna e critico cinematografico. Il testo di Menarini, che fa parte della serie “Il cinema, i film”, offre una panoramica delle numerose prospettive attraverso cui nel corso degli anni è stata studiata la pellicola di Hitchcock.

Abbiamo incontrato Roy Menarini per parlare un po’ del suo saggio e dello stato attuale della cinefilia.

Di recente Carocci ha pubblicato un saggio su "La donna che visse due volte": abbiamo intervistato l'autore Roy Menarini, docente e critico.
Roy Menarini

La donna che visse due volte è un film fondamentale nella storia del cinema, di cui si è già scritto tantissimo nel corso degli anni. Com’è stato lavorare su un caso di studio di questo tipo?

Roy Menarini

Qui torno un po’ studente, nel senso che anche gli autori e i saggisti devono fare i conti con la bibliografia esistente, come per una tesi. Quindi è stata una cosa sia positiva che negativa, perché la cosa positiva è avere un sacco di bibliografia che si è accumulata negli anni, con mille approcci differenti e tantissime cose già dette e questo è fantastico perché non hai la sensazione di andare in un territorio inesplorato dove puoi dire delle sciocchezze. Contemporaneamente – ma lo sapevo molto prima di mettermi d’accordo con la casa editrice – c’era il dubbio di parlare di un film molto conosciuto. Quindi ho cercato di trasformare questo aspetto in un vantaggio, in un valore, ovvero ho subito deciso di scrivere un libro che facesse il punto su tutte queste analisi, che però contemporaneamente tornasse a fare delle cose di prima mano, come il riassunto del romanzo e il riassunto del film, perché volevo rincontrare i testi come se fosse la prima volta e ricominciare a ragionare con il lettore. Infine, è vero che tanto è già stato detto, ma è come se La donna che visse due volte fosse un film che continua a trasformarsi: nelle classifiche, nei media digitali, nelle accademie…quindi tra cinque o dieci anni andrà scritto un altro libro ancora.

È un film che, al di là dei giudizi, non lascia assolutamente indifferenti, soprattutto ad una prima visione. Com’è stato il suo primo incontro con questo film?

Roy Menarini

Il primissimo incontro è stato molto buffo, perché ero un bambino e tra il 1981 e il 1982 era uscita una serie di film di Hitchcock rieditati: erano cinque e tra questi c’era anche La donna che visse due volte, che non si vedeva dal 1958. Siccome ho una famiglia cinefila e quindi sono cresciuto appassionato, mi presentai con un amico davanti al cinema in cui lo davano, ma non potemmo entrare perché era vietato ai minori di quattordici anni. Siamo stati respinti e da quel momento in poi questo film è diventato la mia ossessione, dovevo vederlo! Poi l’ho visto in televisione una prima volta a tredici o quattordici anni e poi tutte le volte che è stato possibile l’ho rivisto…l’ho visto una volta sul grande schermo a New York, l’ho visto qualche anno fa quando è stato restaurato, ed è sempre stato uno dei miei film preferiti. Per cui quando Carocci, o meglio i direttori di collana, Giacomo Manzoli e altri, mi hanno chiesto di quale film volessi parlare, sono andato dritto su La donna che visse due volte.

Di recente Carocci ha pubblicato un saggio su "La donna che visse due volte": abbiamo intervistato l'autore Roy Menarini, docente e critico.
Frame dal film

Nel romanzo originale, la storia è ambientata nella Parigi del 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale. In questo contesto il conflitto personale del protagonista si contrappone al conflitto collettivo, ben più drammatico. Il film di Hitchcock, invece, è ambientato negli anni Cinquanta a San Francisco. Da cosa deriva la scelta di cambiare il contesto e che conseguenze ha sul senso del racconto?

Roy Menarini

Io ho la sensazione che questo film abbia due caratteristiche apparentemente opposte. Cioè da una parte anche il romanzo fa riferimento ai miti, agli archetipi letterari, ad altra letteratura preesistente, in cui questo tema della donna che ritorna, della donna che viene ricreata, va fino alle origini della civiltà. Quindi da una parte c’è una cosa che può essere riadattata in qualsiasi modo, perché lo era già nel romanzo, una verticalità profondissima che deve essere stata percepita; dall’altra l’esatto contrario, cioè c’è una modernizzazione. Se pensiamo che Hitchcock, oltre ad essere il maestro della suspense, parla dell’uomo moderno, della crisi della borghesia occidentale, di tante altre cose che riguardano proprio il Novecento, allora deve per forza trasportare la storia nell’America di San Francisco, capitalista, perché diventa una storia americana. Quindi è come se fosse un adattamento dei vecchi miti, più che un adattamento del romanzo.

Nel libro si parla di “filmicità di un’idea”, in relazione all’intera filmografia di Hitchcock, con cui si intende l’abilità di dare forma ad elementi narrativi tramite il linguaggio cinematografico. In La donna che visse due volte l’esempio emblematico è l’effetto Vertigo, con cui si trasmette tramite le pure immagini una sensazione fisica. Quali sono gli altri film di Hitchcock altrettanto rappresentativi in questo senso?

Roy Menarini

Direi un po’ tutti i film. Secondo me questa fase è quella più interessante, perché quando Hitchcock in Psycho decide di creare dei nuovi punti di osservazione, come quello in plongée dall’alto sull’omicidio del detective, ma anche la scena della doccia, sostanzialmente sta facendo ciò che ha sempre fatto, ovvero sta cercando di portare alla fisicità della messa in scena quelle che sono pulsioni profonde. Il periodo che va dal 1958 fino alla metà degli anni Sessanta è il momento in cui Hitchcock va alle estreme conseguenze di questa cosa. Poi in realtà bisogna ricordarsi che lo ha sempre fatto, perché pensiamo anche al Il delitto perfetto, precedente, dove usa il 3D, oppure il dettaglio dell’oggetto e in generale tutto il linguaggio cinematografico. Qui, con La donna che visse due volte, lo fa più del solito, si spinge molto più sulle pulsioni. Credo che questo film sia la punta dell’iceberg di una fase estesa di sperimentazione. Però la verità è che secondo me non ci sono moltissimi alti registi che lo fanno: lo fa un po’ Kubrick, lo fa un po’ Scorsese, quando fa quelle accelerazioni e decelerazioni che portano ad esporre l’elemento della nevrosi, della frenesia o addirittura dell’esaltazione psicotropica in Toro scatenato, The Wolf of Wall Street, quei momenti in cui la razionalità si perde, il montaggio e la macchina da presa diventano qualcosa di talmente parossistico. Però non sono tanti a riuscire a trovare delle equivalenze così chiare.

Una lettura interessante proposta in questo saggio è quella di classe, che ha a che fare col personaggio di Judy. Ce ne vuole parlare?

Roy Menarini

Innanzitutto io stesso l’ho tenuta un po’ ai margini, nel senso che non è la primissima lettura che ho del film, però mi ha molto affascinato in alcuni volumi che parlano della dimensione ideologica ed economica – in senso marxiano – del film, perché effettivamente in questa Donna che visse due volte ci sono tantissime cose. E forse il personaggio chiave, una volta che abbiamo capito che Scottie è il fantasma negativo della mascolinità, è lei, Judy, perché è lei la donna che, forse, non ha mai vissuto. Se prendiamo il suo punto di vista, non vive davvero due volte, ma zero volte, perché non è mai se stessa. E in realtà lei non vuole vivere la vita da se stessa. Perciò l’aver abitato così bene i panni della donna di classe, ricca, borghese, e il ritrovarsi in quella stanza di motel sono i motori per i quali lei si vuole dare una seconda chance. E quando, seppur in maniera apparentemente coatta, lei accetta di tornare ad essere Madeleine, è evidente che lo fa con un principio di piacere, perché torna ad essere quella donna finalmente integrata nella società. Quindi questo elemento c’è, forse è uno di quelli meno consapevoli di Hitchcock e dei suoi sceneggiatori, però c’è.

Di recente Carocci ha pubblicato un saggio su "La donna che visse due volte": abbiamo intervistato l'autore Roy Menarini, docente e critico.
Vertigo

A questo proposito, quando si prova ad analizzare e interpretare un film c’è sempre il rischio di vederci all’interno qualcosa che in realtà non c’è davvero. Sappiamo bene che un film contiene tanti elementi inconsapevoli, che il regista e gli sceneggiatori hanno assorbito in maniera inconscia dal proprio tempo, tuttavia come si risolve il problema della legittimità di una interpretazione?

Roy Menarini

Io distinguerei tra film del passato e film del presente. I film del passato danno molta più possibilità di intravedere tracce inconsapevoli o poco consapevoli, che sostanzialmente derivano da trasformazioni culturali e sociali che gli autori assorbivano senza rendersene conto. Sui film del presente vale quello che diceva Umberto Eco, ovvero bisogna stare attenti a interpretare o sovrainterpretare un testo. Visto che non abbiamo ancora quella distanza, dobbiamo trovare gli strumenti giusti. Quindi io non mi preoccupo tanto dell’autocoscienza dell’autore, quanto della proprietà dei metodi interpretativi. Andare per la tangente secondo me va fatto solo quando siamo davvero convinti, questa è proprio una delle chiavi dell’elemento interpretativo. C’è stato un periodo post-strutturalista di interpretazione esibita, negli anni Ottanta e Novanta, che ha un po’ ceduto da questo punto di vista. Non dico che bisogna tagliare le ali alle interpretazioni, ma semplicemente chiedersi: il film funziona così? Il film effettivamente ha dentro di sé la possibilità di arrivare a darci questa interpretazione? Tutto qua.

Il saggio contiene anche una sintesi delle numerose letture di genere sul film, non solo gli interventi molto noti della Feminist film theory, ma anche letture queer che hanno a che fare con il personaggio protagonista. Tanti altri film di Hitchcock, da La finestra sul cortile a Nodo alla gola, sono stati oggetto di interpretazione e critiche da parte di queste correnti di studio. Considerato che stiamo vivendo oggi un momento di grande sensibilità in merito a questi temi, c’è il rischio che l’opera di Hitchcock possa subire una rivalutazione in negativo, considerata anche la personalità controversa del regista?

Roy Menarini

Allora potrebbe se non avesse, per ora, una forte rete di protezione accademico-critica. E ricordiamo che molte delle istanze più critiche e forti degli ultimi anni da questo punto di vista provengono proprio dall’ambito accademico, quindi mi sembra che almeno per il momento sia protetto. Però dobbiamo chiederci: protetto in che senso? Hitchcock ha già attraversato tre fasi: quella della rivalutazione critica francese, quella dell’attacco della teoria femminista e quella di riequilibrio di questa stessa teoria femminista/gender/psicoanalitica, in cui si esce un po’ dagli elementi patriarcali della lettura hitchcockiana, e si prova a vedere come funzionano le cose. Ora potremmo essere in una quarta fase, nella quale una nuova revisione degli elementi che per comodità definiamo femministi – ma in realtà sono molto più larghi –  potrebbe tornare a posizionare Hitchcock in una situazione critica. Ed effettivamente devo ammettere che anche io, sulla base del tempo che stiamo vivendo, mi sono reso conto nel leggere le interviste di Hitchcock, che quando parla di Kim Novak, di Madeleine, di Judy, delle donne dei suoi film, è decisamente sgradevole, è decisamente sessista e misogino. Quindi è inutile che neghiamo degli elementi che esistono. Bisogna però vedere al di là della personalità di Hitchcock dove e come vengono processate queste cose. Quindi, visto che secondo me La donna che visse due volte è, da un certo punto di vista, il film più “costruito”, ma anche il più sincero di Hitchcock, mi sembra evidente che lui stia parlando molto di se stesso, cioè è un film dove la sua misoginia e i suoi problemi di illusione romantica sono condannati, è un’autocondanna fortissima. Quindi non so se Hitchcock avrà dei problemi nei prossimi tempi, ma La donna che visse due volte non se lo meriterebbe, perché è uno dei pochi film in cui Hitchcock si fa a pezzi da solo.

Lei ha scritto numerosi saggi sul tema della cinefilia. Come può reinventarsi la cinefilia oggi, nell’epoca dello streaming e delle piattaforme, se consideriamo da un lato anche le numerose critiche da parte di registi autorevoli nei confronti di soggetti come Netflix, dall’altra la necessità per la cinefilia di considerare queste nuove forme di distribuzione?

Roy Menarini

Allora innanzitutto è giusto porla così, perché la cinefilia ha bisogno di nuovi strumenti. Per nuovi strumenti non parlo solo di strumenti digitali, perché di questa si è già dotata. In precedenti volumi avevo già analizzato come forme di cinefilia siano riscontrabili su You Tube, siano stati riscontrati, ormai vent’anni fa, nel fenomeno della pirateria, nel peer-to-peer. Quindi la cinefilia si è sempre saputa adeguare ai tempi, ha sempre saputo trovare nuove forme, che magari la cinefilia tradizionale non riconosceva come tali. Adesso effettivamente, proprio in questi anni, mi sembra che ci sia un momento di passaggio complicato, un po’ legato anche a firme di registi anagraficamente anziani, un po’ ad una liturgia del grande schermo. La cinefilia sembra trovarsi impegnata in posizioni conservatrici. Sullo streaming sembra sostanzialmente essere stata superata dalla “streamofilia” e dalla “seriofilia”, e non sa bene cosa farsene di queste piattaforme, le quali però non dovrebbero neanche diventare a loro volta degli oggetti in sé. Cioè la cinefilia dovrebbe trovare delle nuove concezioni, dei nuovi sguardi.

Bisogna chiedersi cosa la cinefilia difende oggi, perché la cinefilia è sempre stata “pólemos”, non è mai stata solo amore, ma una cosa più profonda, che fa anche lotta con qualcos’altro. Allora bisogna capire qual è lo sguardo sul presente, qual è il cinema che oggi la cinefilia chiede. Ci interessano gli autori? Ci va bene che ci sia un tipo di sguardo autoriale, indipendentemente che stia su Netflix o in sala? Da questo punto di vista secondo me il dibattito su Everything Everywhere All at Once, che ha vinto l’Oscar come Miglior film, è stata un’occasione persa, perché è un film che ha spaccato in due la cinefilia: una parte ha individuato lì delle nuove forme interessanti, un’altra lo ha giudicato un immondezzaio modaiolo. Io mi trovo a metà strada, mi ha interessato come fenomeno. Da questo dibattito si poteva creare qualcosa. Un gruppo di cinefili oggi dice che Everything Everywhere All at Once è tutto ciò che non vogliamo vedere. Cosa vogliamo vedere, però? Non si sa.

Di recente Carocci ha pubblicato un saggio su "La donna che visse due volte": abbiamo intervistato l'autore Roy Menarini, docente e critico.
Everything everywhere all at once (2022)

Per concludere penso sia interessante parlare dell’insegnamento del cinema. Nelle università è presente ormai da tempo, ma negli ultimi anni si discute molto dell’insegnamento del cinema nelle scuole. Sono stati fatti alcuni esperimenti, ma è ancora molto difficile trovare il cinema come materia. Quando il cinema entra nelle scuole è (quasi) sempre per parlare di qualcos’altro, mai per parlare del medium in sé. Secondo lei come può cambiare questa cosa? E soprattutto c’è davvero bisogno di introdurre questo tipo di insegnamenti nelle scuole?

Roy Menarini

Allora, è un discorso molto complesso. Innanzitutto quello che sta cambiando è il moltiplicarsi dei bandi nazionali per il cinema nella scuola, da parte di due ministeri, quello della cultura e quello dell’istruzione. Sono stati fatti degli ottimi progetti, che avevano l’obbiettivo che dicevi: basta col cinema per parlare di altro, il cinema deve essere il fine e non il mezzo. Però è ancora una goccia nel mare, perché finché non diventa curriculare anche in altri indirizzi oltre che nel Liceo Artistico a indirizzo audiovisivo, non si potrà mai fare.

Allora lì si apre un altro problema, perché bisogna essere un po’ umili, nel senso che la film education va bene, ma giustamente qualcuno ti dice che ormai abbiamo dimenticato la musica nelle scuole, che ormai bisognerebbe introdurre anche un insegnamento di ecologia. Altri giustamente dicono che oggi stiamo costruendo un numero enorme di cittadini che a diciannove anni escono dai licei senza capire niente di economia e se solo ci fosse almeno un’ora di economia alla settimana potremmo far capire cosa succede nel mondo, che oggi è fatto tutto di economia. Quindi in generale queste richieste vengono dai più svariati ambiti e io ovviamente mi rendo conto che non possiamo avere settimane da ottanta ore per gli studenti. Quindi a me cosa preme? A me preme l’educazione alle immagini in movimento. Visto che noi fruiamo di immagini in movimento di continuo e visto che la matrice di queste immagini in movimento è il cinema, sostanzialmente io immagino una educazione al cinema che sia finalizzata a un’educazione ai media audiovisivi. Perché se il fine dei cinque anni sarà arrivare a leggere criticamente le immagini in movimento, da You Tube a Tik Tok, alle serie, eccetera, dando come matrice la storia del cinema di base, allora forse riusciremo anche a farci capire dai legislatori e da coloro che decideranno i curricula. Altrimenti con la battaglia “Dobbiamo inserire l’insegnamento del cinema perché Fellini è bellissimo” non andiamo da nessuna parte.

Sono d’accordo, oggi l’audiovisivo non è più solo cinema o televisione, ma un insieme di altri oggetti che attraversano media e dispositivi molto vari. Che ricaduta ha questo sulla fruizione dei contenuti mediali?

Roy Menarini

Io ho l’impressione che abbiamo sottovalutato la capacità d’intrattenimento delle forme brevi e brevissime. Cioè sostanzialmente mi sembra che la generazione dai tredici ai diciotto anni stia un sacco di tempo su You Tube o Tik Tok, oppure anche a utilizzare strumenti non audiovisivi, come Spotify. Quindi lo smartphone è diventato una forma di intrattenimento in tutti i sensi. Il fatto che uno possa fare a meno di sedersi dopo cena sul divano a guardarsi Stranger Things perché se ne va nella sua cameretta e ha un mondo di intrattenimento, magari anche in chat e in comunità, è una cosa che ancora non abbiamo capito. Per cui continuiamo a dire che la pirateria e Netflix sono contro il cinema, ma il cinema non è sostituito sempre e solo dallo streaming, è sostituto anche da altre forme, perché l’intrattenimento ormai è talmente vasto, le possibilità più o meno gratuite sono moltissime, tanto che stanno erodendo anche quei fenomeni che consideravamo adolescenziali, come lo streaming.

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