«Per sempre noi incoscienti giovani»
Achille Lauro
Tra le soluzioni linguistiche e d’immagine di Diciannove, il folgorante esordio alla regia del giovane autore Giovanni Tortorici, c’è qualcosa di respingente e atipico. Qualcosa che si percepisce continuamente, che si respira, eppure, per qualche bizzarra e inspiegabile ragione, non si riesce mai realmente a visualizzare. Sarà che tutti presto o tardi siamo stati Leonardo Gravina (la prova d’attore di Manfredi Marini, è di quelle sfrontate, carnali e al tempo stesso spaventosamente introspettive), partendo da luoghi differenti, nella consapevolezza di non trovarsi mai. Commettendo errori, pur non vivendoli come tali, poiché l’esperienza, seppur disperata e potenzialmente dannosa, è ancora una volta – E forse per sempre – esperienza, crescita, formazione. Dapprima però, tutto passa per l’incomprensione, cui segue inevitabilmente l’alienazione.
Leonardo si immerge nella letteratura, che dovrebbe impedire il caos e l’abbandono, rischiando però di produrre l’esatto opposto. Infatti ne è vittima. Pagine antiche e dense di cultura, vissute non più come rifugio, ma come nascondiglio. O meglio, come fuga, poiché il mondo fuori è spaventoso e non comprende, dando vita a veri e propri schieramenti e scontri, che sono tanto di classe, quanto di emotività. Qualcuno dice di Leonardo: “Che anche quando c’è, effettivamente non c’è mai, non davvero”. Sulla stranezza, l’incompatibilità e forse perfino una tarda adolescenza. Tortorici struttura infatti la sua personalissima visione del racconto di formazione, seguendo logiche narrative e interpretative – Il corpo e l’espressività misterica di Marini, non sono affatto da sottovalutare, anzi – di grande complessità, che non si rifanno a null’altro, se non a loro stesse.
O meglio, ritroviamo di tanto in tanto, seppur repentinamente, sguardi fugaci e forse intimiditi all’incomunicabilità propria della cinematografia di Michelangelo Antonioni, sovrapposta alla trasgressione della morale fortemente intellettuale e allora spudorata, del ciclo di Antoine Doinel – Truffaut ancora insegna sul coming of age movie e la perdita dell’innocenza, pur sempre in dialogo con lo sconfinato universo culturale delle città, degli individui e forse dell’amore, intrecciati e in conflitto tra loro – e così il cinema di Luca Guadagnino, qui nelle vesti di produttore e di maestro. Non dimentichiamo il ruolo di Tortorici, nel dietro le quinte della miniserie HBO We Are Who We Are.

Leonardo e i tre percorsi di luogo, oltreché di anima
Tre città. Londra, Palermo e Siena. La prima è un abbaglio, la seconda è casa, il nido e la terza è rifugio, se non addirittura abbandono. Tre tappe di un percorso intimo, estremamente introspettivo e per questo silenzioso, ma mai gentile, al contrario, doloroso e respingente. Non grida mai Leonardo, sussurra piuttosto. Ripetendo senza sosta pensieri di morte e ribellione, poiché nessuno comprende, poiché nessuno ascolta davvero. Forse nemmeno Leonardo, che più di tutti sarebbe chiamato a farlo.
Inavvertitamente Tortorici si rivolge a noi: Quanto spesso confidiamo a noi stessi di star male, pur non ascoltandoci affatto? Proseguendo dunque l’inarrestabile discesa nel caos, nell’incomprensione e nel dolore, masochistico eppure in qualche caso perfino di godimento. Spesso, troppo spesso. Nonostante l’osservazione esterna, il caos degli ambienti – Leonardo vive incurante, tra avanzi di cibo ormai ammuffiti, polvere e immondizia di vario genere – e la consapevolezza di dover cambiare le cose. Se non tutte, qualcuna.
Apparentemente di bell’aspetto e sicuro di sé, il diciannovenne che Tortorici e Marini modellano e trasfigurano, relegandolo spesso all’abbandono, non è niente più di una maschera. La quale inevitabilmente cela profonde angosce e solitudini, che si legano alla sfera della socialità – Leonardo mente spesso, di continuo. Non ha amici e non vorrebbe averne. Si basta? Oppure è paura di non essere all’altezza o di non rintracciare con evidente presunzione, “quell’altro” capace di rispettarne gli standard intellettuali ed emotivi? – e così della sessualità.
Poiché in termini di giovinezza conflittuale e formazione, senz’altro osservata con inquietudine – Leonardo sta coi moralisti, eppure è il primo ad apparire incoerente, celando la scomodità delle spinte carnali – Com’è possibile rintracciare forme di libertà esclusivamente nella letteratura antica e mai nei corpi? In questo senso leggiamo Leonardo come un fantasma ormai orfano della miniserie di Luca Guadagnino precedentemente citata. È un Fraser che non ha ancora trovato il modo di ascoltarsi e comprendersi e che arranca nella speranza di ritrovare un senso, spostandosi di luogo in luogo, perdendosi di certo, pur illudendosi del contrario.

Diciannove. Istantanea complessa e curiosa di incomprensioni e sessualità
Fa sorridere e un po’ spaventa la confusione di Leonardo e più in generale di moltissimi di noi, tanto allora, quanto oggi. Specie rispetto alla sessualità. Sfrontato con il sesso opposto, nelle primissime sequenze di Diciannove e poi sempre più misterico, fluido e stranamente seducente, non appena entra in campo la questione dell’eccitazione, intesa come pulsione altra, scomoda – La molestia lo eccita ed è obbligato a nasconderlo – e ancora una volta incoerente rispetto alle posizioni pubblicamente dichiarate. Da qui l’esigenza nient’affatto innocente di masturbazione, di fronte alla ferocia di una sequenza di violazione, propria di Salò o le 120 giornate di Sodoma, dello stesso Pier Paolo Pasolini, che Leonardo in più occasioni, dichiara di non aver mai apprezzato e che forse più tardi apprezzerà.
Nel mezzo, videoclip di musica trap, frammenti d’estate di decisiva ambiguità, rispetto alle logiche attrazionali tra i corpi, innocenti eppure in continua pulsazione e ancora abbandono e fuga. Fino al quarto luogo, alla quarta città, Torino. Nella notte, tutto o quasi è destinato a cambiare, o quantomeno a svelarsi. Complici una seduta di psicoterapia, camuffata ma non troppo, da cena tra perfetti sconosciuti, senz’altro accomunati dallo studio della letteratura e più in generale a servizio della cultura. Infine una passeggiata solitaria, malinconica e introspettiva nel buio della notte. Tortorici qui opera un taglio quasi Polanskiano e Diciannove non ci consegna una verità assoluta, né la possibilità di ritrovarsi pienamente. Resta il mistero e così l’angoscia della formazione e dei desideri dei corpi.
Servendoci della medesima presunzione intellettuale di Leonardo, consideriamo Diciannove un film curiosamente fuori tempo, eppure attualissimo, che perfino Éric Rohmer, Maurice Pialat e François Truffaut – Influenze non casuali del cinema di Luca Guadagnino – avrebbero amato.
Un autore e un interprete, da non perdere di vista. Ma ci ha pensato Guadagnino
Presentato in anteprima mondiale nella sezione Orizzonti, alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, passando poi per il Toronto International Film Festival, Diciannove è al cinema a partire da giovedì 27 febbraio. Distribuzione a cura di Fandango.




